“Non tutti i principi nascono azzurri”, di A. Gatti

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By Elen

Specifiche tecniche

Titolo del libro: Non tutti i principi nascono azzurri

Autore: Andrea Gatti

Lingua originale: italiano

Anni di pubblicazione: 2014

Casa editrice italiana: Nessuna, autore esordiente autopubblicatosi.

Formato: ebook disponibile.

Colori della copertina: Giallo e nero.

Copertina: Semplice e minimalista.


Signore e signori eccomi qui, pronta a parlare di niente meno che un autore italiano, un esordiente che si è autopubblicato e di cui mi ha parlato una mia cara amica.

Eravamo in vacanza e mi ha raccontato di aver vinto questo libro con un Giveaway e di esserne rimasta positivamente colpita. Sono passati due mesi e mi trovo nella spiacevole situazione che conoscono bene gli scrittori: il blocco, solo che, nel mio caso, si tratta del blocco del lettore.

Finito di leggere Percy e la Casa della Notte, mi sono buttata di getto nella saga delle Pietre di Talarana (la cui recensione è in fase di realizzazzione) e mi sono bloccata. Nonostante abbia in mente una marea di titoli da leggere, non ne ho voglia.. vuoi la stanchezza sia fisica che mentale, vuoi che da Settembre sono ricominciate le serie tv (e ne seguo decisamente parecchie), mi sono ritrovata a voler leggere un solo libro, ossia il mio amato LOTR ma in inglese. Ora, lavorando qualcosa come 10 h al giorno e di cui alcune di notte, capirete bene che la mia mente non si trova nello stato più adatto ad affrontare una lettura del genere in lingua originale (per quanto lo conosca a memoria in italiano) quindi ho semplicemente smesso di leggere. È qui che è intervenuta la suddetta amica “Aspetta, ci penso io!” se ne è uscita con questa libricino dicendomi che avevo bisogno di qualcosa di leggero, scorrevole e carino, avrebbe fatto al caso mio. E cavolo… aveva ragione!

Ci ho messo la bellezza di due pomeriggi: un totale di 6h, forse meno, e 10 minuti per innamorarmi dei personaggi e sopratutto dello stile ironico e sarcastico dell’autore! Ma andiamo per ordine.

Siamo in una terra non ben precisata, con poche coordinate geografiche ma che sono sufficienti allo scopo, ossia quello di ironizzare completamente la figura del principe azzurro, quella del paladino, del prode cavaliere mordenizzandola contemporaneamente con trovate che reputo a dir poco geniali!

Il nostro “eroe” è un antieroe. Layne Cantrell è l’erede della famosissima famiglia Cantrell, sfornatrice di paladini. Al momento è attendente alla A.P.A., l’Accademia per Principi Azzurri, il cui scopo è quello di formare le menti e il fisico dei figli della nobiltà, addestrandoli in compiti ben precisi: salvare donzelle, combattere con le spade, sopravvivere in luoghi impervi e anche affinare le arti di conversazione e bon ton tramite lezioni di giardinaggio (perchè intendiamoci, saper piantare un lampone ed abbinare i fiori sono le cose di cui un principe azzurro non può certo fare a meno) e di tisane. Il nostro “eroe” (passatemi il termine) ha un miglior amico che, ovviamente, è anche il miglior studente che l’accademia abbia mai avuto, Eddie McCready.

Siamo nel bel mezzo delle lezioni quando il preside comunica a Layne che deve lasciare la scuola. Il ragazzo non è mai stato così felice in vita sua! Detesta essere un Principe azzurro e avere tutte quelle aspettative sulle spalle. Negli anni passati ha fatto di tutti per non applicarsi ed essere l’ultimo della classe (e ce ne ha messo di impegno!). Contento come una pasqua si prepara alla partenza insieme ad Eddie che vuole accompagnarlo almeno fino a casa.

Proprio mentre va a fare i bagagli ha il suo primo incontro con una donzella… e che donzella! I cardini di beltà e celestialità che i due hanno imparato ad associare alle “fanciulle da salvare” vengono subito scardinati. La ragazza è una ladra venuta a rubare lo stemma di famiglia dei Cantrell ma si provoca un KO tentando la fuga. I due la costringono ad andare con loro a casa di Layne, dato che il giovane sospetta che sia successo qualcosa ai genitori.

Poco dopo compare il miglior personaggio di tutta la storia: il cavallo Fossil! Ci troviamo davanti ai compagni fedeli dei cavalieri: i cavalli, che sono trattati come auto da corsa super accessoriate (Il cavallo di Eddie ha persino due treni di ferri di ricambio ed è dotato di un vano portaoggetti) ma che, al contempo, sono umanizzati. Layne ha il suo bel da fare per convincere il riottoso Fossil a portarlo e, dopo aver vinto questa prima battaglia, parte con Eddie e la ragazza alla volta di Capitale, ossia la capitale del regno e sua città natale.

Il viaggio mostra ai ragazzi quanto la realtà sia ben diversa da quella che loro immagino e che gli è stata insegnata fino ad ora. La giovane Maria smonta prontamente le loro idee e si rende subito simpatica a Layne e odiosa agli occhi di Eddie, dato che lo batte nell’accendere il fuoco… una ragazza più brava del più eccellente studente che l’A.P.A abbia mai avuto! Dopo una notte e due giorni a cavallo i tre giovani (eh sì abbiamo sempre e comunque un trio composto da due uomini e una donna che li rimette in riga alla Harry Potter, cosa che si ripeterà anche più avanti) raggiungono la casa di Layne. Tutto è a soqquadro e dei genitori del giovane principe Cantrell non c’è traccia.

Solo una mappa, con un pugnale piantato sulla sulla città di Hassan, nel Sudd. Un messaggio palese: abbiamo rapito i tuoi genitori e li abbiamo portati qui! Cosa faranno i nostri tre piccoli eroi?

