Jogging con il vichingo, puntata 1 #inedito

L’uomo camminava nervosamente avanti ed indietro, incrociando le braccia al petto e poi lasciandole andare, giù, lungo il corpo.
Pandarus, quello era il nome di suo padre, credeva.
Da bambino, aveva domandato a giorni alterni a sua madre chi fosse suo padre.
Altrettanto alterne erano state le risposte: all’inizio della settimana la donna sosteneva di non ricordarlo, mentre l’inattività del sabato la induceva a pronunciare quel nome, il suo, quello del figlio.
Pandarus aveva creduto, allora, di chiamarsi come suo padre.
Non era un nome del suo popolo, quello: Pandarus senior era un greco circonciso, nato e cresciuto per le contrade di Salonicco. Un giorno, quando era ormai nei suoi dieci anni, la madre indicò il padre di Pandarus con il dito, magnanima e commossa. Pandarus aveva stentato a riconoscersi in quell’ uomo lontano due angoli di strada, prematuramente invecchiato, foderato in una corazza di cuoio abbastanza resistente per contenere un immenso addome globoso.
La curiosità si placò: era Pandarus figlio di Pandarus, straniero con armatura di cuoio, indicato all’angolo di strada.
Nessun altro avrebbe potuto crederci, a parte lui stesso: tutti coloro che conosceva lo pensavano come il figlio del caso e di una prostituta. Fu un bambino impertinente e un giovane imperterrito: la famiglia gli era negata ma lui era convinto di conoscere la verità. Tuttavia, non la considerò mai ideale e se ne allontanò quando decise di vivere su una spiaggia e guadagnarsi da vivere pescando. Mandava cibo a sua madre, ogni tanto, per ripagarla della sincerità e dell’amore.
Erano passati molti anni: dalla sua città natale Salonicco, da sua madre, dalle domande sulla paternità e le risate del volgo.
Avevano riso di lui, certamente, vivi e morti.
Ne aveva visti tanti di perenni sorrisi di morte da dimenticarsi tutta la sofferenza delle frustate e delle dita torte, che avevano da tempo cancellato l’emozione del pensiero dei genitori.
Eppure, in quel momento, Pandarus stava letteralmente rinvangando il passato: si rivedeva mentre, poco più che quindicenne, stingeva tra le mani grassi e unti pesci, sceglieva il più piccolo per la madre. Riproduceva il gesto di gettare il dono nel suo povero cesto, l’offerta per quell’ossessiva bulimica che aveva invocato su lui molte maledizioni per la rovina della propria esistenza.
“Oh, mamma, mamma…”
Si toccò il cuore e sentì il vecchio astio, la curiosità insoddisfatta di sapere il motivo della scelta di un nome così diverso da quello degli altri bambini del quartiere. A quel tempo, il quartiere era come il suo cuore. Straniero, il sangue che vi scorreva lo raggelava, a causa di quel nome lungo e irto, italico.
Pandarus si apprestava staccarsene, una volta per tutte, a seppellire il nome con il corpo di un altro uomo. Quell’uomo non gli avrebbe dato un nome degno del pulcioso quartiere dove era nato, ma avrebbe fatto comunque al caso suo.
Pandarus, negli anni, era diventato un buon pescatore: aveva ideato un metodo sopraffino per distinguere il pesce buono da quello cattivo. Pessimista, non per scelta, buttava tutti a mare, vivi o morti, e proseguiva da sé. Quel corpo ai piedi della collina non era diverso dagli altri: odore di pesce, pelle di pesce, sguardo vacuo di pesce. Pandarus tuttavia desiderava rubargli il nome e l’identità, poi seppellirlo. Sarebbe diventato un pesce anche lui, ma vivo, e avrebbe nuotato nel mare del pericolo.
E di quel nome, quel suo nome che non sapeva di niente, cosa ne avrebbe fatto? L’ansia lo prese ed egli si lasciò tentare dalle lusinghe delle vecchie menzogne.
Come avrebbe potuto dimenticarlo, visto che era appartenuto a quello che lo aveva generato? Sua madre lo aveva pronunciato, con tenerezza o per rimprovero, doppiamente: verso suo padre e verso di lui.
Due generazioni si erano identificate con Pandarus ed il nome gli pesava, ora, visto che in un modo o nell’altro sarebbe finito lì, su quel colle, sepolto in una terra desertica.
Pandarus si era immaginato figlio di un mercante di vini, che era ricco possedeva schiavi.
