La Grande Guerra e noialtri #editoriale

La Grande Guerra e noialtri #editoriale

Non sono persona da citazioni – e nemmeno da commemorazioni. Quando mi capita di citare, chiacchierando, virgoletto, faccio così con le dita, come a voler esorcizzare quell’altro attraverso il quale mi sto esprimendo. Le commemorazioni: fosse per me le virgoletterei.

Virgoletterei le bandiere, le fotografie, i volti, come faccio con la frase di quell’artista che ora io cito, virgolettandola: “ceci n’è pas une pipe”.

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Nel 2015, agli infissi sono apparsi gli stendardi grigi-guernica e verde-militare su cui campeggiano le cifre: 1915-2015. Cento anni sono passati dalla Grande Guerra, altresì detta Prima Guerra Mondiale, guerra di trincea, guerra fratricida, guerra di montagna.

Cento anni sono un’infinità, anche se confrontando la data a quella di eventi che percepiamo come più vicini a noi, ci dovremmo sorprendere del divario tra la guerra e questi ultimi: quindici anni dopo ci fu la prima grande crisi economica mondiale, ventiquattro anni dopo Hitler invase la Polonia, trent’anni dopo gli americani lanciarono la bomba atomica su due città Giapponesi, quarant’anni dopo i Beatles erano un fenomeno musicale mondiale. La cosa strana è che la Belle Epoque, con i suoi ricordi luccicanti e le illustrazioni dei Café Chantant, appare in qualche modo più facile da immaginare, rispetto a questa guerra di fango che di fatto pose fine al benessere di quegli anni che ispirano i nostri abiti di Carnevale.

Tutti conoscono gli schieramenti che si scontrarono durante la seconda guerra mondiale: tedeschi, italiani e giapponesi contro americani, inglesi e russi. Quale cinefilo, potrebbe perfino conoscere i fatti dell’invasione giapponese della Cina, per il film di Bertolucci, mentre gli scontri nell’Oceano Pacifico tra americani e giapponesi sono conosciuti da tutti quelli che hanno visto uno dei due film che di svolgono nell’isola di Iwo Jima.

Non si può dire la stessa cosa della prima guerra mondiale: se perfino il dittatore Mussolini è difficile da collocare sulla linea di tempo per un italiano, figuriamoci il Kaiser Franz Josef – il marito di Sissi. Chi stava con chi? I tedeschi con chi erano alleati? E gli inglesi entrarono mai in guerra? Ma la Russia?

Devo ammettere di conservare pochi ricordi: la prima guerra mondiale confonde i professori. L’unica informazione che ho davvero acquisito a quell’epoca, è stato che la carica della cavalleria ed il tipo di combattimento che era stato usato per secoli passò di moda. Così, la trincea.

Le celebrazioni e le commemorazioni sono servite a poco. Il nonno di mio nonno fu soldato durante la prima guerra mondiale ma non avrei saputo indovinare su quale fronte (neppure lontanamente) se non fino a circa due anni fa.

Quando ho deciso di leggere qualcosa sulla prima guerra mondiale, sono partita con l’autore sbagliato. La mia lettura di “Viaggio al termine della notte” di Celine non ha superato le trenta pagine. Non ho cavato niente da quello stile infranto, quelle frasi spolpate, se non un grande dispiacere.

In seguito sono approdata a Joseph Roth – alla Marcia di Radeskij e alla Tomba dei Cappuccini – e quello che ho scoperto è un altro mondo. Un mondo reale fatto di persone diverse da me e da quelli che hanno vissuto negli ultimi cento anni. I giovani di Roth si infrangono sul fronte della Grande Guerra, tornano a casa e non ritrovano quei valori, quelle regole ed istituzioni nelle quali erano nati. La politica, il razzismo, il commercio diventano triviali ed incontrollabili. I nobili di Roth sono completamente sprovveduti e disattenti: non sanno pensare, spendere, amministrare e stringere rapporti di intimità.

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La loro istituzione non serve più ed essi si estinguono senza alcuna poesia. Le città, mutate di aspetto, non offrono appiglio ai giovani che si ritrovano bastardi in una terra che è diventata indifferente: il calderone etnico dell’impero Austro-Ungarico si è disciolto e una geografia millenaria ha cessato semplicemente di esistere. Roth e la sua coscienza, disorientata, scrive per le strade di un’Europa la cui repentina modernità schiaccia coloro che erano andati alla guerra per il volere di uomini e stati che non sono più niente.

