La Grande Guerra e noialtri #editoriale

Non sono persona da citazioni – e nemmeno da commemorazioni. Quando mi capita di citare, chiacchierando, virgoletto, faccio così con le dita, come a voler esorcizzare quell’altro attraverso il quale mi sto esprimendo. Le commemorazioni: fosse per me le virgoletterei.

Virgoletterei le bandiere, le fotografie, i volti, come faccio con la frase di quell’artista che ora io cito, virgolettandola: “ceci n’è pas une pipe”.

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Nel 2015, agli infissi sono apparsi gli stendardi grigi-guernica e verde-militare su cui campeggiano le cifre: 1915-2015. Cento anni sono passati dalla Grande Guerra, altresì detta Prima Guerra Mondiale, guerra di trincea, guerra fratricida, guerra di montagna.

Cento anni sono un’infinità, anche se confrontando la data a quella di eventi che percepiamo come più vicini a noi, ci dovremmo sorprendere del divario tra la guerra e questi ultimi: quindici anni dopo ci fu la prima grande crisi economica mondiale, ventiquattro anni dopo Hitler invase la Polonia, trent’anni dopo gli americani lanciarono la bomba atomica su due città Giapponesi, quarant’anni dopo i Beatles erano un fenomeno musicale mondiale. La cosa strana è che la Belle Epoque, con i suoi ricordi luccicanti e le illustrazioni dei Café Chantant, appare in qualche modo più facile da immaginare, rispetto a questa guerra di fango che di fatto pose fine al benessere di quegli anni che ispirano i nostri abiti di Carnevale.

Tutti conoscono gli schieramenti che si scontrarono durante la seconda guerra mondiale: tedeschi, italiani e giapponesi contro americani, inglesi e russi. Quale cinefilo, potrebbe perfino conoscere i fatti dell’invasione giapponese della Cina, per il film di Bertolucci, mentre gli scontri nell’Oceano Pacifico tra americani e giapponesi sono conosciuti da tutti quelli che hanno visto uno dei due film che di svolgono nell’isola di Iwo Jima.

Non si può dire la stessa cosa della prima guerra mondiale: se perfino il dittatore Mussolini è difficile da collocare sulla linea di tempo per un italiano, figuriamoci il Kaiser Franz Josef – il marito di Sissi. Chi stava con chi? I tedeschi con chi erano alleati? E gli inglesi entrarono mai in guerra? Ma la Russia?

Devo ammettere di conservare pochi ricordi: la prima guerra mondiale confonde i professori. L’unica informazione che ho davvero acquisito a quell’epoca, è stato che la carica della cavalleria ed il tipo di combattimento che era stato usato per secoli passò di moda. Così, la trincea.

Le celebrazioni e le commemorazioni sono servite a poco. Il nonno di mio nonno fu soldato durante la prima guerra mondiale ma non avrei saputo indovinare su quale fronte (neppure lontanamente) se non fino a circa due anni fa.

Quando ho deciso di leggere qualcosa sulla prima guerra mondiale, sono partita con l’autore sbagliato. La mia lettura di “Viaggio al termine della notte” di Celine non ha superato le trenta pagine. Non ho cavato niente da quello stile infranto, quelle frasi spolpate, se non un grande dispiacere.

In seguito sono approdata a Joseph Roth – alla Marcia di Radeskij e alla Tomba dei Cappuccini – e quello che ho scoperto è un altro mondo. Un mondo reale fatto di persone diverse da me e da quelli che hanno vissuto negli ultimi cento anni. I giovani di Roth si infrangono sul fronte della Grande Guerra, tornano a casa e non ritrovano quei valori, quelle regole ed istituzioni nelle quali erano nati. La politica, il razzismo, il commercio diventano triviali ed incontrollabili. I nobili di Roth sono completamente sprovveduti e disattenti: non sanno pensare, spendere, amministrare e stringere rapporti di intimità.

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La loro istituzione non serve più ed essi si estinguono senza alcuna poesia. Le città, mutate di aspetto, non offrono appiglio ai giovani che si ritrovano bastardi in una terra che è diventata indifferente: il calderone etnico dell’impero Austro-Ungarico si è disciolto e una geografia millenaria ha cessato semplicemente di esistere. Roth e la sua coscienza, disorientata, scrive per le strade di un’Europa la cui repentina modernità schiaccia coloro che erano andati alla guerra per il volere di uomini e stati che non sono più niente.

L’etichetta di tragedia è più esplicitamente dichiarata da Irene Nemirovski ne I falò d’autunno. La Nemirovski è giunta recentemente alla ribalta, a una settantina d’anni dalla sua fine, per Suite Francese, affresco collettivo sull’occupazione nazista della Franca durante la Seconda Guerra Mondiale. I Falò d’Autunno ne costituisce quasi l’antecedente: la vita delle donne e degli uomini è determinata fatalmente dagli eventi della Grande Guerra.

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Un giovane viene cancellato da un’esplosione durante un salvataggio che altrimenti lo avrebbe reso un eroe, la moglie di innamora e si risposta con un ex-soldato disinnamorato della vita, il quale colleziona un errore dopo l’altro. Riacquistando la propria umanità, l’unico sentimento che conosce è la sofferenza. Interessante è anche la denuncia dell’autrice nei confronti del governo francese, i cui collaboratori, ormai animati soltanto dalla foga di guadagno, sarebbero i veri responsabili dell’inadeguatezza dell’esercito nel contrastare i nazisti trent’anni dopo.

Recentemente è arrivato Hemingway: non è un peccato non aver mai letto niente scritto da quest’uomo che, dicono, fosse così simpatico?

Addio alle armi mi sembrava un titolo strano: eppure è di questo che racconta. Di una ferita, di una ritirata, di un lungo addio. La narrazione asciutta di Hemingway è cinematografica ed in qualche modo ricorda il taglio dei romanzi di Joseph Roth ed Irene Nemirovski: ogni parola è data, che sia farfalla o sia mitragliatrice. Il protagonista di Addio alle armi narra dell’uomo reso sterile dalla guerra.

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Quegli amici e compagni che non vedrà più, quell’uniforme stracciata, quel paese da cui fuggire e la morte senza funerale. L’addio che ne consegue è paradossale, tardivo: l’uomo cerca di accomiatarsi da ciò che è già mutato in una statua di pietra.

Ci sono poche formalità da imparare da questi libri, che non sono commemorazioni, ma racconti di persone che cento anni fa erano vive. Tuttavia, a volte il racconto è così orribile che è necessario fermarsi per fare una pausa. Se c’è un senso nel leggere questi libri, forse è nel cercare di immaginare come stanno quelli che oggi stanno vivendo situazioni simili, penso a chi è rimasto senza punti di riferimento in Ucraina, Medio Oriente, circondato da fronti di combattimento. Buonista? Vorrei che si dicesse “naturale”.

 

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