“Sabato”: una giornata non proprio qualunque, fra poesia e terrorismo islamico

Sabato

Specifiche tecniche

Titolo originale: “Saturday”
Autore: Ian McEwan
Lingua originale: inglese
Anno di pubblicazione: 2005
Editore italiano: Einaudi
Colori disponibili: blu, bianco
Pagine: 292
Copertina: flessibile
Formato ebook: disponibile
Funzioni avanzate: una giornata particolare

 

Immaginate una giornata che inizia con un aereo in fiamme che si abbatte sui tetti della vostra città e prosegue con un incidente stradale e una constatazione niente affatto amichevole. Immaginate che questa giornata particolare costituisca la trama di un romanzo: una giornataccia che il protagonista dovrà affrontare schivando i tiri mancini (e apparentemente slegati fra loro) che una sorte avversa sembra parargli contro, decisa a minacciare tutto ciò che ha di più caro. C’è di che far venire il mal di testa a Joyce.

Henry Perowne è un uomo fortunato. Ha una moglie che ama e che lo ama, una professione, quella del neurochirurgo, in cui eccelle, una bella casa e due figli amatissimi: Theo, promettente musicista blues, e Daisy, poetessa con tanto di laurea a Oxford. Questo giorno, questa giornata che tanto duramente lo metterà alla prova (ma Perowne ancora non lo sa), dovrebbe essere un giorno come tutti gli altri, e al tempo stesso un giorno molto speciale: oggi, infatti, Daisy tornerà da un soggiorno di 6 mesi a Parigi, fresca di pubblicazione del suo primo libro di poesie, e per l’occasione Perowne darà una cena a base di zuppa di pesce, alla quale è invitato anche John Grammaticus, suocero di Henry, nonno e mentore di Daisy, che anni prima aveva indirizzato verso la letteratura facendole leggere Jane Eyre. Da qualche anno, a causa di un litigio, Daisy e John non si parlano: questa cena dovrà suggellare la pace ritrovata e celebrare il successo letterario di Daisy e il suo ritorno in famiglia.

Sullo sfondo di quello che dovrebbe essere il sabato qualunque di un qualunque cittadino di Londra, si staglia minacciosa l’ombra della guerra in Iraq e del terrorismo islamico. C’è un aereo che si abbatte su Londra in fiamme, i piloti, pare, erano ceceni. C’è una manifestazione di massa contro la guerra che blocca il traffico londinese e devia le commissioni di Perowne.
Siamo nel 2003, Bush, con il benestare di Blair, sta per lanciare l’offensiva volta a rovesciare Saddam e a mettere le mani sull’arsenale di armi chimiche di cui non verrà mai appurata l’esistenza. Il resto è storia nota e, a più di dieci anni di distanza, leggere frasi come «Pensi che saremo più sicuri alla fine di tutto questo? Ci saremo fatti dei nemici convinti in tutto il mondo arabo. Sai quanti di quei giovani sbandati faranno la fila per diventare terroristi…» è come fare un passo indietro e fermarsi a riascoltare un monito caduto nel vuoto. In un periodo in cui la minaccia del terrorismo islamico sembra farsi ogni giorno più vicina e in cui i macellai dell’ISIS spargono il terrore da dietro una videocamera, i timori e le proteste di chi diceva che la guerra sarebbe stata un disastro appaiono come un triste presagio – e non è difficile intravedere dietro Baxter, l’antagonista tragico e patetico di questa vicenda, ragazzo di strada senza un futuro, l’ombra dei tanti sbandati che i terroristi plagiano e reclutano per imbracciare un kalashnikov in nome della guerra santa.

