La Resistenza

Cara nonna, sono una bambocciona.
La tua bambocciona, quella che ti chiedeva di ripetere quella poesia che mi avevi insegnato – di Pascoli, che parlava di una rondine e di un uomo che non tornarono mai al nido dove li attendevano.
Te lo chiedevo, senza capire perché la sapevi così bene. Buon 25 Aprile.


Marzia aveva vissuto un solo grande spostamento nella sua vita. Camminando, contava i passi del secondo. Le dita premevano all’interno delle punte delle scarpe leggere, strette nella stoffa, come sassolini. Procedeva meccanicamente, con le braccia dietro alla schiena, dondolandosi e a testa china. Le erano passate accanto un po’ di persone, qualcuno con i bambini sulle spalle e molte sporte, un carretto trainato da un asino, perfino un cavallo e una bicicletta. Non alzava la testa per guardare nessuno: rivolgeva l’attenzione alle scarpette basse di tela nera, che impolverandosi stavano diventando grigie e chiare. Procedevano lentamente, occupando metà della strada. Il fratellino di Marzia falciava la strada con le gambe lunghe e magre, aprendo e chiudendo le ginocchia minuscolo come una forbice. Marzia gli dava il passo, aprendo la fila, e lui non si azzardava a non seguire la linea che ella tracciava sulla strada biancastra.

La testa della ragazza scottava: i capelli neri e raccolti sulla nuca assorbivano la luce ed il sudore. Una volta a casa, li avrebbe tagliati. Aveva un faccia piccola, con minuscole sopracciglia, naso e bocca, soltanto gli occhi erano grandi. Le guance rotonde le davano un’aria allegra e furba, di quelle che vedi raffigurate sui cartelloni pubblicitari, accanto ai biscotti.

Dietro a Marzia ed Emilio, tutte donne seguivano, a parte un vecchio, che sedeva rigido e con il bastone in mano sul carretto. Sul carro stavano molte cose, scatole, pentole, coperte, fagotti e un grande armadio. Quello che aveva sistemato l’armadio per loro aveva fornito anche il carretto, aveva predisposto tutto. Avrebbe potuto accompagnarle, tuttavia non lo aveva chiesto, perché conosceva quelle donne e sapeva della loro fierezza.

Tutto il gruppo era in silenzio. Soltanto a volte, Emilio ed il vecchio sospiravano, ma senza farsi eco, più con l’aria di chi non sa proprio che fare.

Settembre era al termine e tutt’intorno nella campagna si cominciavano a vedere macchie gialle e rosse. Le viti diventavano scure ma l’aria del pomeriggio era ancora calda.

Ecco un altro che passa in bicicletta: sfrecciò accanto a Marzia scampanellando e lei incrociò le braccia. L’aria che si lasciò dietro le trasmise un senso di vuoto. Cercò di pensare a qualcosa: alle elementari non le avevano insegnato una poesia o una filastrocca per ogni mese?

Recitò, a voce bassa: Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ripeté la prima frase, prima che la seconda le tornasse alla mente. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare.

La sua voce si fece roca e non continuò. Stavano andando verso il mare: prima di andare sulle colline, non si era mai resa conto della distanza. Poi lo aveva visto dall’alto e da lontano come un muro dipinto . Le barche, insignificanti, si muovevano lentamente senza ondeggiare. Quanto potevano essersi allontanati dal mare? Eppure sentiva come se si fossero addentrati in una zona proibita, senza ritorno, e che il mare si trovasse al di là del confine dell’immaginazione. Marzia si voltò a guardarli: Emilio, il nonno seduto sul carretto, sua moglie, sua figlia, la nuora, che era la madre di Marzia, e la zia. Vanno verso il mare. Andiamo verso il mare.

La zia agitò una mano, visto che Marzia si era voltata. Emilio corse verso di lei, saltando. La zia gli disse qualcosa ed allungò il passo. Dopo pochi istanti, Emilio fu di fianco e Marzia e le disse di aspettare la zia. Marzia si fermò, mentre il fratello zompava da un sasso all’altro poco più avanti, allargando le braccia. La zia strinse leggermente il braccio di Marzia e la sospinse, guardando in avanti.

Era una donna alta e secca, ma muscolosa. Non sapendo che cosa dirle, le recitò quel verso, quello che non riusciva più a togliersi dalla mente. La zia Viviana annuì, stringendo le labbra.

“Sì, è proprio così. Torniamo, e ci sarà un bel lavoro da fare.”

Portava le maniche arrotolate attorno ai gomiti. Le braccia erano forti come le gambe bianche. Sembrava pronta a mettersi a lavorare da un momento all’altro.

“Zia, devo essere contenta?”

Viviana non rispose, come se ci stesse pensando. Poi la guardò, aprì la bocca ed assunse quell’espressione di sorpresa, mista a divertimento, che usava invece di esclamare a voce alta.

“Prima che tu nascessi, ci fu un grande incendio in città. Ogni cosa andò distrutta, lo sai, a quel tempo avevamo costruito tutto di legno. Era più comodo, potevamo smontare e sostituire i pavimenti e le pareti a nostro piacimento. I ristoranti ed i caffè cambiavano forma ad ogni estate, fino a che non bruciò tutto. Il giorno seguente, si vedeva bene il mare dal viale, come se non ci fosse stato mai niente tra la spiaggia e le nostre case. Era molto bello, ma nessuno era felice. Tuttavia, quando ricostruimmo e riprendemmo a lavorare, fummo felici di nuovo. Ci piacque, il passato era passato.”

“Ci sarà ancora la nostra casa, e il bagno? E il bar?”

“Penso di sì. Ci sarà da fare un bel lavoro, ma presto sarà tutto pulito e funzionante. Non vedo l’ora di entrare in casa e mettere seduti il nonno e la nonna. Così voi giovani sarete liberi di mettere a posto quello che c’è da mettere a posto.”