Da giovane pescatore, divenne soldato per due volte. Tra le tenaglie con gli altri schiavi, aveva conosciuto l’amarezza della condizione ma non aveva rinunciato ad immaginare il piacere del padrone, specialmente di quello crudele.
Il fatto di non essere cresciuto tra i militari gli generava disprezzo e diffidenza per quel tipo di vita. Si era lasciato assorbire da loro soltanto per sfuggire al padrone troppo annoiato al quale era appartenuto.
Lo presero come recluta e Pandarus immaginò che sua madre avrebbe pianto nel vederlo partire, disonorandolo e disonorandosi. Codardo, lo avrebbero chiamato, figlio di una vite tagliata. Pandarus non si sentiva degno di tali accuse: lui non era figlio di una vite tagliata, era un figlio di puttana. Nessuno gli aveva insegnato quella regola per la quale sui campi di battaglia esistono soltanto uomini, senza alcuna possibilità di allegare spiegazioni: se erano vivi, dovevano soltanto difendersi, se erano morti, avevano cessato di farlo.
Non aveva saputo difendersi, eppure non era morto. Lo avevano scambiato per un popolano, forse per la sua magrezza: chi avrebbe potuto immaginare un tale scricciolo tenere un’arma e uno scudo. Pandarus udì le urla dei suoi compagni che lo avevano deriso, mentre venivano finiti. Tacque, finse d’esser sordo, ma continuò a sognarle per molti anni a venire. La prospettiva della vita da schiavo lo rese disperato: per questo, quando si presentò l’occasione, si arruolò nuovamente.
Quando si presentò, il comandante della guarnigione lo scambiò per un evaso e lo minacciò di morte, ma la disperazione ispirò a Pandarus una storia: raccontò al comandante di come era riuscito ad intrufolarsi e rubare segreti, di come aveva ucciso senza che nessuno lo vedesse e aveva aperto le porte delle città agli eserciti.
“Questi tuoi grandi crimini spiegano le tue ferite, greco.”
La spiegazione, l’accento, il rachitismo e la schiettezza nel parlare di nefandezze piacquero al comandante che lo prese con sé.
Pandarus non dovette fare altro che esaudire ciò che aveva semplicemente inventato: mise insieme l’altezzoso e menzognero cipiglio di sua madre, la camminata guardinga di quel vecchio misogino del suo presunto padre, il sorriso privo di denti del padrone di schiavi e l’abilità a pigliar pesci. Non era una recita: per la prima volta, li accoglieva tutti dentro di sé come se lui stesso fosse un quartiere nel quale le lingue, i passi e il sangue si incrociavano armoniosamente per le strade. Gli riuscì meglio di quello che avrebbe creduto e per lungo tempo. Potrei morire, si diceva, ma che importa? Non aveva casa né parenti e la sua storia personale si era già esaurita per eccessiva povertà di contenuti.
Il comandante conquistò gloria grazie ai servigi di Pandarus e ne fece uno dei suoi luogotenenti. In segreto, dapprima, poi apertamente. I soldati rispettavano il greco ed inventavano storie a loro volta. Tutta la vita di Pandarus era diventata una grande, epica fandonia.
Due settimane prima, il greco si era diretto con il comandante ed un piccolo drappello in un distretto pericoloso dell’impero, popolato da barbari nervosi ed affamati di terra, pecore, donne.
Il proposito del comandante era di inscenare un piccolo attentato a spese proprie e dei propri uomini: sterminare un capo e la sua scorta, chiamati a colloquio, ed accusarli di averli tratti in trappola.
Purtroppo, i topolini reagirono a quell’inganno che era stato ordito per custodirli per sempre sotto terra: le sorti si rivelarono a loro favore ed essi non restituirono il favore che era stato prestabilito per loro. Macellarono i corpi, si portarono via le teste e lasciarono il resto all’aria.
Pandarus cadde prematuramente dal cavallo imbizzarrito e venne colpito da una freccia infuocata. Il fuoco ferì il suo volto e il suo collo: il dolore lo accecava. Il comandante era caduto accanto a lui: Pandarus lo raccolse e si mise a correre. Nella baraonda che ne era esplosa, nessuno fece caso a loro.
Depose il comandante morente ai piedi di una collina. Lavò la sua fronte con una pezza imbevuta di acqua fangosa, presa da una pozzanghera. Si guardò riflesso, per un attimo: la freccia aveva scalfito la guancia e un taglio univa l’angolo della bocca all’attaccatura dell’orecchio. Il capelli si erano staccati dallo scalpo raggrinzito e ricadendo erano rimasti appiccicati alla ferita. Dall’occhio chiuso eruttava un siero denso e trasparente.