Oggi sappiamo cosa sarebbe accaduto due anni dopo, nel 2005, nella metropolitana di Londra. Sappiamo che quella che doveva essere una guerra lampo, la missione di pace che avrebbe esportato la democrazia, si è rivelata un fallimento colossale. Oggi lo sappiamo. Ma allora non sapevamo, anche se potevamo immaginare. E il libro non prende posizione: in linea con la tendenza del suo protagonista a soppesare tutti i lati e gli aspetti di una situazione, la questione morale relativa alla guerra rimane aperta e agli argomenti (validi) che Daisy elenca contro l’ipotesi di un’invasione, Perowne oppone argomenti in sé altrettanto reali e validi e un atteggiamento conciliante che non fa che esasperare la figlia: Saddam è pur sempre un dittatore sanguinario, che si è macchiato di crimini orrendi, e Miri Taleb, un docente di Storia antica iracheno che Perowne ha operato di aneurisma, lo sa per esperienza personale. Sul suo corpo porta ancora le cicatrici delle torture infertegli dalle forze dell’ordine irachene. Come mai in mezzo a quei due milioni di idealisti oggi non ho visto un solo striscione, un solo pugno alzato, una voce che si levasse contro Saddam? incalza Perowne discutendo con Daisy. Parallelamente, parlando con un collega americano favorevole all’invasione, Perowne finisce per prendere le parti dei contrari alla guerra. Non ci sono partiti presi, non ci sono soluzioni facili.
A sconcertare e irritare il protagonista è anche l’allegria, la leggerezza e la spensieratezza che accompagnano la manifestazione, e non manca di rinfacciarlo alla figlia: «Di genocidi e torture, di fosse comuni, apparati di sicurezza, e totalitarismi criminali, la generazione dell’i-Pod non vuole sentire parlare. Che niente venga a turbare il loro mondo di sballo da ecstasy, voli a prezzi stracciati e reality show. Ma succederà, se non facciamo niente. Voi pensate di essere tutti carini e gentili e innocenti, ma i fanatici religiosi vi odiano.»

Perowne, dopotutto, è un neurochirurgo, e da buon positivista che crede nella logica, nella scienza e nel ragionamento, certe velleità intellettuali le digerisce a fatica. Un uomo che cerchi di alleviare la sofferenza di menti difettose riparando cervelli è condannato a portare rispetto al mondo della materia, ai suoi limiti, e a ciò che è in grado di generare – nientemeno che la coscienza; nonostante le letture consigliate a cui instancabilmente lo sottopone la figlia, la letteratura lo lascia freddo e Perowne ne sospetta anche l’innata ed essenziale disonestà. Le frecciate a letterati e intellettuali non mancano, all’interno del libro:

Gli insegnanti che Daisy ha avuto all’università ritenevano superata e ridicola l’idea di progresso. […] I giovani intellettuali da quelle parti amano presentare la vita moderna come un susseguirsi di calamità. È la cifra del loro stile, il loro modo di mostrarsi intelligenti. Non sarebbe chic né serio annoverare la vittoria sulla varicella come parte della condizione moderna. O il recente diffondersi dei regimi democratici. […] Siamo nell’era delle apparecchiature strabilianti. Telefoni portatili poco più voluminosi di un orecchio. Vaste biblioteche musicali contenute dentro un oggetto grande come la mano di un bambino. Macchine fotografiche in grado di inviare istantanee in giro per il mondo. […] Per la verità, tutte le persone che Henry sta superando lungo questa traversa senza pretese sembrano abbastanza soddisfatte, non meno di lui, insomma. Ma per i professori universitari, per gli umanisti in genere, la disperazione si presta di più allo studio analitico: la contentezza è un osso più duro, invece.

Paradossale, dunque, che proprio questo racconto che passa attraverso gli occhi di un razionalista senza particolare passione per la poesia si risolva in una celebrazione del potere salvifico dell’arte e della letteratura, che si riveleranno un argine inaspettato contro la violenza, un canto miracoloso paragonabile a quello di Orfeo, in grado di ammansire anche le belve più cieche e brutali.

Scorre così questo strano sabato londinese, sul filo dei pensieri di Perowne e della sua narrazione asciutta, ipnotica, precisa, appunto, come il bisturi di un chirurgo; ammaliante nella sua chiarezza e nella plasticità delle sue descrizioni anche quando si addentra in campi oscuri e specialistici come quelli della chirurgia o delle regole dello squash, disarmante nella sua onestà intellettuale e nella vastità del suo pensiero. Entro i limiti delle unità classiche di luogo, tempo e azione, i fili dell’intreccio sembrano perdersi per poi riannodarsi nel confronto finale, tracciando così una sorta di tragedia domestica sullo sfondo di eventi mondiali che hanno cambiato per sempre il nostro modo di vivere, in un’ottica apocalittica che fa sentire tutti meno al sicuro.

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