Ok, non è mia abitudine troncare così, tendo a continuare i riassunti e a lasciare solo con il finale in sospeso, ma qui non posso. L’ironia e il sarcasmo che pervadono il libro sono la vera avventura, è la vera storia e sono cose che non si possono riassumere. Il nostro connazionale ha trasformato la classica quest cavalleresca dei paladini della chancon de geste in qualcosa di completamente nuovo ed esilarante, ha distrutto passo per passo ogni singolo pezzo: dalla figura femminile (che diciamocelo assomiglia molto di più ad Hermione che non ad Angelica), al cavallo, alla spada, agli aiutanti… insomma tutto! Qualcosa di nuovo, una boccata di aria fresca che ci porta lontano dai soliti eroi pronti ad affrontare tutti i pericoli e giusto per farvi capire, vi lascio con una citazione precisa:

Con larghe falcate si portò in vantaggio, sventolando la coda in modo che il mostro peloso potesse avere una bella visuale suo suo derrière, così che gli si stampasse per sempre nella memoria. Bastardo.

Non tutti i principi nascono azzurri pg. 183.

Fonte: http://nontuttiiprincipinasconoazzurri.com/chi-sono/

Leggeteli!

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By She

Da quando esiste il libro, la lettura ha qualcosa di sfrontata intimo e personale – calarsi dall’altra parte della copertina è un’evasione, un celarsi dal proprio simile – chi potrebbe dire cosa sto pensando, di quel libro che ho fra le mani?

La lettura ha avuto, nella storia, un ruolo eversivo di cui celebri esempi fanno ormai parte della memoria collettiva: i roghi di libri, l’indice dei libri proibiti, l’eresia della traduzione nella lingua comune, la riprovazione per la donna che legge e via dicendo. Ma che cosa vuol dire, oggi, nella nostra cerchia di paesi liberi, leggere per sovvertire? E’ ancora possibile leggere e combattere, oppure il triangolo vuoto tra le pagine aperte, in cui infiliamo il naso, non è altro che un antidoto per dimenticare le rogne quotidiane?

Certo, non c’è da essere retorici: leggere è prima di tutto un passatempo che ha nella sua piacevolezza la sua forza – chi rifiuterebbe un buon libro? Tuttavia, può capitare di gustare il senso del proibito e sentire di star rimuovendo un mattone da un muro che va ben oltre di noi, soltanto con la forza del pensiero?

No, non sto pensando a Cinquanta Sfumature di Gigio.

Nella mia più recente esperienza, mi sono sentita spinta a leggere libri di autori musulmani (o originari di paesi di tradizione musulmana). Il motivo, forse, lo potrete intuire, visti gli avvenimenti che hanno drammaticamente avvicinato i nostri due mondi. Mondi che, geograficamente parlando, sono ridicolmente vicini… ed è incredibile che ci sia voluta l’onda dei migranti per spiazzarci come birilli. Nel gran caos degli ultimi mesi, ho sentito invocare a qualcuno quei musulmani moderati che dovrebbero ergersi per presentare l’alternativa ai loro orrorifici alter ego. Anche se ben lungi dal costituire una soluzione efficace al conflitto, queste persone esistono e non lo affermo in quanto simpatizzante, buonista-pacifista o bastian contraria. Mi piace leggere romanzi, tutto qua, romanzi belli. E se soffro per chi soffre, mi accorgo di avere una sottile paura su un treno affollato e non capisco cosa sta succedendo e perché, invece che spulciare gli editoriali e seguire i dibattiti politici preferisco leggere lentamente un libro.

Da settembre a ora (l’avevo detto che sono lenta!) ho letto Il mio nome è Rosso di Orhan Pamuk, bestseller turco e vincitore del premio Nobel per la letteratura, e I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, scrittore indiano di fama internazionale.

Orhan Pamuk

Salman Rushdie

 

 

 

 

 

 

 

In questi libri non si trova una “riabilitazione” delle culture e dei popoli musulmani ma la bella realtà delle persone, delle storie, dei conflitti. Si scoprono nuove parole e modi di salutare, un modo di far parlare i colori e confondere il tempo che non conoscevo. Nuovi – sconosciuti – modi di soffrire, affrontare la famiglia, il matrimonio. Oltre alle diversità (che affascinano) si intravede qualcosa di molto importante: la lotta di questi scrittori, il patto fatto con i lettori di dire la verità ed arrivare fino in fondo. E’ la spina dorsale della letteratura che, a quanto pare, non conosce etnia o religione.

 

Libro Generazionale Cercasi

Forse perché disto un ‘-3′ dalla soglia dei trent’anni (o forse perchè da una vita mi guardo allo specchio con preoccupazione), ultimamente mi sono chiesta se esista un libro che rappresenti la generazione nata tra la metà degli anni ottanta ed i primi anni duemila.

Diciamocelo, è arduo rappresentarci tutti, visto che negli ultimi trent’anni il mondo – i mezzi di comunicazione, la geopolitica, la moda, la moneta, le relazioni – è andato incontro ad una metamorfosi che avremmo bisogno, forse, di riguardare in slow-motion.

La nostra vita quotidiana è piena zeppa di elementi ormai irrinunciabili o inevitabili (i social-network, gli acquisti online, i voli low-cost, le relazioni a distanza, i mobili di ikea) che tuttavia mancano ancora di una rappresentazione, almeno nella mia esperienza di lettrice. Ciò che costella la nostra vita non è ancora diventato un elemento narrativo, lasciandomi a volte la sensazione che questa letteratura scritta “dai padri e dalle madri” – sì, perché sappiamo bene che il mondo dell’editoria ha aderito al blocco delle assunzioni – viva questi elementi come innaturali ed un po’ vuoti.

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Visto che l’assenza del montalatte ikea Produkt potrebbe essere dovuta alla sua sostanziale irrilevanza, possiamo considerare anche i “grandi” eventi del nostro tempo: ho la sensazione che gli eventi che ancora ci emozionano, commuovono e fanno pensare risalgano ad un’epoca nella quale non eravamo nati o non possiamo ricordare. Quanti chili di carta si scrivono ancora sulla caduta del Muro di Berlino, e quante trame invece ritraggono l’11 settembre? O l’attentato alla metropolitana di Londra? O il maremoto in Indonesia?

Mi è stato suggerito di cercare in altre forme di racconto, “più inconsce”, che rivelano un tema più nascostamente, come i film o le serie tv (ed i video-game, aggiungerei). Credo in effetti che potremmo enumerare molti film o serie che ci rappresentano, indipendentemente dal loro successo. Ma in quanto a libri… è davvero possibile che ci sia questo vuoto?

