“La vergine nel giardino” di Antonia Susan Byatt #recensione

Specifiche tecniche

coverBYATT

Titolo originale: “The virgin in the garden”
Lingua originale: Inglese
Anno di pubblicazione: 1979
Editore italiano: Einaudi tascabili
Colori disponibili: Bianco
Connettività: Buona (tende ad aumentare dopo i primi capitoli)
Dimensioni:
Pagine: 512
Peso: 340g
Spessore:
Copertina Flessibile:
Espansione memoria: Esponenziale
Formato: ebook Disponibile
Funzioni avanzate: Selvaggiamente inglese


Concluso il libro e voltata l’ultima pagina, quella bianca, ho avuto come l’impressione di aver letto un gran numero di libri. Ho fatto conoscenza con “L’amante di lady Chatterley”, con “Il Paradiso Perduto” di Milton e le poesie di Racine – tutti libri che nei miei 26 anni non ho avuto ancora il tempo di sfogliare. Questi gran pezzi di letteratura non vengono soltanto nominati o enumerati, ma sono parte integrante del racconto: i personaggi riflettono sulle proprie situazioni di vita richiamando immagini e luoghi descritti in quelle pagine, tanto che non si riesce più a distinguere chi è metafora di cosa. La letteratura inglese non è un riferimento bibliografico che trapunta le vicende dei professori e degli studenti, ma si fa presente come una corposa ispirazione, addirittura come un movente o una giustificazione. Non c’è bisogno di sapere esattamente di cosa si sta parlando – come del verso alessandrino del poeta Racine che ritorna nei pensieri, nella dichiarazione d’amore e nel colloquio per l’esame di maturità della diciassettenne Frederica Potter: l’alessandrino è un carattere preciso, intonato con il colore della chioma della protagonista, la cadenza del passo della nostra eroina ed il metro dei suoi movimenti, interiori e fisici.

La letteratura partecipa della vividezza del narrare della signora Byatt: chiacchierandone con un altro che aveva letto il libro, ci hanno domandato se stavamo parlando di un telefilm. Si potrebbe quasi definire tale, abbiamo risposto, perché la lettura diventa immancabilmente una “visione” di ciò che i personaggi stanno facendo.
Oltre che essere selvaggio ed in alcuni passi piuttosto crudo, il libro è toccante: se Frederica è l’agente dell’immedesimazione del lettore, che non può rimanere insensibile al suo percorso verso l’iniziazione sessuale, la sorella maggiore Stephanie Potter è il punto dolente e muto della commozione. Ho iniziato a leggere il libro lentamente e con una certa difficoltà, a causa della densità delle informazioni, e perdendomi qualche passaggio per strada: mi è stato possibile raggiungere una vera consonanza con la narrazione a pagina 90, capitolo VIII “Ode a un’urna greca”. Stephanie, giovane professoressa di letteratura nel liceo di Blesford, neolaureata a Cambridge, riflette sull’insegnamento:
“Si poteva dire: io insegno, e sentire odore di inchiostro, serge ammuffito, e di lisoformio. Nella stanza dei professori c’erano troppe sedie dozzinali, sporche e vistose, blu pavone, giallo limone, rosso pomodoro, e un forte odore di tè. Finestre troppo alte, affacciate su niente. Si poteva dire: io insegno, e sentire melodie inudite e vedere forme bianche rincorrersi sotto fronte scure.”
Poco prima, Stephanie aveva letto alle studentesse e discusso con loro della poesia di Keats, “A un’urna greca”, e svuotando volontariamente la mente aveva evocato un’immagine e una sensazione ben più articolata, richiamata così: “melodie inudite e vedere forme bianche rincorrersi sotto fronte scure”. L’antitesi tra le due definizioni dell’insegnamento sono una fotografia cristallizzata della miseria esteriore e della ricchezza interiore che caratterizzano questo mestiere, oltre alla profonda intelligenza della giovane che le permette di comprendere e vivere la pienezza di tale contrasto. Grazie a questo breve paragrafo, apparentemente insignificante, il lettore sensibile può letteralmente entrare nel liceo di Blesford, percorrere il sentiero che conduce alla soglia dei Potter, calzare la pelle di Stephanie e scivolare poi negli altri, rimanendo discreto tanto quanto lo sono loro.
Vediamo all’aspetto “selvaggio” di questo romanzo: apparentemente, Frederica ne è l’artefice e l’oggetto esclusivo, anche se un gran numero di personaggi sono caratterizzati da una certa irruenza, come il padre, Bill Potter, il professore di Biologia Lucas Simmonds ed il vicario Daniel Orton. Questi gridano, sudano, si spostano con pesantezza, velocità, sono vistosi – per il colore dei capelli, per la stazza, per il vestito inconsueto indossato. Dominano e provocano eventi: sesso, amore, disamore, matrimonio, follia. Gli eventi generati si fanno problematici e si intorbidiscono: la signora Byatt descrive con perizia chirurgica l’allontanamento delle fanciulle e dei fanciulli dall’innocenza e dalla passiva accettazione dell’infanzia e della dipendenza dai genitori, dai sogni – belli o brutti che siano. Il lettore può invocare il bene per i propri eroi, ma è tutto vano e crudelmente conscio: niente avviene che non sia registrato, non una sola goccia di sudore si perde e mai per un attimo si sconfina con un mondo immaginato ed irreale. No, sta accadendo tutto, come è accaduto a noi, un tempo, ed è tanto incredibile che lo abbiamo voluto, deciso, accettato allora. Il senso di responsabilità e di coinvolgimento con sé stessi e con gli altri degli adolescenti esplode in noi come una memoria riproposta come è, originata dall’emotività dei fatti.
Per quanto tutto ciò possa sconvolgere, c’è qualcosa che sconvolge di più: la incommensurabile inglesità con cui tutto ciò viene vissuto.
La deflorazione, l’emorragia post-coitale, l’erezione, le mutande sono parole frequenti e tecniche: non c’è scandalo, né giudizio, hanno a che fare con ciò che accade, non con le persone. Eppure si tratta di una storia ambientata negli anni cinquanta! Le signore e le signorine consumano un tè a fine capitolo, a una pagina di distanza si consuma un rapporto sessuale. Per quanto qualcuno dei personaggi possa dimostrare una certa riluttanza, nessuno appare sconvolto. La tragedia finale – preannunciata fin dall’inizio – viene presentata più come un problema da risolvere che come un’occasione di disgusto, disgregazione ed infrangimento dei tabù più elementari. Se provo ad immaginare una situazione simile ambientata in Francia, in Spagna o in Italia… oh no, non è pensabile.
In conclusione: una storia inglese di figli partoriti da una maestosa regina inglese, le cui conseguenze materiali sono tanto enormi quanto un rinfresco di nozze rovinato da un padre cocciuto ma ben educato.

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