Studiare letteratura: roba da donne? #noialtri

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By Eliza

TRIGGER WARNING: questo articolo contiene riferimenti alla teoria del giender!!1!1

Astenersi deboli di cuore.

Quando, ormai molti (troppi) anni fa, dopo l’esame di maturità, venne il momento di decidere quale facoltà scegliere per il mio futuro percorso accademico, avevo molte idee confuse, ma una sola ben chiara e definita: non sarebbe stato niente di scientifico.
matilda
Fin da bambina mi ero distinta per la mia natura sognatrice e fantasiosa. Divoravo libri uno dietro l’altro, passavo ore davanti alla vecchia macchina da scrivere di mio nonno inventando storie e fiabe e non amavo particolarmente dover tenere i piedi per terra. La mia testa fluttuava continuamente in un empireo popolato dalle mie fantasie infantili e dai personaggi dei libri che amavo, un paradiso tutto mio dal quale venivo bruscamente richiamata quando la realtà mi si parava davanti e io ero troppo impegnata a fantasticare per notarne l’incombere minaccioso – una volta sotto forma di un palo, l’incontro con il quale fu particolarmente doloroso.

Fu quasi inevitabile per me, nell’iniziare la scuola elementare, decidere con una certa risolutezza che avrei passato il resto della mia vita ad amare materie come italiano o educazione artistica e odiare la matematica, cosa che mi impegnai a fare sin dal primo problema di matematica (“Luca e Mara hanno 5 mele. Se Luca ne mangia 2, quante mele rimangono a Mara?”).
Questa mia ferma risoluzione fu stimolata dal fondamentale apporto di una disastrosa serie di insegnanti che, dalle medie in poi e con rarissime eccezioni, fecero sì che la matematica e, successivamente, la fisica, diventassero per me bestie nere e materie mortalmente noiose e aride.
Si può dunque immaginare l’euforia con cui conclusi la mia ultima interrogazione di fisica: da quel momento in poi, ufficialmente, non avrei mai più dovuto avere a che fare con niente di anche solo vagamente matematico!

Con gli anni ho fatto pace con le materie scientifiche, tanto che ultimamente mi sono dedicata alla lettura di un saggio divulgativo di fisica. Se l’avessero raccontato alla me stessa di otto anni fa, non ci avrebbe mai creduto! Fatto sta che, otto anni fa, dopo la maturità e ancora provata da anni di lotte contro la matematica e la fisica, scelsi la triennale in Lettere e iniziai il mio percorso di studi (che allora non immaginavo sarebbe stato accidentato e faticoso quanto poi si è rivelato essere).

Fin qui tutto bene, giusto? Avevo scelto di assecondare la mia natura, giusto? Avevo scelto un campo di studi che mi interessava, giusto?
Più o meno.

Tralasciando il fatto che, per motivi che non starò a elencare, ho finito per odiare il corso di laurea in Lettere, ma che fortunatamente sta andando molto meglio con la specialistica in Traduzione, in tutti questi anni di studi umanistico-linguistici un tarlo ha continuato a tormentarmi, ossia il pensiero di aver scelto un percorso di studi “tipicamente femminile”.

Questo senso di inadeguatezza, di dover continuamente dimostrare qualcosa, mi accompagna in molti momenti e aspetti della mia vita: quando guido e mi sento in dovere di dimostrare che so guidare bene, perché se sbagliassi un parcheggio in retromarcia o ingranassi la marcia sbagliata sarebbe perché sono una ragazza e “donna al volante, pericolo costante”; quando devo aprire un barattolo o montare un mobile Ikea e non voglio dare segni di cedimento o di fatica perché non mi va di veder arrivare l’uomo del momento che prenda il mio posto dicendo “Donna, lascia fare a me”; quando in situazioni di crisi e/o sconforto, sento le lacrime salire gli occhi (piango per i motivi più svariati, dalla tristezza alla rabbia, dallo stress alla gioia) e cerco di ricacciarle indietro perché non vorrei che qualcuno pensasse di imputarle a sbalzi ormonali o anche al ciclo mestruale, che è sempre molto comodo additare a giustificazione dei malumori femminili.

Stesso discorso per il campo di studi che avevo scelto: lo avevo intrapreso perché, per un motivo o per un altro, era quello che mi interessava, o lo avevo scelto perché “è una facoltà da donne”? Cosa vuol dire una facoltà da donne? Forse che è frequentata per la maggioranza da donne? E perché è frequentata per la maggioranza da donne? Effettivamente, i miei compagni di classe, per la maggior parte, erano e sono donne. Avevo fatto la scelta più facile? Sono solo un altro numero in una statistica?