Ho cominciato a porre la domanda ad amici e conoscenti ed eccoci qui: lo chiedo a chi legge. Qual è, secondo voi, giovani adulti tra i 18 ed i 30 anni, il libro che abbiamo letto più o meno tutti e che rappresenta qualcosa che ci accomuna e fa parte della nostra identità?

Ho incluso nel sondaggio alcuni titoli che mi sono stati suggeriti dagli amici. Ognuno ha proposto liberamente con il primo titolo che gli è capitato in mente. Se conoscete un libro che secondo voi è trasversale e anche molto letto, aggiungetelo alla lista e commentate!

Grazie e a presto🙂

She

Delusioni letterarie, o di come ho odiato Cime Tempestose

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By Eliza

La situazione è questa: un esame di letteratura inglese, un modulo unico dedicato al romanzo britannico dell’Ottocento. Jane Austen, Stevenson, Wilde. Pane per i miei denti.

A rendermi particolarmente felice è il fatto che in programma ci sia anche Wuthering Heights, imperdonabile lacuna nella mia cultura letteraria. Da anni mi ripeto che prima o poi devo leggerlo, che come ho fatto in tutto questo tempo a non averlo mai letto, giuro che è il prossimo che leggo. Adesso non ho più scuse. Cathy e Heathcliff, eccomi a voi.

Ho grandi aspettative per questo libro. Ho amato visceralmente Jane Eyre, capolavoro di Charlotte Brontë, e da sua sorella Emily non posso che aspettarmi qualcosa che sia all’altezza di tanto genio letterario. Ho pianto, sofferto e sperato con Jane, figura di eroina anticonvenzionale e indipendente, ne ho ammirato la forza, l’autonomia, l’anelito alla libertà. Ho sospirato e trepidato per Rochester, per il fascino e la statura del suo personaggio, per il mistero che lo circonda, per l’imprevedibilità delle sue azioni, per la volubilità che confonde e ferisce l’ignara Jane, per la sua passione e la sua tenerezza. Ho sognato castelli, corridoi e stanze misteriose, brughiere e cieli sconfinati. E quel poco che so di Wuthering Heights è molto promettente: comprende un’eroina ribelle, un eroe dannatamente romantico e i paesaggi impervi della brughiera. Lo amerò, me lo sento.

Ebbene, è ora di dichiararlo, a testa alta e urlando di petto, senza vergogna e senza sensi di colpa:

è una cagata pazzescaEcco, l’ho detto. Proprio così. L’ho detto e lo ripeto e lo rivendico. L’eroina ribelle era un’isterica viziata, l’eroe romantico uno stalker patologico e violento, la brughiera un posto deprimente e desolato, teatro di abusi, maltrattamenti, odi familiari, abbandono e alcolismo. E magari fosse solo questo il problema.

Ho letteralmente faticato per arrivare alla fine. La trama avanza a rilento, per accumulo di episodi, personaggi, narratori, e da un certo punto in poi sembra sdoppiarsi e chiudersi su se stessa in una ripetizione della prima parte del romanzo. I dialoghi sono pesanti, dilatati, retorici e fiacchi. Non ho creduto neanche per un momento all’irrefrenabile passione fra Heathcliff e Cathy. E raramente credo di aver odiato un personaggio quanto ho odiato Heathcliff. Nei pressi degli ultimi capitoli continuavo a contare quante pagine mi mancavano per finire e nel momento in cui la vicenda è finalmente giunta a una conclusione, ho avuto l’impulso di scattare in piedi e fare un balletto della vittoria.

Danza della vittoriaMa procediamo con ordine. Partiamo dai protagonisti.

Il mio errore, probabilmente, è stato quello di cercare di vedere in Heathcliff un nuovo Rochester: burbero, solitario, sarcastico, ma fondamentalmente positivo. Effettivamente, per essere burbero è burbero. E anche solitario. E sembra avere quell’aria selvaggia, ribelle, non convenzionalmente attraente che tanto mi aveva colpito in Rochester. Ma risulta ben presto chiaro che Heathcliff non è Rochester e Wuthering Heights non è Thornfield Hall. Heathcliff non è solo burbero e tagliente, è proprio antipatico. Nel momento in cui lascia che i suoi cani attacchino Lockwood, l’affittuario della sua proprietà attigua di Thrushcross Grange, e resta a guardare ridendo senza far nulla per aiutarlo, inizio a cogliere anche qualche traccia di sadismo.

Resami conto dell’errore, tuttavia, ho cercato di non emettere giudizi affrettati e ho deciso di dare un’altra possibilità a Heathcliff. D’accordo, non è un Rochester e su questo non ci piove. Cerco di liberarmi dall’idea romantica dell’eroe di Jane Eyre e di non ritagliare su Heathcliff figure letterarie che non gli si confanno. Dopotutto può ancora risultare un personaggio, se non positivo, almeno interessante, profondo, tormentato, capace di conquistare, con cui è possibile identificarsi.

Per un po’ questo tentativo regge. Si torna indietro nel tempo per ripercorrere l’infanzia solitaria di Heathcliff, e i maltrattamenti che patisce a opera del fratellastro Hindley, la silenziosa rassegnazione con cui li subisce (che però nulla a che fare con la mansuetudine o la gentilezza) spiegano almeno in parte il comportamento ai limiti della sociopatia dell’Heathcliff adulto. Anche il muto sentimento che lega Heathcliff alla coetanea Catherine, sorvolando gli aspetti vagamente incestuosi di questo legame, riescono ad addolcirne almeno un po’ l’immagine.

Tutto quello che Heathcliff subisce durante l’infanzia basterebbe a rendere rancoroso chiunque, non c’è dubbio. Arriva però il momento, man mano che si procede nella trama, in cui sorge un dubbio legittimo: Heathcliff non sta un po’ esagerando? Piano piano la rabbia, unitamente alla passione per Catherine, sembra diventare l’emozione dominante del personaggio, il motore delle sue azioni, fino a sfociare in una vera e propria ossessione monotematica di vendetta e possesso. Sono riuscita, a fatica, a mantere un minimo di empatia nei confronti del personaggio fino al momento in cui torna da Catherine dopo tre anni di assenza, durante i quali si è misteriosamente arricchito. Non oltre. Da quel momento in poi, Heathcliff non ha più una sola qualità positiva. La rabbia e il desiderio di vendetta l’hanno trasformato in un automa guidato da un unico desiderio ossessivo, quello di riappropriarsi di Catherine (ormai sposata a Linton) e di vendicarsi delle angherie subite. Un’ idea possessiva e morbosa dell’amore che per qualche motivo sembra esercitare un fascino particolare nell’immaginario collettivo. Non so perché, ma mi ricorda qualcuno…

Creepy...