L’etichetta di tragedia è più esplicitamente dichiarata da Irene Nemirovski ne I falò d’autunno. La Nemirovski è giunta recentemente alla ribalta, a una settantina d’anni dalla sua fine, per Suite Francese, affresco collettivo sull’occupazione nazista della Franca durante la Seconda Guerra Mondiale. I Falò d’Autunno ne costituisce quasi l’antecedente: la vita delle donne e degli uomini è determinata fatalmente dagli eventi della Grande Guerra.

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Un giovane viene cancellato da un’esplosione durante un salvataggio che altrimenti lo avrebbe reso un eroe, la moglie di innamora e si risposta con un ex-soldato disinnamorato della vita, il quale colleziona un errore dopo l’altro. Riacquistando la propria umanità, l’unico sentimento che conosce è la sofferenza. Interessante è anche la denuncia dell’autrice nei confronti del governo francese, i cui collaboratori, ormai animati soltanto dalla foga di guadagno, sarebbero i veri responsabili dell’inadeguatezza dell’esercito nel contrastare i nazisti trent’anni dopo.

Recentemente è arrivato Hemingway: non è un peccato non aver mai letto niente scritto da quest’uomo che, dicono, fosse così simpatico?

Addio alle armi mi sembrava un titolo strano: eppure è di questo che racconta. Di una ferita, di una ritirata, di un lungo addio. La narrazione asciutta di Hemingway è cinematografica ed in qualche modo ricorda il taglio dei romanzi di Joseph Roth ed Irene Nemirovski: ogni parola è data, che sia farfalla o sia mitragliatrice. Il protagonista di Addio alle armi narra dell’uomo reso sterile dalla guerra.

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Quegli amici e compagni che non vedrà più, quell’uniforme stracciata, quel paese da cui fuggire e la morte senza funerale. L’addio che ne consegue è paradossale, tardivo: l’uomo cerca di accomiatarsi da ciò che è già mutato in una statua di pietra.

Ci sono poche formalità da imparare da questi libri, che non sono commemorazioni, ma racconti di persone che cento anni fa erano vive. Tuttavia, a volte il racconto è così orribile che è necessario fermarsi per fare una pausa. Se c’è un senso nel leggere questi libri, forse è nel cercare di immaginare come stanno quelli che oggi stanno vivendo situazioni simili, penso a chi è rimasto senza punti di riferimento in Ucraina, Medio Oriente, circondato da fronti di combattimento. Buonista? Vorrei che si dicesse “naturale”.

 

Una settimana dopo l’8 marzo #editoriale

Sono trascorsi quasi 10 giorni dalla Festa della Donna e per dieci giorni sono ruzzolata sull’idea di scrivere un articolo sulla donna, sulla celebrazione della donna, sull’identità della donna, sulla vera finta storia che sta dietro all’otto marzo, sulle donne nella letteratura e altre fesserie.

L’unico risultato è stato un noioso flusso di coscienza che ha esitato in un elenco simile alla lista della spesa…

La donna è mobile. Hai freddo? Ciccia e brufoli. La figlia del capitano. Alle donne piace la cioccolata. La costola di Adamo. Dolce, strana, creatura. Hai il ciclo? Dolcemente complicate. Zitella e lunatica. Elena di Troia. Didone. Eva. La regina di Saba. Babi. Ho bisogno di tempo. Matilde sei mitica. Margherita (e il maestro). La lupa. Questa ragazza qui è un po’ acidella. Perché tu vali. Non sei portata per la matematica. Una stanza tutta per sé. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori. Lady Chatterley. Chi dice donna dice guai. Prostituta. Santa. Dark lady. Deputata. Signorina. La donna baffuta. Cicciona. Ti agiti senza motivo. Anoressica. La mala femmena. Giulietta. La moglie ubriaca. Donne, tututu. La nonna Ace. Le donne hanno bisogno di amore per fare sesso. Mss Dalloway. Suocera. Mio peccato, mia anima. Salomè. Bellissima. Casa di bambola. Era solo un complimento. La mamma è sempre la mamma.

Mi sono chiesta che senso avesse questo sforzo e mi sono accorta che in quel momento non ne aveva alcuno. Stavo in qualche modo cercando di cogliere l’occasione per scrivere un pezzo su un argomento mostruosamente cliccato nel corso delle 24 ore tra le 23:59 del sette le 00:00 del nove marzo – cosa che normalmente non perdo l’occasione di fare. Cosa è andato storto?