Il disagio aumentava ogni volta che mi veniva fatta la fatidica domanda “E tu cosa studi all’università?”, specie se a farmela era un uomo.  “Faccio lettere…”, “Studio traduzione…” e il sorrisino di circostanza sul volto dell’interlocutore o a volte delle battutine sarcastiche mi facevano sprofondare. Certo, dire “studio lettere” non suona figo quanto “studio medicina” o “ingegneria aerospaziale” e questo vale per tutti, uomini e donne. Probabilmente la prima cosa che la maggior parte della gente pensa è “Non troverà mai lavoro” o “Che facoltà inutile”, anche se la risposta “Studio lettere/traduzione/filosofia” viene da un uomo. Nel mio caso, però, sentivo che, oltre a tutto questo, pesasse anche il fatto che io sono una ragazza e che, in quanto tale, era naturale che avessi scelto quel campo di studi. Qualche volta me lo sono pure sentito dire apertamente: “Be’, sei una ragazza, che te lo chiedo a fare?” Eh sì, del resto cos’altro potrebbe scegliere una femmina? Carina lei, gioca a fare la letterata. Pat pat.

Purtroppo l’idea che esistano “facoltà da uomini” e “facoltà da donne” è ancora dura a morire, tant’è che mi è pure toccato sentirlo dire da donne che si proclamano femministe e orgogliose del loro essere donna. Secondo questa visione del mondo, uomo e donna hanno, in quanto tali, attitudini e capacità diverse – gli uomini scientifiche e pratiche, le donne letterarie e artistiche – e il peso dei condizionamenti sociali, dell’educazione, delle aspettative e dei ruoli che vengono imposti all’individuo fin dalla più tenera età non conta niente (a questo proposito segnalo un interessante articolo realizzato da un gruppo di studiose della Sapienza). Il che non è altro che una versione un po’ diversa e condita con psicologia spicciola alla Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere del vecchio adagio: l’uomo è predatore, cacciatore, quello che porta i soldi a casa, la donna è moglie e madre, l’angelo del focolare.
Sì, perché è risaputo che Samantha Cristoforetti è arrivata dove è arrivata scrivendo poesie e traducendo versioni dal latino, vero? Ma no, certo, obiettano i sostenitori delle facoltà al femminile, ovviamente esistono eccezioni a questo paradigma, donne che eccellono in campo scientifico e uomini che si affermano negli studi umanistici, ma queste sono, appunto eccezioni, se non scherzi della natura. Difatti la Cristoforetti, con quel taglio corto e neanche un filo di trucco, non ci ha mai convinto troppo come donna (giuro che ho letto commenti di questo tenore. Lo giuro).

Ma al di là di luoghi comuni fasulli e fuorvianti che vorrebbero tutte le donne creature delicate e sensibili intente a declamare poesie d’amore e intrecciare fiori e gli uomini decisi e impavidi esploratori del mondo e della scienza, il problema che mi preme principalmente è un altro, ossia la svalutazione delle facoltà umanistiche in quanto, appunto, facoltà “femminili”, inutili, improduttive, astratte. Aria fritta, insomma. Proprio quello che si addice al cervello femminile.
Io stessa l’ho pensato molte volte, frustrata da ore di studio e da saggi critici totalmente incomprensibili che mi facevano sorgere il dubbio che l’autore stesse scrivendo cose a caso per riempire spazio: aria fritta! Basta fondi alla ricerca umanistica! A che cavolo mi servono queste cose? Così come durante le infruttuose ricerche di lavoro finivo per pensare, esausta e scoraggiata che avrei dovuto studiare qualcos’altro, qualcosa di più remunerativo, come economia, medicina o ingegneria. Così avrei pure contribuito a debellare il luogo comune “facoltà umanistica = facoltà femminile”.

Dead Poets Society
Fortunatamente, qualche tempo fa un bell’articolo scritto dal professor Kevin J.H. Dettmar mi ha aiutato a ritrovare un po’ di senso in quello che faccio. Ed è paradossale che l’abbia fatto distruggendo Dead Poets Society (in italiano miseramente tradotto con L’attimo fuggente) uno dei film che ho amato di più (non a caso) durante la mia adolescenza.