Creepy…

Ormai completamente preso dalla sua missione, Heathcliff perde ogni forma di umanità e le sue azioni diventano sempre più crudeli e disumane, al punto che sembra quasi perdere di vista il suo obiettivo, cioè Catherine. E la perderà, a tutti gli effetti, la Catherine da lui tanto amata e così vessata, e sarà proprio la sua inesorabile vendetta a perderla e a perdere anche se stesso. E fin qui potrebbe anche essere affascinante la cosa. Non un personaggio positivo, ma un personaggio tormentato, oscuro, terribile, distrutto dalla sua stessa brama di potere e di vendetta. Il problema è che Heathcliff non è per nulla credibile nemmeno in questa veste. La sua passione, i suoi furori, le sue azioni sono sempre talmente eccessivi e teatrali da risultare quasi ridicoli. Il top è stato, per citare solo un esempio, quando, alla notizia della morte di Catherine, Heathcliff inizia a sbattere la testa contro un albero ululando. Ecco, lì la mia reazione è stata più o meno questa:

Non parliamo poi dell’eroina, in cui avevo vanamente sperato di trovare un’altra figura di proto-femminista alla Jane Eyre. Anche qui l’errore è stato in parte mio, lo ammetto. Avevo già deciso in partenza chi fossero Heathcliff e Catherine e non avevo preso in considerazione la possibilità che si rivelassero personaggi completamente diversi. Ma al di là delle aspettative che mi ero fatta, c’è da dire che quei due sono oggettivamente insopportabili. Se Heathcliff è uno psicopatico con la mania del controllo e del possesso, Catherine è prima una mocciosetta viziata e crudele, poi una drama queen isterica ed egocentrica. L’egocentrismo, in effetti, è parte integrante dei caratteri dei due protagonisti e del legame che li unisce: un legame che nelle intenzioni dell’autrice immagino dovesse essere assoluto, esclusivo, sconfinato, ma che di fatto risulta come l’affinità  fra due ego smisurati, che si scelgono l’un l’altro per rafforzarsi a vicenda nella loro autoreferenzialità quasi patologica. Pensiamo, per esempio, alla sprezzante crudeltà con cui Catherine si rivolta contro suo marito Linton nel momento in cui questi, a giusto titolo, impone a Heathcliff di lasciare la sua casa, o della crisi di nervi che sembrerebbe quasi farsi venire di proposito per ammalarsi e fare dispetto a tutti.

E la passione fra i due? Non l’ho sentita neanche per un momento e fino all’ultimo sembra coincidere in buona parte con il rancore, la vendetta e il ricatto. Non ho mai visto due amanti amarsi così poco. Nemmeno con tutta la mia buona volontà sono riuscita a prenderla sul serio, a raggiungere quella suspension of disbelief che forse mi avrebbe consentito di credere a battute iperboliche e ampollose come:

«Because misery, and degradation, and death, and nothing that God or Satan could inflict would have parted us, you, of your own will did it. I have no broken your heart – you have broken it; and in breaking it, you have broken mine.»

o ancora:

«It is hard to forgive, and to look at those eyes, and feel those wasted hands,’ he answered. ‘Kiss me again; and don’t let me see your eyes! I forgive what you have done to me. I love MY murderer – but YOURS! How can I?»

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Insomma, i protagonisti sono insopportabili. Ma il fatto è che in questo libro non c’è neanche un personaggio con cui è possibile identificarsi. Quelli che a tutti gli effetti sono i protagonisti della seconda parte dell’opera, Cathy e Hareton, figli rispettivamente di Catherine e di Hindley, e che rappresentano il coronamento in chiave positiva della passione distruttiva fra Catherine e Heathcliff, sebbene non sgradevoli quanto i loro predecessori, non suscitano comunque particolare simpatia (piuttosto capricciosa e sventata lei, selvatico e abbrutito lui) e nemmeno il lieto fine riesce del tutto a riscattarli. Non parliamo poi di Linton Heathcliff, figlio di Heathcliff e di Isabella Linton, primo marito di Cathy, impostole con la forza da Heathcliff. Un personaggio talmente odioso che per un attimo ho trovato Heathcliff adorabile al suo confronto: capriccioso, egoista, vigliacco, manipolatore e patetico. Hindley Earnshaw, fratello maggiore di Catherine e padre di Hareton, si pone fin dall’inizio come personaggio negativo, sviluppando un odio feroce e immotivato nei confronti di Heathcliff, che perseguita implacabile finché la situazione non si rovescerà e sarà Heathcliff a spingerlo nel degrado più avvilente e umiliante. Edgar Linton, marito di Catherine e padre di Cathy, è forse l’unica figura del romanzo per la quale ho provato una certa simpatia: una figura che sembra quasi giungere dalle schiere degli integerrimi e decorosi eroi austeniani ma che al cospetto di una personalità titanica e distruttiva come quella di Heathcliff impallidisce fino a diventare un’ombra e a sparire. Troppo poco perché il lettore possa veramente fare il tifo per lui.

C’è poi tutta la questione della struttura narrativa raddoppiata, suddivisa com’è fra le due generazioni di personaggi, i cui nomi si ripetono o si richiamano l’un l’altro e i cui destini risultano speculari e profondamente diversi al tempo stesso. L’idea sembrerebbe accattivante – la generazione più giovane che impara dagli errori di quella precedente, la passione votata alla distruzione di Catherine e Heathcliff che trova riscatto in quella fra Cathy e Hareton – ma a conti fatti risulta pesante e di difficile comprensione, complice anche la scelta di usare sempre gli stessi nomi. Basta leggere il paragrafo precedente di questo articolo per rendersi conto di quanto sia complessa e cervellotica la mappa dei personaggi e delle relazioni che li legano: Catherine, Cathy, Hindley, Hareton, Heathcliff, Edgar Linton, Linton Heathcliff…