Vorrei tralasciare la parte avuta dai miei impegni, tuttavia non la tralascerò, pur non scendendo nei dettagli.

La letteratura, le cronache, il gossip, le barzellette sono piene di donne, eppure nessuna di esse sono io. Non è una frase da slogan femminista, eppure è vero: nel mondo del “chi parla-scrive-filma” c’è un enorme sforzo di esemplificazione delle figura della donna. Il risultato è un moltiplicarsi di modelli, storie, caratteristiche fisiche la cui coerenza risulta alquanto impressionante.

L’arte del racconto e della raffigurazione ovviamente si rivolge anche agli uomini: eppure non ho mai la sensazione che ci sia un modello esplicativo divulgato dalle loro rappresentazioni. Per quanto la donna possa essere rappresentata dalla sua gonna o dalle sue tette, non ci accade di identificare l’uomo con i suoi pantaloni o il suo pene. La stessa cosa vale per il cervello: si ricorda Marie Curie per il suo gran cervello, eppure qualcuno ha mai provato interesse per come apparisse davvero? Avete mai googlato la foto di Marie Curie? Io stessa non l’ho mai fatto, anche se sono colpita dalle fotografie di Albert Einsten e Sigmund Freud: e non vedo il loro cervello, ma loro – come uomini.

La donna è penalizzata perché è una persona e allo stesso tempo un concetto astratto?

Lo si potrebbe sospettare, visto lo scarso interesse per quello che le donne oggi effettivamente fanno dalla mattina alla sera – e i loro problemi. Le stesse donne, europee ed italiane, spesso non sono consapevoli di appartenere ad una “categoria” che nel giro di 60 anni ha guadagnato il diritto di voto, al lavoro, all’istruzione, all’indipendenza personale ed economica. Parlando della mia generazione, la maggior parte di noi lavora (o è in cerca di un lavoro), studia, vive e viaggia da sola, si mantiene da sola o si batte per farlo, esattamente come gli uomini. Le differenze sono ormai ridotte all’osso, anche se all’emancipazione pratica nella vita quotidiana si affianca un tracollo dei valori tradizionali a cui è seguito un vuoto senza nome.

La donna è sempre la donna, quell’essere vulnerabile e fisicamente inferiore. Se incontra problemi, nella sua vita “da uomo”, perché sforzarsi di comprenderla?

Questo atteggiamento è subdolo nella nostra società, ma raggiunge picchi insopportabili in alcuni paesi a noi vicini, come la Turchia. Come abbiamo appreso dai giornali, una studentessa ventenne è stata uccisa dopo una violenza sessuale, una sera mentre tornava dall’Università. Ho letto in qualche racconto che l’aggressore avrebbe affermato che “una ragazza dovrebbe aspettarselo se sta per la strada dopo il tramonto”, o una formula equivalente. La risposta degli uomini turchi che hanno manifestato, indossando la minigonna, è stata forse quella più giusta e più umana che potesse essere data.

Una ragazza dovrebbe aspettarsi di rimanere disoccupata, se sceglie di andare a lavorare. Una ragazza dovrebbe aspettarsi di essere lasciata, se sceglie di andare a fare un master all’estero. Una ragazza dovrebbe aspettarsi di essere presa in giro, se sceglie di lavorare in un cantiere dove la maggior parte dei lavoratori sono uomini. Una ragazza dovrebbe aspettarsi di non farcela, se sceglie di fare cose da uomo.

Della serie “te la vuoi”.

Per questa volta, vorrei lasciare da parte la letteratura ed esprimere una riflessione a dieci giorni dall’otto marzo: attualmente, molte donne studiano o si formano fino ai venticinque anni, non programmano il matrimonio, non fanno dell’avere figli la propria priorità, dividono i lavori domestici con i loro partner oppure danno lavoro ad un’altra persona che sistemi la casa.

Nessun’uomo che si lancia nella carriera, si avvisa che potrebbe rimpiangere una famiglia, dei figli, una casa – mentre per la donna avviene il contrario, come se la famiglia, i figli, la casa facessero parte soltanto del suo repertorio.

Questa situazione sta cambiando: le coppie sono cambiate, l’accudimento dei figli è cambiato, il lavoro sta cambiando. Ma la testa, ma la testa, ma la testa no.

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Due regine senza regno: Jane e Emma #editoriale

Due regine senza regno: Jane e Emma #editoriale

L’ossessione letteraria può portare a vedersi apparire personaggi, inaspettatamente tra le pagine… di altri libri.

