“Con il cuore a Kobane” #recensione

Specifiche tecnicheinternazc

Titolo originale: “Con il cuore a Kobane”
Lingua originale: Italiano
Anno di pubblicazione: 2015
Editore italiano: inserto gratuitamente distribuito con la rivista “Internazionale”
Colori disponibili: bianchetto (parete invecchiata)
Connettività: ghenga-style
Dimensioni:
Pagine: 44
Peso: piuma
Spessore: fazzoletto tempo
Copertina: sblescia
Espansione memoria: in avanti
Formato ebook: non ancora
Funzioni avanzate: una voce fuori dal blog

Oggi è una giornata particolare e questa è una recensione particolare – molto personale.

Non si può negare l’universalità del contenuto, tuttavia la finestra temporale nella quale è stato letto me l’ha reso molto intimo, a scapito dell’obbiettività del commento, probabilmente.

La premessa è breve: per me il tempo è una mesata, neologismo derivato dall’unione della parola “mese” e “pesata”. Non distinguo le settimane tra loro, visto che i giorni che le compongono costituiscono la cosiddetta “routine”, e non mi affatico a tenere il conto fino a quando non arriva quel weekend in cui scendo a casa. Nei tre giorni che seguono, entro ed esco da una condizione delicata, nella quale le mie percezioni di ingigantiscono. Sto parlando del viaggio, in treno, quel lungo viaggio che mi porta dal nord al centro. Il treno per me è una sorta di bolla mistica, nel quale una ragazza con le scarpe di Calvin Klein pesta pesta la tracolla del mio zaino e attraverso la stazione di Bologna in formazione con sessanta pendolari che trascinano un trolley – il rumore è quello di un jet, ma il movimento è simile a quello di uno stormo di uccelli migratori.

Mi è successo questo, mentre attraversavo l’appennino su un regionale animata dal suono di risate dalla prosodia familiare (toscane e cinesi): la collina nera si è appiattita su un cielo blu cobalto e mi sono sentita infinitamente rapita e triste. Mi sono chiesta, spontaneamente, come faccio ad affrontare questo, io, che non ho nulla dietro? La bellezza, la tristezza, la partenza, il tempo che passa, la distanza, la necessità: la mia immagine riflessa nel finestrino mentre il paesaggio va e va. Una domanda simile me la aveva posta mio padre, uomo sinceramente credente ed impegnato – termine in disuso: come fa la vostra generazione a fare le cose? Come è possibile che abbiate un fine?

Lui si riferiva alle scelte della vita: il lavoro, l’amore, la famiglia e noccioline di cip e ciop. Non mi ha dato propriamente della “senza dio”, ma in pratica è quello che sono: una senza una fede ben riposta. Non sono vuota, in quanto ho buttato la lattina di birra e quindi non mi sento senza birra.

Ho continuato a chiedermelo, mentre attraversavo la stazione di Bologna – sì, immaginatemi come una fighissima Katniss Everdeen che corre verso la foresta, vi prego.

Come faccio, io che non ho nulla dietro?

Fattostà che avevo qualcosa dietro, nello zainetto, schiacciato tra il computer e due quaderni, il fumetto di Zerocalcare, “Con il cuore a Kobane”. E l’ho sentito proprio, come quando sento le cose quando viaggio in treno, come ho sentito l’odore dell’hamburger quando qualcuno l’ha tirato fuori nello scompartimento, come la sigla di Peter Pan proveniente dal tablet della bambina seduta a quattro sedili di distanza.

Il fumetto è un reportage del viaggio di Zerocalcare sul confine turco-siriano tra i combattenti Curdi che difendono la città di Kobane dal gruppo Stato islamico (ho copiato il sottotitolo, ho giusto aggiunto “di Kobane”). Quando ho sentito della sua uscita, morivo dalla voglia di comprarlo e la mia tirchiaggine ha fatto maturare la voglia fino alla settimana successiva, quando è stata distribuita una provvidenziale ristampa. L’ho letto e ho riso all’andata. Mi sono portata dietro il pensiero al ritorno, quando ho percepito il vuoto alle mie spalle, “con quel terrore da ubriaco” a cui diamo il nome a memoria.

Quello che Zerocalcare disegna-racconta è l’incontro tra due realtà che si tengono un po’ a distanza, non si piacciono, un po’ per dispetto e un po’ per noia: la mia generazione e la realtà, il presente.

Non fanno altro che parlare degli ostacoli che si frappongono tra noi e il futuro, tra noi e quello che succede là fuori, al di là della porta della nostra cameretta.

Il monitor sopra alla mia testa, mostra una foto del Ponte Vecchio a Firenze e due belle ragazze, in posa, sorridenti: mi ricordano Greta e Vanessa ritratte a quella manifestazione, quando il loro “avere qualcosa dietro” è stato denigrato e superficializzato. Piuttosto beffardo, il trattamento che ci riservano: ci prendono in giro, Michele Serra scrive un libro su di noi e Baricco apre una scuola a pagamento per accendere la miccia di una creatività buona, forse, per partecipare a un reality o comparire in un programma su laeffe. E intanto, scrivono che neppure in Inghilterra ci vogliono più, che di commessi sorridenti che ti servono la hola hola hon la hannuccia horta horta ne hanno abbastanza.

E Kobane?

Io credo a quello che Zerocalcare ha scritto: che quei Curdi hanno parlato con lui, che si sono scambiati saluti e tè, che alla fine qualcuno ha detto grazie. Questa è roba più vera di tutta quella merda che ci disegnano addosso, a noi piccoli di periferia – periferia europea, italiana, cittadina. Questo filo invisibile che c’è è bello, perché fa sorridere ed avvicina. Non mi sento più la caricatura di me stessa, una puffetta cattiva appena fuggita dal castello di Gargamella.

Non andrò a Kobane e continuerò a fare la trottola per fare questo mio strano, ingiustificabile lavoro (la ricercatrice) e tante tante altre volte dovrò sforzarmi di mettere a fuoco “cosa ho dietro”, perché cazzo me ne sto qua e me ne vado di qua e di là.

E la risposta è proprio quella suggerita da Zerocalcare, quella che accomuna questi giovani così lontani che lottano con demoni dalla risposta pronta: è il cuore.

E’ l’unica giustificazione ragionevole per ogni viaggio, ogni contatto, visto che solo chi ha cuore è capace di compiere il bene con coraggio.

Buona domenica, e buon lunedì, di cuore (sperando che Nicholas Sparks non ci chieda il copyright).

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I miei coinquilini apprezzano le mie letture

 

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2 thoughts on ““Con il cuore a Kobane” #recensione

  1. Ricordo un film visto da bambino: 1945, una città tedesca in macerie un soldato torna a casa e cerca il suo professore, lo trova e gli chiede: “che cosa resta e che cosa ci attende”. Il professore risponde: “Dio”. Per me tutto comincia da lì

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