Avevo iniziato questo romanzo convinta di scoprire un nuovo, grande amore e invece si è rivelato uno dei libri che ho più odiato leggere, non solo per la mancanza di personaggi positivi e per la durezza dei temi trattati, ma anche perché, semplicemente, brutto e scritto male. In tutta onestà, non capisco e non capirò mai come un romanzo del genere possa essere tanto amato né come possa essere tutt’oggi annoverato fra i classici della letteratura. La mia idea è che, probabilmente, c’entri qualcosa anche il successo di Jane Eyre. Il capolavoro di Charlotte, infatti, uscì nel 1847, lo stesso anno in cui Emily pubblicò Cime Tempestose e una terza sorella Brontë, Anne, diede alle stampe il suo Agnes Grey. I tre romanzi furono firmati, rispettivamente, sotto gli pseudonimi di Currer, EllisActon Bell e il successo fu immediato. Motore trainante di questo trionfo, tuttavia, fu proprio Jane Eyre, mentre la critica si divise su Cime Tempestose. Forse, dunque, è proprio a Charlotte Brontë e al suo romanzo che dobbiamo, almeno in parte, la longevità di Cime Tempestose. Che dire, grazie Charlotte. Senza di te, avrei sicuramente dato il mio esame di letteratura inglese con meno patemi.

E a proposito di sorelle Brontë, non posso non segnalarvi l’esilarante vlog di Branwell Brontë, quarto fratello ed emerito sconosciuto (anche più della povera Anne), che propone consigli sentimentali dispensati direttamente dalle nostre tre autrici. Quale sarà il modo migliore di fare colpo sull’altro sesso, accogliere in casa propria l’orfana di un’ex amante che non si era tenuti ad adottare o uccidere un cane senza motivo?

“Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo” di R. Riordan pt.1 #recensione

“Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo” di R. Riordan pt.1 #recensione

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By Elen

Specifiche tecniche

Titolo della saga: Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo
Autore: Rick Riordan
Numero di Libri: 5

  • L’eroe perduto (The lost Hero)
  • Il figlio di Nettuno (The son of Neptune)
  • Il marchio di Atena (The Mark of Athena)
  • La casa di Ade (The Hause of Hades)
  • Il sangue dell’Olimpo. (The Blood of Olympus)

Lingua originale: inglese
Anni di pubblicazione inglese: 2010- 2015
Anni di pubblicazione italiana: 2012- 2015
Casa editrice italiana: Mondadori
Formato: ebook disponibile.



Eccoci qua! Mi scuso per l’attesa ma si dà il caso che Il sangue dell’Olimpo sia uscito in contemporanea o quasi alla saga sui vampiri che ho già recensito e poi sono stata rapita dal mondo di Dita di Polvere, quindi i nostri amati semidei sono momentaneamente sfuggiti dalla mia mente… ma, come si fa a resistergli? Quindi, pronta per un’altra saga che attende sul mio ebook reader, cominciamo invece a parlare del nostro Percy e dei suoi amici.

 “Sette mezzosangue alla chiamata risponderanno.

Fuoco o tempesta il mondo cader faranno.

Con l’ultimo fiato un giuramento si dovrà mantenere,

e alle Porte della Morte, i nemici armati si dovran temere.”

Questa la profezia con la quale Riordan ci ha lasciati alla fine degli Eroi dell’Olimpo, questa la profezia dalla quale riprendiamo, seppure alla lontana. Ma andiamo con ordine, dal momento che, in questa saga, le profezie di sprecano, così come pure i protagonisti.

Come ovviamente è prevedibile dalla profezia stessa, i personaggi passano da 3 (Percy, Annabeth, Grover) a 7, nuovi ragazzi e ragazze che entrano a far parte del mondo mezzosangue poco alla volta. Dal momento che la situazione è decisamente più intricata di quella della saga precedente, dovrò procedere andando libro per libro. A seguire, la recensione dei primi 3 volumi.


L’eroe perduto.3Dnn+9_2C_gra_9788804627715-eroi-dell-olimpo-l-eroe-perduto_original

 “Attento alla terra, figlio della saetta.

I sette verranno alla luce con i giganti e la loro vendetta.

Fucina e colomba la gabbia spezzeranno,

e con la furia di Era la morte scateneranno.”

Jason si sveglia su un autobus della scuola non ricordando nulla del suo passato, nemmeno chi è. Si ritrova seduto accanto a Piper McLean, che dice di essere la sua ragazza, e a Leo Valdez, che dice di essere il suo miglior amico. I tre stanno facendo una gita al Grand Canyon con la loro scuola, ma mentre sono lì, degli spiriti della tempesta li attacano. Inteviene un insegnante supervisore, Gleeson Hedge, che si rivela essere un satiro e li aiuta a combattere: Jason sorprende tutti, incluso sé stesso, utilizzando una moneta che si trasforma in spada d’oro che usa per combattere gli spiriti. Inoltre, per salvare Piper che stava cadendo giù dal Grand Canyon, scopre di poter volare. Alla fine della battaglia arriva un carro volante trainato da due pegasi con a bordo Annabeth e un ragazzo di nome Butch, figlio di Iride. Annabeth è venuta al Canyon a causa di una visione in cui le si indicava di cercare un “ragazzo con una scarpa sola” (Jason nei fatti) ma la ragazza è arrabbiata con lui dal momento che credeva che fosse Percy, scomparso da tre giorni.

Jason, Piper e Leo scoprono di essere semidei e vengono accolti al Campo Mezzosangue. Lì Efesto riconosce Leo, si scopre che Piper è una figlia di Afrodite e Jason un figlio di Giove. Jason capisce inoltre di essere il fratello di Talia Grace, che però è figlia di Zeus, la versione greca del re degli dei, ma hanno la stessa madre mortale.

Jason riceve una missione per salvare Era, che è stata catturata, e decide che Piper lo accompagnerà, però i due hanno bisogno anche di un mezzo di trasporto. Allora Leo si mette a cercare il drago di bronzo perso dalla casa di Efesto e lo incontra nel bosco. Dopo averlo aggiustato e chiamato Festus, i tre partono.