Se io li vedessi comparire nella mia vita, certo, sarebbe più interessante – io stessa diverrei materia da romanzo e nelle pagine del mio diario designerei un Mr. Darcy. Ahimè, tale speranza si è spenta con la mia adolescenza, che ormai si situa a distanza di sicurezza. D’altronde, preferisco sorprendermi del personaggio che fa capitolino tra le righe di un capitolo piuttosto che sentirmi sciocca dell’illudermi a poi disilludermi (zia Jane sarebbe fiera di me!)

Assistere, o meglio creare, un medley di personaggi è frutto di un’ispirazione spontanea che regala intuizioni che hanno la stessa immediata spontaneità. A volte si tratta di cantonate belle e buone, altre di sottili assunzioni sui caratteri che mi portano a considerazioni più generali.

Ripropongo una riflessione che qualche tempo fa feci a proposito di due personaggi che si erano incontrati, sotto i miei occhi, proprio sulla pagina che stavo leggendo. Due personaggi che, tra breve, si incontreranno inevitabilmente sul grande schermo, visto che saranno interpretati dalla stessa attrice.

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Immaginatevi la scena: leggo Jane Eyre di Charlotte Bronte per la quarantesima volta.

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Non so dire se si trattasse di noia o irritazione, tuttavia una scena stuzzicava insistentemente il mio senso critico. Si tratta di quella in cui la signorina Eyre esegue un ritratto della donna che, nella sua immaginazione, incarna tutte le caratteristiche della bellezza. Lo fa per cercare di convincersi di non avere speranze con il signore del quale si è infatuata, il suo datore di lavoro, il signor Rochester. È così fanatica nel cercare di annientare ogni briciolo di speranza che ritrae anche il proprio volto allo specchio e lo confronta con il disegno.

Brutta! – la prevedibile reazione della signorina Jane Eyre.

Tuttavia, qualcosa non quadra: dopo questo bell’esercizio di masochismo, Jane finisce per amare di più quell’uomo, il quale, a sua volta, finisce per innamorarsi di lei.

La rivale, quella ricca, desiderabile amazzone, della quale il disegno eseguito da Jane non era che un alter-ego, è sconfitta e scompare, dalla trama e dai pensieri dei protagonisti.

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Come è possibile tutto ciò?

Ho riletto la descrizione del disegno, del volto effimero della bellezza. E l’ho riconosciuta: senza alcun dubbio, colei che Jane ha disegnato non è che Emma Bovary!

Emma Bovary, tenera ed irritante eroina di Flaubert, francese fino a far marcire l’anima, mi ha consegnato al trip sul singolar tenzone che si gioca tra i due tipi di donna in questione, seppur a distanza di tempo e in due libri diversi. Senza neppure, che in Madame Bovary sia presente un tipo Eyre.

Forse, il disegno di Jane non è pensato per negare la bellezza, dote della quale in fondo non le importa un granchè (come lei stessa afferma). Piuttosto, esclude di essere “il tipo Bovary”, con il quale gli uomini concepiscono amori che vanno ben oltre i desideri e la volontà di Jane.

Emma Bovary subisce, a causa di un’intelligenza che non si è sviluppata, malgrado la mente vivace, la disperazione della noia e dalla segregazione. La negatività la porta a cadere nelle trappole come un’ingenua. Non afferma mai la propria personalità, si lascia manipolare e non sviluppa nessuna passione, alcuna visione del mondo e degli uomini. Malgrado abbia potenzialmente le basi per farlo: ben 3000 scudi di dote!

Jane, al contrario, è povera, orfana – nonchè bruttina. Tuttavia, è saggia e decisa, finanche testarda, fantasiosa, dotata di intuito e forza morale – aggettivi che la fanno apparire noiosa, quale infatti tutti la etichettano.

Ha ben due occasioni per affinare la propria mente: la scuola ed il lavoro. Questo la difende dal destino della ricamatrice e la porta ad immaginare di poter oltrepassare l’orizzonte, a contrapporsi l’idea dell’immobilismo.

Perfino le Sacre Scritture, alle quali entrambe le protagoniste credono, sono vissute con estrama differenza: Emma è superficiale e superstiziosa, mentre Jane ha una fede fervida e focosa.

Non credo che si tratti di due personaggi estremizzati, non realistici: piuttosto, costituiscono le due facce della stessa medaglia. L’unico fronzolo letterario si riduce, infine, soltanto al loro aspetto esteriore, antitetico.