“Così brutto, eppure mia madre mi avrebbe scopato.” Si disse, caparbiamente consolando quel po’ di amor proprio che gli era rimasto.
Pandarus dormì presso il comandante mentre moriva e rimase al suo fianco una notte e una mattina. La sua faccia doleva ed egli invidiava quel gran capo per essersi tolto di mezzo con tutti i fastidi della loro professione.
Il sole di mezzogiorno del giorno dopo e un rumore di zoccoli di antilopi furono i messaggeri della sua più grande idea.
Soltanto io, si disse, conosco la sorte del generale. I barbari non ne hanno ritrovato il corpo ed egli risulta disperso. Lui e… Pandarus il greco, sulla cui fine di certo nessuno si interrogherà.
Scrutò attentamente il volto dell’uomo: non aveva pelle scura né bei lineamenti. Pochi capelli sormontavano una testa lucida e tonda. Occhi piccoli, bocca piccola, un naso tirato dalla vecchiaia. Pandarus gli assomigliava: aveva occhi e bocca di sua madre, minuscoli, e un naso tirato dagli stenti e dalla magrezza. In quanto ai capelli, quelli non erano più. La ferita, inoltre, rendeva l’esame del suo volto ancora più difficoltoso. Misurò il comandante con le mani: un poco più basso di lui, tuttavia avrebbe potuto mostrarsi ingobbito, viste le gravi ferite patite. L’uomo era vestito di tutto punto: armatura, scudo, vessillo, stemma. Soltanto l’elmo e la spada erano rimasti sul campo.
Che potesse lui, Pandarus, figlio di un abituale cliente di prostitute, due volte soldato e una volta schiavo, reclamare quelle insegne come sue?
A che pro concederle alla morte, perché si beffasse di un comandante che non la aveva mai temuta? Avrebbe potuto proseguire al suo posto e fare come lui e meglio di lui, ne era certo: conosceva la disperazione e mentiva per difendere la propria incolumità.
Pandarus parlò a voce alta come il comandante e il risultato gli sembrò compatibile con una truffa. Inoltre, l’uomo era sempre stato di poche parole e l’accaduto sarebbe stato un ulteriore motivo per parlar poco.
Pandarus aveva già deciso ma si aggirava sulla collina in preda ai rimorsi: già da tempo sapeva che non avrebbe messo al mondo figli per continuare una stirpe che di fortune ne aveva conosciute poche.
Ora, lo stava letteralmente gettando la vento, il suo nome, per diventare un altro: vestire i sui vestiti, abitare la sua casa, la sua tenda.
Avrebbe dovuto cambiare tutti i servitori, oh sì. Non avrebbe potuto rischiare che qualcuno di loro riconoscesse lo scambio.
Pandarus, alto, nervoso, pelato e ferito si preparava a vestire i panni del comandante e tornare a piedi a Costantinopoli.
Tuttavia, un evento inconsueto lo fermò: infine non si trattò né dell’attaccamento alla famiglia o al nome.
Pandarus incontrò un uomo.
O meglio, l’uomo venne verso di lui, mentre l’altro si contorceva nei pensieri sulla cima della collinetta.
Come aveva potuto fidarsi, di sé stesso, del tempo e di quella landa da rimanere tanto in vista in pieno sole? Che Dio gliela mandasse buona, visto che era stato tanto benevolo da mandargli compagnia.
Pandarus stentava a distinguerlo, tanto quello era pallido e biondo: si confondeva con i colori delle erbe secche e della polvere. Conservava un pugnale attaccato alla cintura: portò la mano all’impugnatura.
Lo sconosciuto si diresse ai piedi della collinetta, guardandolo fisso. Il greco si accorse che trasportava qualcosa: un corpo minuto, coperto di stracci, dai lunghi capelli biondi.
L’uomo biondo si inginocchiò a terra, sbarrando gli occhi e allungando le labbra, gettandogli una silenziosa preghiera. Scoprì il volto della bambina dagli stracci e sollevandola gliela mostrò. La piccola dormiva di un sonno innaturale: le palpebre pesanti e la bocca ricadevano verso il basso, come le braccia e le gambe. Il suo corpo era vuoto di acqua e cibo e pesava come piombo.
Lo straniero domandava pietà e aiuto allo straniero.
Il greco sospirò, alzò gli occhi al cielo, ma poi indicò all’altro il retro della collina, dove si trovava la pozzanghera.
“Attento, c’è un cadavere là dietro.”