Scoprono che il padre di Piper è stato catturato da Encelado, un gigante al servizio di Gea, la dea della terra. I loro nemici intendono risvegliare la Madre Terra e rovesciare gli dei dell’Olimpo. Sul loro cammino, Jason, Piper e Leo incontrano molti nemici che riescono a battere, scoprendo che però i mostri per una qualche motivazione non restano nel Tartaro che per poco tempo. Mentre vanno da Eolo per chiedere consiglio, si imbattono nelle Cacciatrici di Artemide, guidate da Talia, che incontra per la prima volta dopo anni suo fratello Jason. La giovane racconta al fratello quanto accadde il giorno che la madre decise di lasciarlo alla Casa del Lupo poiché, per placare l’ira di Giunone, il bambino era stato consacrato alla dea. Spiega inoltre al fratello cosa accadde alla madre. Giunti al castello di Eolo, Jason, Leo e Piper si separano da Talia, la quale promette di reincontrarli alla Casa del Lupo.

Dopo i colloqui con Afrodite nei sogni di Piper, il trio e Hedge si muovono verso il Monte Diablo per combattere il gigante Encelado e salvare il padre di Piper. Durante la lotta riescono a liberare il prigioniero e uccidere il gigante. Piper dà a suo padre una pozione che cancella tutti i ricordi e, dopo essersi assicurati che sia al sicuro, il trio raggiunge la Casa del Lupo per liberare Era la cui forza vitale era stata sfruttata per sollevare il re dei Giganti, Porfirio. In questo modo riescono a bloccare momentaneamente i piani della dea della terra.

Jason recupera un po’ di memoria e capisce di essere un eroe della controparte romana del Campo Mezzosangue, il Campo Giove, che si trova vicino a San Francisco; Giunone lo ha scambiato con Percy , che ora si trova al Campo Giove senza più alcuna memoria della sua vita al Campo Mezzosangue, poichè i due campi hanno sempre avuto una rivalità spietata ed ogni volta che si sono incontrati, hanno finito per combattere. Era vuole che greci e romani si alleino per fermare i piani di Gea e si risolva una volta per tutte la spaccatura che divide le personalità degli dei e che li sta facendo impazzire.


 Il Figlio di Nettuno.3Dnn+9_2C_med_9788804633693-gli-eroi-dell-olimpo-2.-il-figlio-di-nettuno_original

 “Andate in Alaska.

Trovate Thanatos e liberatelo.

Tornate entro il tramonto del 24 Giugno o morirete.”

“Al di là degli dei, a settentrione, sta la corona della legione.

Cadendo dal ghiaccio, il figlio di Nettuno affogherà…”

Percy è inseguito da due mostri, ma il ragazzo non ricorda niente, eccetto il suo nome, il fatto di essere figlio del dio del mare e il nome della sua ragazza: Annabeth.I mostri hanno intenzione di ucciderlo per vendicare la morte della loro sorella Medusa. Percy riesce a fuggire e si imbatte in Giunone, travestita da vecchia hippie, che gli dà due opzioni: la prima è portarla al tunnel Caldecott attraverso il piccolo Tevere che può portargli dolore, la seconda di ritirarsi per la sicurezza del mare e vivere una vita lunga e felice ma lasciando la vecchia in balia delle Gorgoni. Percy ovviamente la porta e quando arriva a Caldecott Tunnel incontra altri due semidei: Hazel Levesque e Frank Zhang. La vecchia avvisa Percy che il piccolo Tevere cancellerà il Marchio di Achille poiché è un potere greco e non è ammissibile in territorio romano.

Mentre attraversano il fiume, Percy vede le Gorgoni catturare Frank e controlla l’acqua per uccidere i mostri. Viene poi accompagnato dal Pretore del Campo Romano, detto Campo Giove, una ragazza di nome Reyna, ed incontra per caso Nico Di Angelo, chiamato dai Romani “Ambasciatore di Plutone”, senza però riconoscerlo.

Percy viene assegnato alla Quinta Coorte, al più scrausa, e partecipa, come da tradizione romana, ai ludi di Guerra. (per intendersi è la controparte romana del ruba bandiera, con tanto di fortezza da assediare). Durante il gioco Frank, Percy, Hazel guidano la coorte nella prima vittoria da anni e impressionano tutti con le loro abilità. Alla fine del gioco appare Marte, protettore di Roma. Riconosce Frank e lo incarica di una missione: liberare Thanatos, il dio della morte, che è stato imprigionato in Alaska dal gigante Alcione. Il dio mette in chiaro che devono esserci tre eroi, di cui uno Percy e l’ultimo su decisione di Frank; il ragazzo sceglie Hazel.

Il giorno seguente viene indetta una riunione di emergenza al Senato durante la quale Percy chiede una barca per il trasporto e la missione viene approvata, i tre partiranno per liberare Thanatos e cercare il simbolo della legione, l’aquila, andata perduta proprio in Alaska negli anni ottanta.

Il trio giunge a Portland dove trovano il vecchio Finea, il cieco veggente, ritornato in vita con l’apertura delle Porte della Morte. Finea promette che rivelerà la posizione di Thanatos in cambio della cattura di un’arpia di nome Ella. Prima di catturala però, i semedei si rendono conto che Ella è in grado di memorizzare tutto ciò che legge, e decidono di giocare con Finea poiché il veggente è interessato solo a sfruttare l’arpia per la sua enorme conoscenza delle profezie (ha memorizzato il libro sibillino, andato perduti secoli orsono). Finea e Percy dovranno bere una fiala di sangue di Gorgone di cui una uccide e l’altra guarisce. Il veggente finisce per morire e il trio scopre la posizione di Thanatos: il ghiacciaio di Hubbard.

Durante il viaggio che li porta in Alaska, incontrano le Amazzoni, che si trovano ad affrontare un problema interno al gruppo: Otrera, la fondatrice delle Amazzoni sfida Hylla, sorella di Reyna e attuale capo del gruppo, a un duello che deciderà chi sarà la regina. Hylla si mette subito dalla parte di Percy, Hazel e Frank mentre Otrera vorrebbe ostacolarli. Con uno stratagemma i tre riescono a fuggire e portano con loro Arion, il cavallo più veloce del mondo degli dei, che si affeziona subito a Hazel, ricambiato dalla semidea romana che ha sempre desiderato un cavallo.

Il viaggio prosegue e Frank rivela che la sua vita dipende dal pezzo di legno che si porta sempre dietro: una volta bruciato del tutto egli morirà. Hazel racconta della sua vita passata, ella è figlia di Plutone (in quanto tale è sorellastra di Nico) ed è morta decenni orsono. Il padre la ha riportata in vita con uno scopo preciso, quello di sconfiggere il gigante Alcione che, nella sua vita precedente, Hazel stessa, costretta dalla madre impazzita e controllata da Gea, aveva aiutato a ridestare.