In Jane Eyre incontriamo un altro paio di camei che assomigliano alla Emma Bovary: le cugine Eliza e Georgiana, figlie della perfida zia tutrice di Jane.

Esse rappresentano, sdoppiate, i due aspetti di Emma: la frivolezza impulsiva, destinata al matrimonio precoce, e lo slancio monastico, quale fuga da un mondo nel quale non ci si riesce a calare e che non desta alcun interesse.

Charlotte Bronte, l’autrice di Jane Eyre, aveva presente dunque il tipo di donna che incarna Mme Bovary. Malgrado ciò, non le contrappone Jane, la sua eroina, che incontrando le cugine dopo molti anni costruisce con loro un pur breve stralcio di empatia.

Anche un’altra figura, la signorina di cui il parrocco St John è non troppo segretamente innamorato, ha tratti “bovareschi”: è bella, fragile, va a cavallo e ha una risata leggera. St John la rifiuta, pur amandola, ritenendola una moglie non adatta alla propria posizione di pastore e guida spirituale. L’autrice, comunque, parteggia per la povera signorina, ritraendola come una disgraziata Andromeda lasciata al proprio destino da un vile Perseo, il quale le rifiuta la salvezza del vero amore per le convenienze dei ruoli (che poi, è un po’ ciò che fa Emma Bovary con il signor Leon).

Donne non rispettate in quanto persone, il cui atto più eroico è quello dell’autoaffermazione.

Tutte le altre trasgressioni sono effetti collaterali già scritti che cancellano la persona intollerante alla medicina della società.

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“Vi amo tutti (ma vi odio però)” ovvero dello stile degli autori sui social #editoriale

Confesso un risvolto “non sano” (per risparmiare la definizione di “patologico”) dei miei noiosi pomeriggi seduta dietro a una scrivania: trascorro molte ore lavorando al computer e quando sento il bisogno di una pausa non riesco a staccarmi dallo schermo. Quello schermo, ahimè, diventa l’oggetto della mia pausa e mi ritrovo a rollare la homepage di Facebook, gettando saccadi qua e là. Per caso o per curiosità, mi capita di soffermarmi sulle pagine di scrittori, cantanti, artisti emergenti, commentatori più o meno intelligenti. Si tratta di pagine individuali (numerose sgranate versioni della faccia del personaggio fanno cucù dalla barra spaziatrice orizzontale) e allo stesso tempo collettive: ogni riga è un messaggio ai fan e a volte diventa un vero e proprio dialogo. È un argomento futile – innegabilmente – ma ben so che il principio fondante di questo blog è scherzare sulla letteratura – o su chi la fa, o dice di farla.

Visto che sono una burlona, mi sono chiesta: perché? Cosa spinge Baricco, Saviano e questa giovane autrice di cui ho dimenticato il nome a pubblicare istantanee dei loro retroscena, a rispondere all’augurio di un fan (o meglio, di numero variabile tra 50 e 20000 fan) e a gettare una rete giornaliera dei propri opinioni, sentimenti, gioie e amarezze?

Non dovrebbe stupirmi: il web funziona così. La posta in gioco è la notorietà: per essere condiviso, per far condividere agli altri uno spezzone delle tue idee almeno per un secondo, è necessario indurre un volontario click del mouse. Non ho un’opinione su questo: non è bene e non è male. È una prassi: si fa così. Purtroppo, per deformazione professionale, questa spiegazione non mi lascia soddisfatta.

Per prima cosa, ho provato a immaginare cosa sarebbe accaduto se altri grandi, che prima di esserlo sono stati dei piccoli, infimi esordienti, avessero seguito questa prassi. Ed ecco il primo che mi è venuto in mente:

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questo è John Keats. Bruttoccio, non è vero? È una fortuna, forse, che la sua faccia non sia stampata su ogni singola copia di Endimione. A lui non deve essere importato molto della propria immagine, vista la scarsità di ritratti che, mi auguro, non gli rendano giustizia e che sembrano essere stati eseguiti più per passare il tempo (vedi quello schizzato dall’amico Charles Brown) che per una volontà di immetterli in circolazione. Il poveretto, in vita, non ha goduto nemmeno dell’approvazione e del sostegno del pubblico: una prima pubblicazione tiepida, un solo grande amore (una ragazzina che sembrava essere l’unica a capirlo), un disastroso epilogo, la povertà, la morte. Per assurdo, sul social gli sarebbe andata meglio? Con quella faccia, non credo. E se anche gli fosse andata, forse avrebbe perso quella venatura intatta di malinconia, quella precisa abilità nel cristallizzare la caduca felicità e la bellezza in un susseguirsi di parole.