Gli disse, ma da come lo sconosciuto si precipitò dall’altra parte intuì che non doveva comprendere la lingua. Scese la collinetta ed osservò il giovane uomo che cercava di fare bere l’acqua alla bambina. Fece scivolare poche gocce nella sua bocca fino a che quella non le mosse, mostrando un chiaro segno di vitalità.
Lo sconosciuto sorrise e voltò il capo verso Pindarus, piegandolo più volte. Lo stava ringraziando.
“If I were you, I wouldn’t look at her with such a pity. She is so hungry that she could eat you alive.”
Pandarus non rispose: non era abituato ad essere ringraziato da uomini della sua età.
Si avvicinò all’uomo e lo apostrofò con una frase nella lingua dei barbari che avevano avuto la meglio nello scontro.
L’altro non reagì, tuttavia Pandarus non si lasciò incantare: lui stesso era un gran mentitore, ma poteva esistere uno più bravo di lui. Si sedette in alto, sulla collinetta, ed osservò lo sconosciuto.
Era molto alto, più alto di tutti i soldati che aveva conosciuto in quegli anni. Le spalle erano proporzionatamente larghe, per la sua altezza. Le grandi mani sembravano contenere la bambina. I capelli biondi erano lunghi e avvolti in un intrico all’altezza del collo.
“Chi sei?”
Forse per l’intonazione interrogativa della voce di Pandarus, l’uomo si voltò.
Il greco osservò i suoi occhi grigi, sfuggenti come nuvole trasparenti.
“The first questioni is always identification. Well, brother, I cannot tell you who I am. Anyway, I can try to tell you what I want.”
Pandarus ascoltò il lungo sproloquio senza capire una parola. Tuttavia, non mosse un muscolo e proferì nuovamente, scandendo ogni parola.
“Chi-tu-essere-uomo-bianco?”
“I am looking for a relative. His father was a cousin of my father. His name is Johnsen, he lives in Costantinopoli.”
Disse. Indicò sé stesso e poi lontano.
“Me. Johnsen. Costantinopoli.”
Pandarus scosse la testa.
“Cosa vorrebbe dire? Chi sei? Da dove vieni?”
Lo sconosciuto scosse il capo a sua volta. Ripeté soltanto: Johnsen, Costantinopoli.
Pandarus si ricordò di una truppa di soldati scelti dai nomi strani e impronunciabili: pieni di consonanti.
Il loro alfabeto era incomprensibile e usavano scrivere brevi frasi su pietre, che Pandarus aveva visto infisse su una spiaggia, vicino alla città. Si spedivano i blocchi di pietra per miglia marine ed arrossivano quando ricevevano la commemorazione dedicata al cagnolino del proprio parente. Erano rossi, biondi, generalmente pallidi, avvinazzati, sempre accaldati, anche se dopo anni di permanenza come guardia dell’imperatore avevano finito per contaminarsi con i bizantini. Non conosceva il posto da dove provenivano, ma poteva rendersi conto facilmente che assomigliavano a quell’uomo e alla bambina che aveva di fronte.
“Vuoi andare a Costantinopoli? Lì ti aspettano i tuoi compari?”
L’altro ripeté nuovamente, Johnsen, Costantinopoli, Costantinopoli, Johnsen.
Pandarus pensò di nuovo al suo piano: doveva spogliare il comandante e seppellirlo. Il buon senso gli suggeriva di uccidere l’uomo. Tuttavia, non avrebbe potuto farlo mentre era sveglio, perché malgrado mostrasse segni di deperimento era più grosso di lui. E della bambina, che cosa ne avrebbe fatto?
No, li avrebbe portati con sé. Avrebbe seppellito il comandante durante la notte e l’altro non gli avrebbe chiesto niente, perché non ne era capace.

Mister Robert Smith, sedicente film-maker, chiuse il libro e sospirò. Aveva riletto il primo capitolo del bestseller senza alcuna speranza di rivalutarlo. Bussarono alla porta del suo ufficio ed egli si alzò ed andò ad aprire. Rimase impalato di fronte ai visitatori, sfoderando un professionale sorriso.
“Vi dà il benvenuto il miglior regista che questa merda poteva meritare.”

Sono pazzi questi barbari!

Sono pazzi questi barbari!

Licenza Creative Commons
Jogging con il vichingo, puntata 1 di Teresa Del Bianco è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://sulloscaffalesbagliato.wordpress.com/2014/11/27/jogging-con-il-vichingo-puntata-1-inedito/.

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