Quando finalmente raggiungono il ghiacciaio trovano Thanatos (il sexy dio della morte, mi chiedo il perchè la morte in versione maschile sia sempre sexy) in catene. Queste non possono essere rotte se non fuse dal “fuoco della vita”, ovvero quello che brucia sul pezzo di legno di Frank. Il ragazzo comincia a sciogliere le catene mentre Hazel attacca Alcione, che a sua volta evoca una legione fantasma che viene sconfitta da Percy entrato in possesso dell’aquila dorata della legione. Frank libera Thanatos bruciando gran parte del suo bastone, poi va ad aiutare Hazel e impara ad usare il suo potere di parte materna: può trasformarsi in qualunque animale desideri. Riesce a stordire il gigante e lo trascinano al di là del confine, in Canada, dove Hazel può ucciderlo (Alcione è l’unico gigante che può essere ucciso dai semidei senza l’intervento divino, poiché strettamente legato a un luogo, l’Alaska).

Il trio si affretta a tornare al Campo Giove grazie ad Arion. I ricordi di Percy sono ormai quasi tutti tornati al loro posto e giunto al Campo romano, con l’aiuto di Tyson e della signora O’Leary (mandati lì da Jason), della legione romana e delle Amazzoni, respingono l’esercito del gigante Polibote. Percy affronta il capo dell’esercito nemico a duello, mentre il resto del Campo combatte i mostri, e lo sconfigge. Alla fine della battaglia al Campo arriva una nave volante con quattro semidei e il coach Hedge. Mentre Percy prega che ci sia Annabeth, i romani si preparano a qualunque evenienza. Scendono Piper, Jason, Leo e Annabeth che propongono un’alleanza: Campo Mezzosangue e Campo Giove per concludere la Seconda Grande Profezia e combattere contro Gea.


Il Marchio di Atena.3Dnn+9_2B_gra_9788804647539-eroi-dell-olimpo-3-il-marchio-di-atena_original

 “La figlia della Saggezza da sola camminerà.

Il marchio di Atena su Roma brucerà.

Il respiro dell’angelo che ha la chiave dell’eterna morte,

i gemelli soffocheranno, se lo vorrà la sorte.

La rovina dei giganti si erge pallida e dorata,

e sarà vinta col dolore in una prigione intricata.”

Annabeth, Jason, Leo, Piper e il coach Hedge, a bordo della “Argo II”, raggiungono il Campo Romano. Dopo aver superato Terminus, il dio dei confini, sbarcano al campo, dove la figlia di Atena atterra Percy indecisa se ucciderlo o baciarlo. Reyna, convinta dai ragazzi (sopratutto da Jason che è a sua volta Pretore) accetta la missione e decide di mandare Percy, Hazel e Frank con gli altri quattro semidei.

Sono ancora a terra che però iniziano i problemi: Leo, rimasto sulla nave, fa fuoco su Campo Giove con le baliste. I sei semidei a terra si affrettano a salire sulla nave e scappano, inseguiti dai Romani, mentre cercano di capire perchè Leo abbia fatto fuoco.Scoprono infatti durante il viaggio, con l’aiuto di Hazel che riesce a vederli e con quello di Pipier che, grazie al dono della madre (la lingua ammaliatrice) riesce a obbligare a rispondergli, che Leo (e in seguito Percy e Jason che arrivano persino a scontrarsi fra loro) sono stati possseduti da alcuni spiriti, i cosiddetti “eidolon”, mandati da Gea con lo scopo preciso di instigare una guerra fra i due campi. Scopo che è stato raggiunto perfettamente dal momento che non solo ci si mettono mostri dei più disperati, ma persino i romani con le loro aquile a cercare di fermare il viaggio dei sette semidei.

Dopo varie difficoltà (fra cui un incontro con il grande Ecole) riescono a raggiungere Roma, consapevoli che la profezia che si trovano ad affrontare obbligherà Annabeth a separarsi dal gruppo per ordine della madre, che le ha affidato il compito di seguire il suo marchio, cosa che a Percy non va per niente a genio. Nel frattempo Leo, Hazel e Frank vanno alla ricerca di Nico, catturato da due giganti Efialte e Oto, e a cui resta poco da vivere dal momento che i due giganti gemelli lo hanno rinchiuso in na specie di botte e il figlio di Ade, per sopravvivere, sta andando avanti mangiando dei semi magici che, però, sono quasi finiti. Finiscono però nell’antico covo di Archimede e cadono in una trappola di Gea da cui riescono a liberarsi solo grazie a Leo e alla sua abilità. Il ragazzo riesce infatti a rimettere in sesto e ad usare le macchine del grande inventore.

Percy, Piper e Jason raggiungono Nico, dopo essere quasi annegati in un ninfeo, e si ritrovano ad affrontare i giganti fissati con lo spettacolo. Con un ottimo lavoro di squadra i tre ce la mettono tutta fino all’arrivo di Leo, Hazel e Frank e infine, grazie all’intervento di Dioniso, riescono a sconfiggere i due giganti e salvare Nico. Risalgono poi a bordo dell’Argo II, per andare a cercare Annabeth.

La figlia di Atena ha seguito la sua strada, percorrendo la strada degli eroi che prima di lei sono rimasti uccisi nel tentare l’impresa, ella riesce grazie alle sue abilità a superare le prove che le si parano davanti e raggiunge il luogo dove si trova la statua della Athena Parthenos. Si tratta della famosa statua di 12 metri, rubata dai romani dopo la sconfitta di Atene. Atena ed Era pensano che la statua sia il solo modo per far riappacificare i greci e romani. Questi ultimi infatti, dopo l’assalto al campo, hanno deciso di muovere guerra al campo Mezzosangue. Al comando adesso è Ottaviano, figlio di Apollo che, approfittando della situazione, vuole diventare imperatore e distruggere i greci che considera da sempre nemici giurati dei romani.