Questo ragionamento non mi ha comunque portato a niente: non si può dire che tutti gli autori che utilizzano i social siano belli e che pubblicizzino la propria immagine in quanto tale. E allora?

Ho letto una frase che mi ha illuminata:

“Poter pubblicare da sola (…) mi ha messo a stretto contatto con i miei lettori, in un modo che non credevo possibile. (…)auto-pubblicare significava poter credere in me stessa e portare avanti i miei progetti, scrivendo il genere di libri che i miei lettori amano.“

Potete leggere l’intervista completa a Bella Andre a questo indirizzo. La signora è una scrittrice americana di saghe familiari d’amore, amore e amore, già affermata e che ha scoperto il mondo del self-publishing. La sua pagina Facebook assomiglia a quelle di molti altri autori: domande dirette, ringraziamenti, qualche vignetta e pubblicità (autogena). La signora Andre ha fornito la risposta perfetta alla mia domanda: perché lo fanno? Non c’è dubbio: questo è il massimo grado di vicinanza con i lettori.

Quando leggo una poesia di Keats, non posso dire di sentirmi vicina a Keats. Mi sento vicina alla sua poesia, a me stessa, al mio comodino, ma lui, per quanto ci si possa sforzare, non si manifesta.

Quando invece sulla mia homepage appare un post firmato e controfirmato (da una selfie) di Roberto Saviano, io mi sento vicina a Roberto Saviano – e a nessuno dei suoi libri, visto che non ne ho letto nemmeno uno.

Sembra così bello: autori e lettori vicini, occhi negli occhi, che dialogano. Quella distanza incolmabile che ci separa da Goethe e da… (vorrei evitare di elencare altri autori defunti, ma è impossibile, perché quasi tutti gli autori attualmente viventi che conosco hanno una pagina su un social) è roba per chi cerca sensazioni forti e antiche.

Perché lo fanno? Loro scrivono di volerci bene e che siamo importanti. Certo che lo siamo: siamo i loro fan, i loro possibili compratori. Ecco perché lo fanno.

È tutto molto triste. È come un macigno – quella stramaledetta economia, che si infila sempre in ogni discorso per rovinarlo e renderlo amaro.

Così si è concluso il mio volo pindarico sugli autori nell’epoca dell’iper-riproducibilità delle immagini: si tratta di zuccherosa operazione di mercato. L’operazione di bravi autori come Baricco, Saviano, Ken Follett e Bella Andre: ci danno uno spazio per scrivere un commentino, ci fanno vedere la loro faccia da un’inquadratura strana e con una grana oscena e vogliono che compriamo il loro libro, compriamo il loro libro, compriamo il loro libro. Perché questo, in fondo, è quello che ogni autore vuole.
E visto che è ormai così difficile, diventa un pochino più facile se noi li amiamo e loro sanno il genere di libro che noi amiamo. Non mi permetto di affermare che non vada bene, ma è bello concludere una giornata dando a persone famose dei filistei.

Un sarcofago filisteo

Un sarcofago filisteo

 

Corto è bello #editoriale

Corto è bello #editoriale

La mia domenica è lunga e casalinga, ma è anche l’unico giorno in cui mi concedo di acquistare il giornale. Solitamente questo succede quando non sto portando avanti la lettura di un romanzo: la lettura di Repubblica in versione domenicale – in particolare di quel malloppo di articoli etichettati come culturali – mi fa passare quelle tre-quattro ore mattutine in cui non ho ancora voglia di mettermi sui libri.

Questa domenica, ahimè, sono rimasta amaramente delusa: per i dieci anni della rubrica “La Domenica”, al posto di quelle fitte, opache paginate con illustrazioni acquarellate o a matita, mi sono ritrovata tre o quattro elenchi di articoli vecchi.

O meglio, i disegni acquarellati c’erano, ma mancavano gli articoli d’autore: al loro posto, una raccolta di dieci copertine de “La Domenica” di Repubblica, la classifica dei dieci fatti di attualità pubblicati dal giornale scelti da Roberto Saviano, dieci storie che hanno ispirato Alessandro Baricco. A seguire, dieci film, dieci dischi, dieci ricette. Di ognuna delle dieci era presente un estratto o un riassunto di lunghezza media di 17 righe.

