Corto è bello #editoriale

La mia domenica è lunga e casalinga, ma è anche l’unico giorno in cui mi concedo di acquistare il giornale. Solitamente questo succede quando non sto portando avanti la lettura di un romanzo: la lettura di Repubblica in versione domenicale – in particolare di quel malloppo di articoli etichettati come culturali – mi fa passare quelle tre-quattro ore mattutine in cui non ho ancora voglia di mettermi sui libri.

Questa domenica, ahimè, sono rimasta amaramente delusa: per i dieci anni della rubrica “La Domenica”, al posto di quelle fitte, opache paginate con illustrazioni acquarellate o a matita, mi sono ritrovata tre o quattro elenchi di articoli vecchi.

O meglio, i disegni acquarellati c’erano, ma mancavano gli articoli d’autore: al loro posto, una raccolta di dieci copertine de “La Domenica” di Repubblica, la classifica dei dieci fatti di attualità pubblicati dal giornale scelti da Roberto Saviano, dieci storie che hanno ispirato Alessandro Baricco. A seguire, dieci film, dieci dischi, dieci ricette. Di ognuna delle dieci era presente un estratto o un riassunto di lunghezza media di 17 righe.

Non sono un’amante ideologica della lunghezza, ma mi sono chiesta, piuttosto angustiata, cosa avesse spinto la redazione di Repubblica a valutare così poco la mia Domenica. Invece di accontentarci del disegno acquarellato di 10 candeline! Avevo voglia di articoli lunghi e non me li hanno concessi, pazienza.

Non credo che la lunghezza in letteratura stia passando di moda, come dimostrano i bestsellers che hanno permesso a George R.R. Martin, Dan Brown e Suzanne Collins di tenerci in scacco per ore e ore della nostra vita – i primi libri delle loro saghe contano rispettivamente 855, 512 e 370 pagine.

Quello che sta nascendo lo si potrebbe forse definire un nuovo genere, lo stesso che si guadagna accoliti su 20lines, twitter e altri social networks della cui esistenza non sono a conoscenza.

Quando mi iscrissi a twitter, scoprii che era usanza pubblicare poesie che non si prolungassero entro i canonici 140 caratteri, con hashtags come #sixwords, #haiku o #amwriting. Ne rimasi affascinata e mi cimentai nel componimento di poemi di brevissimo respiro, fino a stancarmi, visto che le mie creazioni perdevano i loro contorni nell’elenco dei milioni di tweet contrassegnati dallo stesso hashtag. 20lines mi ha offerto uno spazio più allettante per mettere alla prova la mia vena letteraria; cioè che mi ha spinto di più, all’inizio, a scrivere su 20lines era la possibilità di continuare storie altrui o invitare altri a continuare le proprie. Questo mi ricordava un gioco che facevo da bambina, in cui ogni amico scriveva una frase, mettendo a capo l’ultima parola, e piegava il foglio per nascondere ciò che aveva scritto a chi toccava il turno successivo. Quante risate! Purtroppo le risate non sono arrivate su 20lines, in quanto in pochissimi hanno continuato le mie storie e quasi nessuno ha risposto alle mie seconde puntate di incipit altrui. Non deve trattarsi del destino isolato delle mie pur indegne storie, visto che dopo alcuni mesi ho assistito ad una grande riforma del sito: l’inserimento della “storia individuale” con il limite di 240 caratteri anziché 20 righe.

Comunque, se è vero che i racconti scritti su 20lines e le poesie tweettate vengono letti, per curiosità, per commentare o per passare il tempo, il centro delle attività che si svolgono su queste piattaforme non è la trama o il messaggio, ma siamo noi. Esprimendo pubblicamente il nostro apprezzamento, diventando follower di un autore creiamo il nostro profilo: delineiamo i nostri interessi, gettiamo luce sulle nostre passioni, cerchiamo di farci riconoscere da chi è simile a noi – un potenziale contatto e follower.

Diciamocelo, tutto questo non può avvenire in una libreria, in un’edicola o in una biblioteca. Se avviene, certamente non con la stessa naturalezza ma pagando lo scotto dell’imbarazzo e della paura di fare la figura degli idioti.

Chi compra o prende in prestito il libro e il giornale sparisce dietro l’angolo ed affronta trame e personaggi accogliendoli nel suo spazio individuale. Posso essere disposta a farmi investire dall’enumerazione delle preferenze di Alessandro Baricco mentre spulcio il suo profilo su Facebook, non a piena pagina dentro a “La Domenica” di Repubblica. Ed alla fine è successo proprio quello che mi succede tutti i giorni sul social, ho esaminato la pagina con rapidi movimenti oculari e sono andata avanti. L’amaro in bocca rimane visto che Repubblica non è fornita di barra a scorrimento infinito con rigenerazione di nuovi contenuti: finisce e ti accorgi di quanto tempo e quanto spazio è andato sprecato per le banalità.

rep1

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