Annabeth si trova però a dover fronteggiare il nemico giurato della madre, la sua più grande paura, la guardiana della statua: Aracne. Ella ha giurato che avrebbe ucciso ogni figlio di Atena che avesse anche solo provato ad iniziare la ricerca della statua, come vendetta verso Atena che la trasformò in ragno. Annabeth, nonostante la fobia e il terrore che la attanaglia, si rende presto conto che Aracne è piena di sé e orgogliosa delle sue splendide tessiture. La ragazza gioca così d’astuzia e sfruttando il desiderio di gloria di Aracne, la convince a tessere una enorme trappola cinese per le dita. Aracne, pregustando già di vedere la sua enorme scultura sull’olimpo e ignara della trappola, non se lo fa ripetere due volte, consapevole che in ogni caso la figlia di Atena non avrà scampo. Termina in poco tempo ed Annabeth, figendo un difetto nella tessitura, la porta ad entrare nella trappola che blocca l’enorme ragno al suo interno. Vani i tentativi di questa di liberarsi dal momento che, più uno si agita per cercare di sbrogliarsi, più uno resta impigliato.

Raggiunta dagli altri semidei, i ragazzi si preparano a trasportare la statua ma il peso di questa e la lotta con Aracne sfonda il pavimento ed apre un baratro nel vuoto che conduce dritto al Tartaro. I sette semidei e Nico cercano di recuperare la statua ma Aracne lancia una ragnatela e blocca Annabeth cominciando a trascinarla con sé nella caduta. Percy riesce ad afferrarla ma non ha modo di salvarla e quindi decide di lasciarsi cadere insieme a lei nel Tartaro, non prima di far promettere a Nico di condurre gli altri semidei alle Porte della Morte, in Grecia, mentre loro due avrebbero attraversato il Tartaro e raggiunto l’altro lato delle Porte che si trova lì poichè per chiuderle ed impedire ai mostri di tornare in vita di continuo, l’unico modo è farlo da entrambi i lati contemporaneamente.

TO BE CONTINUED…

“Caro Bogart” di Jonathan Coe #recensione

“Caro Bogart” di Jonathan Coe #recensione

 

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By She

Si va a trovare il nonno e si finisce per portare a casa dei libri, come se uno non ne avesse abbastanza a casa propria.

Edizioni economiche con illustrazioni di copertina in stile Roy Lichtenstein e volantini pubblicitari di eventi datati estate 1977 come segnalibri dimenticati a parte, si scova un titolo super-universale e super-economico (così si chiama la collana) uscito nel 2004 per la Feltrinelli –  i tempi corrono e il mercato si allontana dall’immagine in salotto: a quanto vedo dal sito, ha già cambiato copertina.

L’autore è Jonathan Coe (La famiglia Winshaw, La banda dei brocchi), biografo, in questo caso, di un personaggio. La storia di Humprey Bogart non potrebbe essere raccontata meglio da Coe della biografia inventata di un personaggio fittizio.

Tempo di lettura: un pomeriggio.

E’ breve, ma per quanto Bogart “Bogey” fosse attore la spinta maggiore che si prova, anche solo a conoscerlo ricordato, è di mettersi nei suoi panni.

Scoprendo il suo debutto disordinato, le collaborazioni mal digerite e i vizi capitali di Bogey, non posso far altro che chiedermi: “Come è possibile che Casablanca sia uno dei film più famosi della storia e che io stessa lo abbia apprezzato senza sospettare che la buona riuscita fu dovuta soprattutto alla fortuna?”

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Una ragionevole dose di pericolo fa bene alla salute. (cit. Sam Spade – Humphrey Bogart ne “Il Mistero del Falco”)

A dare ascolto a Coe, la Hollywood degli anni ’30 e ’40 era un ammasso di scrittori, registi, attori che si aggiravano in un mondo per noi inimmaginabile. Per trent’anni, l’immaginario collettivo sembra essere stato plasmato da sceneggiatori che potevano abbandonare baracca e burattini a pochi giorni dalle riprese, registi e collaboratori abituati esperti nella tecnica patchwork, tanto che a volte l’insuccesso del film era attribuibile alla sua incomprensibilità. Produttori ed artisti che confondevano “il farabutto” sullo schermo con l’attore alcolizzato e in cerca di lavoro che lo interpretava.

Cosa ha reso Bogey un divo? Dietro alla spessa coltre costituita da lui stesso, si intravede la sua bravura, sensibilità, tenacia. Forse, l’insofferenza per le leggi del mercato, che lo resero uno stoico o un cinico piuttosto che un ribelle. Proprio come per i personaggi di fantasia, bisogna scavare tra le righe per incontrare Bogart l’attore: lui stesso, con i suoi tic, la faccia segnata e la stempiatura, è un ruolo abnorme e la sua più grande interpretazione.

Guardando Casablanca o il Mistero Del Falco, non si ha l’impressione di entrare in contatto con Rick o con Sam Spade, ma che Bogart abbia colmato il vuoto lasciato da questi personaggi di fantasia con se stesso e faccia del suo meglio per mostrarci “cosa avrebbe fatto Bogart se fosse stato Rick”.

Bogart è un personaggio fuori dal comune, fatto di immagini, suono ed immaginazione – grazie a Coe, anche di parole, infine.

Malgrado gli anni ’40, con i loro bianchi e noir, siano andati da un pezzo, Bogey ritorna e noi lo conosciamo bene, non solo grazie ai classici in dvd ma a (re)interpretazioni e (ri)visitazioni. Il Bogart amico immaginario di Woody Allen in Provaci ancora, Sam è proprio lo stesso Bogart che indossa lo smoking spezzato al club Rick’s.

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Se ti va bene, uscirai di prigione fra vent’anni, e allora potrai cercarmi di nuovo. Sempre che non decidano di stringere il tuo grazioso collo con un cappio… Sì, tesoro, ti faccio andare in vacanza. Avrai qualche speranza di salvare la vita: il che vuoi dire che se fai la brava ci rivedremo più o meno tra una ventina d’anni. Se invece t’impiccano, ti ricorderò per sempre. – cit. “Il Mistero del Falco”

Una curiosità: una farsa imperdibile di Humphrey e della moglie Lauren Bacall risale alla fine degli anni ’40. Nel cartone animato “Click Hare” (1947), parodia di un esclusivo club di Los Angeles e dei suoi frequentatori, in cui Bogart ordina per cena coniglio e viene in cambio beffato da Bugs Bunny.

“Bacall to Arms” (1946) è invece una parodia del primo film che vide Bogart e la Bacall insieme, “To have and have not” del ’44.

A conclusione, non posso non ricordare la profondissima ordinazione di Bogey del calzone tonno e funghi: