A Jane Austen piacciono gli stronzi? #weirdliterature

«È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo che tratti una fanciulla con sgarbo o indifferenza, debba essere segretamente, inevitabilmente innamorato della fanciulla stessa. E benché poco sia dato sapere delle vere inclinazioni e dei proponimenti di chi fin dall’inizio di una nuova conoscenza non dimostra alcun particolare interesse ad approfondirla ulteriormente, accade tuttavia che tale convinzione sia così saldamente radicata nelle menti delle giovani disprezzate da indurle a considerarlo una nuova conquista fin dalla prima scortesia o dal primo pretesto accampato per non rivederle.»

Jane Austen Silhouette

Lo dicono e lo ripetono ad nauseam, gli uomini come le rappresentanti del gentil sesso: alle donne piacciono gli stronzi. Riporto, a testimonianza, alcuni interventi postati dalle utenti di Yahoo Answers:

“L’uomo ******* conquista (al contrario di quello dolce) perché generalmente fa provare emozioni alle ragazze. Se ci aggiungiamo che i “dolci” mediamente sono meno belli, popolari e ricchi siamo a posto.”

“Forse perché specie per le ragazze molto giovani il bello impossibile è intrigante, e poi si crede che si riesce a cambiarlo (senso materno e di cura) e renderlo migliore.”

“Il ragazzo troppo dolce e che magari si fa anche zerbino dopo un po’ annoia; quello che ogni tanto fa il carino ma poi non si fa sentire, oppure una sera ti sta appresso e quella dopo manco ti considera fa indubbiamente aumentare l’interesse…sarà che non sai mai cosa aspettarti.”

D’altronde il fascino del bel tenebroso è tradizione consolidata, nella vita di tutti i giorni come in letteratura. Zia Jane ne sa qualcosa.

L’idea che Jane Austen, dietro la parvenza di emancipazione e di protofemminismo che accompagna tradizionalmente la sua figura, fosse in realtà né più né meno una delle tante donne che, contro ogni logica, perdono la testa per tizi che non se le filano neanche di striscio o le trattano come pezze da piedi, è formulata apertamente nel film Il club di Jane Austen, uscito nel 2007 per la regia di Robin Swicord e ispirato al romanzo omonimo di Karen Joy Fowler:

«Leggendo i suoi romanzi, ti chiedi se a Jane Austen non piacessero i mascalzoni»

The Jane Austen Book Club

Pensiamoci: chi è l’eroe romantico austeniano per eccellenza? Non c’è dubbio, la mente corre subito all’ombroso Mr. Darcy, protagonista di Orgoglio e Pregiudizio.
Del resto, quale premessa migliore per una delle più grandi storie d’amore della letteratura mondiale del commento che il nostro eroe riserva all’amata in occasione del loro primo incontro?

«È passabile, ma non bella abbastanza da tentarmi»

Se poi nel dichiararsi il cavalier cortese ammetterà di aver ceduto controvoglia ai propri sentimenti, insulterà la famiglia della sua bella, definendola indegna del suo rango, e infine confesserà di aver deliberatamente intralciato la felicità della sorella della dama, che ormai esterrefatta si starà chiedendo “Ma mi ama o gli sto sulle palle?”, allora potete starne certi: è vero amore.

Not handsome enough to tempt me

Anche Mr. Knightley, controparte maschile di Emma, non ci scherza: è noto, infatti, che un metodo di corteggiamento infallibile sia criticare, rimproverare e richiamare continuamente l’oggetto del proprio desiderio, principio che Knightley applica regolarmente nei confronti di Emma, la quale (sciocca e ingenua creatura!) si accorgerà solo alla fine del romanzo che queste prediche altro non sono che una dimostrazione d’amore.