Non sono un’amante ideologica della lunghezza, ma mi sono chiesta, piuttosto angustiata, cosa avesse spinto la redazione di Repubblica a valutare così poco la mia Domenica. Invece di accontentarci del disegno acquarellato di 10 candeline! Avevo voglia di articoli lunghi e non me li hanno concessi, pazienza.

Non credo che la lunghezza in letteratura stia passando di moda, come dimostrano i bestsellers che hanno permesso a George R.R. Martin, Dan Brown e Suzanne Collins di tenerci in scacco per ore e ore della nostra vita – i primi libri delle loro saghe contano rispettivamente 855, 512 e 370 pagine.

Quello che sta nascendo lo si potrebbe forse definire un nuovo genere, lo stesso che si guadagna accoliti su 20lines, twitter e altri social networks della cui esistenza non sono a conoscenza.

Quando mi iscrissi a twitter, scoprii che era usanza pubblicare poesie che non si prolungassero entro i canonici 140 caratteri, con hashtags come #sixwords, #haiku o #amwriting. Ne rimasi affascinata e mi cimentai nel componimento di poemi di brevissimo respiro, fino a stancarmi, visto che le mie creazioni perdevano i loro contorni nell’elenco dei milioni di tweet contrassegnati dallo stesso hashtag. 20lines mi ha offerto uno spazio più allettante per mettere alla prova la mia vena letteraria; cioè che mi ha spinto di più, all’inizio, a scrivere su 20lines era la possibilità di continuare storie altrui o invitare altri a continuare le proprie. Questo mi ricordava un gioco che facevo da bambina, in cui ogni amico scriveva una frase, mettendo a capo l’ultima parola, e piegava il foglio per nascondere ciò che aveva scritto a chi toccava il turno successivo. Quante risate! Purtroppo le risate non sono arrivate su 20lines, in quanto in pochissimi hanno continuato le mie storie e quasi nessuno ha risposto alle mie seconde puntate di incipit altrui. Non deve trattarsi del destino isolato delle mie pur indegne storie, visto che dopo alcuni mesi ho assistito ad una grande riforma del sito: l’inserimento della “storia individuale” con il limite di 240 caratteri anziché 20 righe.

Comunque, se è vero che i racconti scritti su 20lines e le poesie tweettate vengono letti, per curiosità, per commentare o per passare il tempo, il centro delle attività che si svolgono su queste piattaforme non è la trama o il messaggio, ma siamo noi. Esprimendo pubblicamente il nostro apprezzamento, diventando follower di un autore creiamo il nostro profilo: delineiamo i nostri interessi, gettiamo luce sulle nostre passioni, cerchiamo di farci riconoscere da chi è simile a noi – un potenziale contatto e follower.

Diciamocelo, tutto questo non può avvenire in una libreria, in un’edicola o in una biblioteca. Se avviene, certamente non con la stessa naturalezza ma pagando lo scotto dell’imbarazzo e della paura di fare la figura degli idioti.

Chi compra o prende in prestito il libro e il giornale sparisce dietro l’angolo ed affronta trame e personaggi accogliendoli nel suo spazio individuale. Posso essere disposta a farmi investire dall’enumerazione delle preferenze di Alessandro Baricco mentre spulcio il suo profilo su Facebook, non a piena pagina dentro a “La Domenica” di Repubblica. Ed alla fine è successo proprio quello che mi succede tutti i giorni sul social, ho esaminato la pagina con rapidi movimenti oculari e sono andata avanti. L’amaro in bocca rimane visto che Repubblica non è fornita di barra a scorrimento infinito con rigenerazione di nuovi contenuti: finisce e ti accorgi di quanto tempo e quanto spazio è andato sprecato per le banalità.