La sostanza dell’articolo è: Dead Poets Society è un film fuorviante perché, attraverso la sua patina accattivante, fa passare la ricerca umanistica per quello che non è, ossia estasi e rapimento senza alcun ragionamento e riflessione critica. Si declamano poesie, ci si lascia trasportare dalla magia delle parole, dall’impeto del romanticismo, poco importa se quelle poesie si siano capite o meno nel loro messaggio autentico e nel loro giusto contesto. È l’ambito delle “sentimental humanities”, quelle che probabilmente fanno sorridere e arricciare il naso a tanti che le ritengono “facoltà da donne”, inutili e fini a se stesse, uno svago piacevole per mogliettine con velleità intellettuali. Questa è probabilmente l’idea che si ha, nell’opinione pubblica, degli studi umanistici ed è per questo che vengono considerati con tanta sufficienza. Dettmar lo spiega chiaramente e spiega anche quanto questa considerazione sia offensiva per gli studiosi dell’area umanistica:

“[…] poiché la poesia, nell’immaginario collettivo, è il regno del sentimento piuttosto che del ragionamento, e il simbolo stesso degli studi umanistici. Per capire quanto questo presupposto sia insensato e offensivo, proviamo a capovolgerlo. Immaginiamo cosa succederebbe se improvvisamente insistessimo sul fatto che i professori di fisica stiano rovinando la bellezza e il mistero e le meraviglie del mondo della natura obbligando gli studenti a memorizzare equazioni. O se chiedessimo al dipartimento di scienze politiche di sospendere i corsi di teoria politica.”

Non ci avevamo mai pensato, vero? Non avevamo mai immaginato che gli studi umanistici – lettere, lingue, filosofia, storia – fossero materie scientifiche non negli argomenti bensì nei metodi e nei princìpi applicati alla ricerca, vero? Non sospettavamo che gli studenti che escono da facoltà umanistiche – quelli almeno che non passano gli anni universitari a vivere di rendita a suon di 18 politici – avessero un’effettiva preparazione, delle competenze, giusto?

E invece, sorpresa sorpresa, è così. Studiare lettere o lingue o filosofia comporta duro lavoro, studio di tomi su tomi, memoria, capacità di ragionamento critico, di creare collegamenti che nessuno ti ha spiegato, di spaziare su un ventaglio ampio di discipline e competenze (antropologia, psicologia, storia, perfino l’anatomia umana!). Ad esempio, vi dice nulla la parola “linguistica”? Indica “la disciplina scientifica che studia il linguaggio umano (inteso come la capacità dell’uomo di comunicare) e le sue manifestazioni (le lingue parlate nel mondo)”. Scientifica. E in quanti sanno cosa sia la filologia? In quanti sanno che comporta un tipo di ricerca di stampo quasi “archeologico”, che comprende la ricostruzione dei testi antichi, la loro analisi comparativa, la capacità di collegare il testo al suo contesto storico e socio-culturale, di trarre deduzioni logiche da tutto questo insieme di dati e variabili?

Ma ciò che caratterizza e rende così complessi gli studi in campo umanistico è principalmente il confronto con l’alterità, da Dettmar così formulato:

“Il potere della letteratura è il potere dell’alterità, creare la possibilità di incontrare l’altro in una forma non facilmente recuperabile, non facilmente assimilabile al proprio io. Leggere bene la letteratura significa lasciarsi sfidare ed emergerne cambiati.”

Certo, la ricerca letteraria o filosofica o artistica probabilmente non daranno risultati concreti, soluzioni a problemi reali della nostra vita. Non sarà la ricerca umanistica a trovare una cura contro il cancro o forme di energia rinnovabili o la ricetta contro la crisi economica. Ma è proprio quest’idea ad aver impoverito tragicamente la cultura e l’istruzione negli ultimi anni, quest’idea utilitaristica dello studio secondo la quale si studia per ottenere un risvolto pratico, che con la cultura si debba mangiare. Non è così e non è mai stato così. La cultura, ci ricorda Stefano Bartezzaghi, è a-utile, un’industria no-profit che non nasce per servire a qualcosa, nasce per l’amore della cultura e del sapere in sé.

Da quando ho letto l’articolo di Dettmar, ho smesso di sentirmi in colpa o inadeguata, almeno sul versante dei miei studi: no, non ho scelto l’area umanistica perché sono una ragazza e la letteratura è roba da donne e no, non devo e non voglio sentirmi da meno per il fatto di aver studiato letteratura. Non ho scelto l’area umanistica perché sono donna, sono una donna che (si dà il caso) ha scelto l’area umanistica come campo dei suoi studi. E gli studi umanistici non valgono meno di studi scientifici, sono solo diversi. In ogni caso, altrettanto validi e rigorosi.

Umanist* di tutti i paesi, unitevi!

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