Così pure l’arguto signor Tilney, in Northanger Abbey, inizia la sua conoscenza con l’ingenua Catherine Morland divertendosi a metterla in imbarazzo con battutine sarcastiche e a dirle cosa pensare e perché: palese segno di attrazione che l’inesperta Catherine capirà solo più avanti nel romanzo.

E, diciamolo, a nessuno importa nulla dello scialbo Edward Ferrars o del colonnello Brandon, pallide figure maschili di Ragione e sentimento. Molto più interessante è quell’adorabile mascalzone di Willoughby, tant’è che quando alla fine Marianne Dashwood convola a nozze con l’attempato Brandon, più di un lettore avrà storto la bocca pensando: “Meh”.

Insomma, anche zia Jane, confidente e dispensatrice di consigli in campo sentimentale per noi Janeites senza speranza, sembrerebbe allinearsi ai dettami della saggezza popolare: prendi una donna, trattala male.

Dobbiamo dunque considerare Jane Austen corresponsabile del mito deleterio per cui se un uomo ci ignora/punzecchia/risponde male/critica/offende/lascia è perché in realtà ci ama troppo? Anche Jane Austen avrà detto alle nipotine che correvano da lei in lacrime dopo una scaramuccia con qualche compagno di giochi: “Tesoro, se quel bambino ti ha fatto lo sgambetto e tirato i capelli è perché gli piaci”?

Procediamo con calma: innanzitutto è interessante ricordare la teoria avanzata da Jon Hunter Spence, nella biografia Becoming Jane Austen del 2003, a proposito delle fonti di ispirazione di Orgoglio e Pregiudizio. Qualunque ammiratore di zia Jane degno di definirsi tale conosce la storia di Tom Lefroy, amore giovanile dell’autrice che si celerebbe dietro la trama del capolavoro austeniano – complice anche un film largamente romanzato con Anne Hathaway interprete di Jane Austen ventenne e (dettaglio ben più importante) James McAvoy nel ruolo di Lefroy (e se non siete ammiratori di zia Jane degni di definirsi tali, potete colmare le vostre lacune al seguente link: http://en.wikipedia.org/wiki/Thomas_Langlois_Lefroy). Quel che è meno noto, tuttavia, e che Spence sottolinea nella biografia, è che Lefroy-Austen sarebbero sì serviti da modello per definire le personalità di Darcy e di Elizabeth, ma con un ribaltamento di ruoli: Jane Austen avrebbe modellato l’orgoglioso Darcy sul suo stesso carattere, mentre il più affabile Lefroy l’avrebbe ispirata per il personaggio di Elisabeth.

Becoming Jane

Colpo di scena! Se ciò fosse vero, a essere scostante e superba sarebbe la gentil donzella, e non il rappresentante del sesso forte! Del resto non dovrebbe stupirci il fatto che le protagoniste austeniane possano avere un caratterino niente male (Elizabeth, Emma, Marianne) o che sotto l’apparente remissività celino una forza e una passione inaspettate (Elinor, Anne, Fanny). L’unica che rimane forse un po’ in ombra è la povera Catherine Morland, anti-eroina per eccellenza di cui la Austen si serve per canzonare le fanciulle del suo tempo, avide lettrici di romanzi gotici dalla fantasia un po’ troppo accesa (delle Twilighters ante litteram, insomma).

E se le donne con pindarici voli di fantasia sono capaci di interpretare il più tiepido segnale di interesse come una dichiarazione d’amore e finanche una proposta di matrimonio imminente, c’è da dire in loro difesa che gli uomini ci mettono molto del loro: Elizabeth lo dice chiaramente, quando all’amara considerazione della sorella Jane (“Le donne si immaginano che l’ammirazione significhi più di quello che è”) replica graffiante: “E gli uomini si danno un gran da fare perché esse se lo immaginino.”

In generale, insomma, dai romanzi di Jane Austen emerge una lettura del rapporto uomo-donna ben più complessa di quella tracciata dai precetti di Ferradini e del suo teorema: è un rapporto che poco ha a che fare con le passioni violente, gli amori tormentati e le idealizzazioni del romanzo gotico in voga all’epoca. È un rapporto inquadrato sempre in una cornice realistica e ordinaria ed è, soprattutto, un rapporto basato sul rispetto reciproco e sulla conoscenza e l’accettazione dei difetti dell’altro. Come dice il Mr. Knightley interpretato da Jeremy Northam nell’adattamento cinematografico del 1996,

«Maybe it is our imperfections which make us so perfect for one another»

(Sì, va bene, lo so, non è una citazione originale di zia Jane, ma era funzionale alla mia argomentazione – bear with me.)

L’innamorato austeniano è dunque un uomo pratico e razionale, che conosce i difetti e i limiti della sua amata e non si perita di farglieli notare; ma appunto perché il rapporto si basa sulla fiducia e sul rispetto reciproco, lo stesso vale per la protagonista femminile, per conquistare la quale il cavaliere deve innanzitutto guadagnarsi la sua stima e il suo rispetto. Ho sempre trovato degna di nota una frase, pronunciata dal signor Bennet verso la fine del romanzo, quando in un colloquio con Lizzy a proposito della proposta di matrimonio di Darcy la invita a ponderare bene la sua scelta:

«Bambina mia, non darmi il dolore di vederti incapace di rispettare il compagno della tua vita.»

E alle vivaci proteste di Lizzy, che lo rassicura sul suo affetto per Darcy, conclude:

«Ebbene cara (…) non ho altro da dire. Se le cose stanno così, egli è degno di te. Non avrei potuto separarmi da te, Lizzy, per un uomo di minor merito.»

Dunque l’uomo deve dimostrarsi degno della donna amata, saperla rispettare e guadagnarsene il rispetto: e che una donna si trovi nella posizione di poter disprezzare un uomo, specie se di alto lignaggio e di cospicuo patrimonio, è una nozione niente affatto banale, soprattutto per l’epoca.

Gli eroi austeniani, insomma, non sono dei principi azzurri; sanno essere bruschi, sarcastici, a volte polemici, a volte dei veri e propri rompipalle. Di fondo, però, sono, come si suol dire, “dei bravi ragazzi”: onesti, corretti, generosi, leali. I veri mascalzoni sono, nei romanzi della nostra, quei gentiluomini che sorridono e lusingano, che corteggiano apertamente le protagoniste e spezzano cuori a destra e a sinistra: qui sta la sostanziale differenza fra un “mascalzone” alla Mr. Darcy, burbero ma sincero e onesto, e un mascalzone come Willoughby, che non si fa scrupoli ad amoreggiare con la povera Marianne ben sapendo di non poterla sposare.

He's just not that into you

Certo, il rischio è di prendere troppo alla lettera i precetti tramandatici da zia Jane attraverso i suoi romanzi e di iniziare a schifare qualunque malcapitato abbia l’ardire di dimostrarsi troppo garbato o troppo apertamente interessato a noi per preferirgli i musoni scontrosi o gli stronzi veri e propri, nella speranza che sotto la loro scorza da duri si nasconda il nostro Mr. Darcy; da qui l’equivoco sull’attrazione di Jane Austen per i mascalzoni.

Credo invece che Jane Austen fosse ben consapevole del fatto che, per dirla con una famosa commedia, “se un uomo si comporta come se non gliene fregasse un cazzo di te, non gliene frega un cazzo di te davvero”. Credo che avesse troppo acume e troppa capacità di introspezione per non saper misurare la distanza che corre tra la fantasia e la realtà, tra la fiction, l’invenzione narrativa, e le cose così come stanno nel mondo reale; saper operare questa fondamentale distinzione sta a noi e alla nostra intelligenza – come del resto ci insegna lei stessa attraverso Catherine Morland, che solo per questo meriterebbe di essere rivalutata da anti-eroina a eroina di tutto rispetto.

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