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Nessuno mi può giudicare (ma su Goodreads sì) #editoriale

Vi piacerebbe leggere un tomo di critica letteraria per decidere il prossimo romanzo da comprare in libreria?
Non a me – unitevi al mio coro con voci squillanti, o non-studenti di Lettere, Filosofia e Lingue e Letterature straniere!
Durante una visita in libreria, mi sono trovata per sbaglio di fronte a quegli scaffali, sui quali campeggiava il cartello “Critica Letteraria”. La libreria in questione è fornita di materiale HD specialistico per universitari e cultura mainstream e vi sono avvenuti famosi incontri di street-fight (come quella volta in cui una laureanda di anglistica ha sfidato una intrepida fanciulla che stava acquistando “Cime Tempestose di E. Bronte – il libro preferito di Bella Swann”).
Di fronte alla parete di critica, mi sono chiesta se fossi riuscita  a entrare per caso nella Stanza delle Necessità, ma dopo 0,35 secondi di buffering ho constatato che la mia alfabetizzazione attraversa vie più triviali della psicanalisi letteraria.
E ora ripetiamo, con una piccola ma importante modifica, la domanda: vi piacerebbe scrivere un tomo di critica letteraria?
Fino a qualche tempo fa avrei risposto: purtroppo (o per fortuna) non siamo tutti dei Mario Praz! Mario_Praz
Poi Goodreads mi è piombato tra capo e collo. Mi sono iscritta con l’innocenza di chi è nato negli anni ottanta e non si sente completamente a suo agio sotto-social e ho accumulato una considerevole quantità di “want-to-read books”, sfruttando quel database che mi ha letto dentro come nessun commesso della Mondadori potrebbe fare. Subito dopo, ho aggiornato la lista dei “read books” e mi sono sentita felice. La mia autostima si è concessa un’auto-laude che ha sfiorato la tracotanza (“Ricordo di aver letto ben 82 libri! Dieci di più di quella stronza che prendeva sempre 10 a letteratura! E quest’altro che si sente tanto intellettuale ha il coraggio di selezionare Eragon?!”).
Dopo la piatta esperienza delle stelline, finalmente ho incontrato le Reviews. Ne delineo un esempio – la cui lettura è consigliata in compagnia di un adulto:

Misscampeador alle ore 14:58 del 30/09/14 scrive: Duole constatare, al termine delle lettura di questo romanzo, che l’unica fase davvero creativa e propositiva data dall’autore in questa sua produzione è il titolo. Creativa, in quanto il titolo “Nascita” cosituisce un vero e proprio ossimoro eliso, non aggettivale, con il sottotitolo, “La morte”, pochi centimetri al di sotto sulla copertina rigida. Propositiva, in quanto l’invito è esplicito e carico di significato, teso nelle brevità delle tre sillabe, una scultura minimalista che chiede al lettore, donna o uomo, di ripensare alla propria nascita o a coloro a cui loro, metaforicamente, danno la vita. Per il resto, questo testo delude e segna la parabola calante di un autore che aveva estratto preziosi gioielli dalle profondità del proprio subconscio…

Misscampeador, questo è una domanda seria: è stato il CAPTCHA a far scattare il tuo talento, questa profondità di vedute?
Ironia a parte, la democrazia con la quale Goodreads si costruisce sulle recensioni dei lettori è ammirevole, tuttavia mi chiedo se un sito con cotanta community non rischi di provocare un attacco di panico in un autore che non sia esattamente un mostro sacro.
Mi sono chiesta: ma è davvero questo ciò che la letteratura, i libri, sono per i lettori?
Leggiamo perché siamo o vogliamo sentirci dei critici letterari? Dopotutto, grazie a Goodreads ognuno può trasformare le proprie opinioni in aforismi virgolettati. A mio parere, i giudizi scambiati tra amici o all’interno di un circolo di persone che si conoscono e si esprimono come persone, e non come profili, costituiscono un consiglio di lettura di diverso genere. E anche di diversa utilità.
La forma delle recensioni di Goodreads ricorda infatti quella delle valutazioni effettuate dagli utenti sui prodotti di Amazon: nel caso dei libri però si tratta di “oggetti” la cui esperienza può essere tutto fuorché oggettiva. (E vogliamo parlare dell’affidabilità? Il modello e-Bay con i profili di affidabilità dei venditori si possono applicare anche ai recensori?)
Nella stessa stanza possono trovarsi l’esperta di Dickens e la fan di Stephanie Meyer: corrono il pericolo di menarsi magari, ma noi tutti possiamo mantenere il nostro punto di vista e sorridere dell’oggetto della loro passione. Ma cosa succede se l’una e l’altra si iscrivono al social ed impiegano un pomeriggio nel cesellare e formattare un’opinione che manco Dacia Maraini?
Non succede niente.marzullo-2
Ecco, appunto.
Gigi Marzullo non vi chiederà un appuntamento.
Non vi farete vedere di più se sfornate 89 recensioni al mese su goodreads.
Oppure sì: ma vuoi mettere una bella rissa alla Feltrinelli?