“Ma come faremo a sapere che cosa dobbiamo fare?”

“Tutto sarà diverso Marzia, ma quello che abbiamo ci basterà per andare avanti. Dovrai soltanto aiutare tua mamma e tua zia. E riprendere a studiare, quando sarà il momento. Non ti devi preoccupare d’altro. Non ci saranno più bombe né allarmi aerei. Non ci saranno più tedeschi.”

L’ultima parola la disse piano. Forse si era pentita di averla pronunciata. Marzia ce la ebbe con lei per quel suo aspetto forte e sano, quasi sereno. Avrebbe voluto che piangesse, si lamentasse. Aveva pianto tanto e sapeva che quella era la cosa giusta, che la avrebbe fatta sentir meglio.

“Non ci sarà più il papà.”

Parlò come una macchina, una parola per ogni passo. Viviana tolse la mano da lei ed annodò le dita. Marzia vide che sudava.

“Non ci sarà più il papà, e nemmeno Antonio, il tuo nipote preferito.”

Avrebbe voluto piangere e sentirsi affranta, ma si sentì soltanto crudele. Viviana si massaggiò i capelli sulle tempie e quelli si appiccicarono alla pelle.

Erano arrivati ad un incrocio. Emilio si fermò per far passare una camionetta, che passò di fronte a loro lentamente. Dietro, seguivano alcuni soldati americani, seguiti da prigionieri scortati da altri. I prigionieri tedeschi erano in camicia, pantaloni e cintura. Camminavano uno dietro l’altro senza guardarsi, senza muovere le braccia ma con le teste pesanti che ondeggiavano. Emilio mimò una marcia rimanendo fermo ed indirizzò un plateale saluto militare all’intera colonna.

In quel momento Marzia e Viviana udirono un grido provenire dalle loro spalle.

“Porci, canaglie!”

Si voltarono e videro la vecchia, la madre di Viviana, che correva con le mani in avanti, chiuse a pugno, e urlava a squarcia gola. Si fermarono e la guardarono mentre le superava. La donna si fermò e raccolse un sasso, lo scagliò a poca distanza con un grido. Emilio si tolse dalla strada e si accovacciò sull’erba, abbracciandosi le gambe.

La vecchia riprese a correre, mentre le altre donne, quelle che erano rimaste al carretto, cominciavano a chiamarla. La donna si fermò a poca distanza dalla colonna di soldati e agitò le braccia verso i prigionieri.

“Canaglie, maledetti! Assassini! Siete stati voi! Mio figlio! E il mio Antonino! Porci assassini!”

I prigionieri e i soldati non si fermarono, qualcuno di loro le tirò un’occhiata. La donna prese due sassi in entrambe le mani e li scagliò in avanti. Uno piombò accanto al piede di un prigioniero, che si sbilanciò un poco e continuò a camminare.

Marzia era rimasta impietrita e Viviana si animò soltanto quando le altre donne le furono accanto, allora corsero tutte insieme verso la vecchia. Le impedirono di prendere altri sassi e cercarono di riportarla indietro, ma quella si divincolava.

Marzia si voltò verso il carretto, dove era rimasto soltanto il nonno, e corse verso di quello. Lo aggirò e salì sopra, accanto all’armadio. I suoi occhi non potevano staccarsi da quello: lì stavano, suo padre e suo cugino Antonino, nell’armadio. Suo padre aveva una pallottola nella schiena, suo cugino più colpi in corpo. I tedeschi avevano detto agli uomini di allontanarsi, che erano stati liberati. Tutti si erano voltati per andarsene, Antonino era corso via come un cavallo, così era stato colpito alla gamba ed era rimasto a terra sanguinante. Avevano dovuto finirlo, tra gli ulivi.

Marzia sentì il pianto del nonno ma non ci badò. Le donne gridavano, avanti, ma lei rimase fissa a guardare l’armadio, fino a quando non udì una voce sconosciuta che la chiamava.

Un uomo stava presso il carro e le chiedeva se andava tutto bene. Poi posò una mano sul ginocchio del vecchio e gli disse di farsi coraggio. Marzia si accorse che molta gente si era raccolta attorno alle sue zie, a sua madre e a sua nonna. Tutti cercavano di calmarle: c’era qualcuno del vicinato, qualcuno che aveva un banco al mercato, qualcun altro che veniva sempre al bar o salutava per strada. Di fianco al carro si erano fermati perfino due americani.

Chiesero all’uomo cosa era successo, e lui gli disse che quelle donne tornavano a casa con due morti, che erano stati fucilati pochi giorni prima per un rastrellamento. Marzia riconobbe una bestemmia sibilata in un’altra lingua, che rimbalzava tra gli americani.

I due alzarono il capo verso di lei: se ne stava in piedi accanto all’armadio, impietrita.

Loro la guardarono tristemente, quindi aprirono la borsa e misero alcune cose nel carro, di fronte a Marzia: un pacchetto di sigarette, una tavoletta di cioccolato, una scatoletta di alluminio.

Uno dei due indicò Marzia, poi le donne poco lontane.

“Eroi. Italiani eroi. Papà eroe.”

Marzia scosse il capo: che confusione. Italiani canaglia. Italiani eroi. Stava male perché nella confusione e nella sofferenza si sentiva incrollabile. Ora e sempre.


Il 4 settembre 1944, 45 persone furono uccise dai Nazisti a Camaiore (Lucca, Toscana), 35 in località Pioppeti e 10 in località Pieve (o Rosi). Tra queste, vi erano il padre di mia nonna, di 42 anni, e suo cugino, di 16. Camaiore fu liberata il 17 settembre 1944.

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