Leggeteli!

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By She

Da quando esiste il libro, la lettura ha qualcosa di sfrontata intimo e personale – calarsi dall’altra parte della copertina è un’evasione, un celarsi dal proprio simile – chi potrebbe dire cosa sto pensando, di quel libro che ho fra le mani?

La lettura ha avuto, nella storia, un ruolo eversivo di cui celebri esempi fanno ormai parte della memoria collettiva: i roghi di libri, l’indice dei libri proibiti, l’eresia della traduzione nella lingua comune, la riprovazione per la donna che legge e via dicendo. Ma che cosa vuol dire, oggi, nella nostra cerchia di paesi liberi, leggere per sovvertire? E’ ancora possibile leggere e combattere, oppure il triangolo vuoto tra le pagine aperte, in cui infiliamo il naso, non è altro che un antidoto per dimenticare le rogne quotidiane?

Certo, non c’è da essere retorici: leggere è prima di tutto un passatempo che ha nella sua piacevolezza la sua forza – chi rifiuterebbe un buon libro? Tuttavia, può capitare di gustare il senso del proibito e sentire di star rimuovendo un mattone da un muro che va ben oltre di noi, soltanto con la forza del pensiero?

No, non sto pensando a Cinquanta Sfumature di Gigio.

Nella mia più recente esperienza, mi sono sentita spinta a leggere libri di autori musulmani (o originari di paesi di tradizione musulmana). Il motivo, forse, lo potrete intuire, visti gli avvenimenti che hanno drammaticamente avvicinato i nostri due mondi. Mondi che, geograficamente parlando, sono ridicolmente vicini… ed è incredibile che ci sia voluta l’onda dei migranti per spiazzarci come birilli. Nel gran caos degli ultimi mesi, ho sentito invocare a qualcuno quei musulmani moderati che dovrebbero ergersi per presentare l’alternativa ai loro orrorifici alter ego. Anche se ben lungi dal costituire una soluzione efficace al conflitto, queste persone esistono e non lo affermo in quanto simpatizzante, buonista-pacifista o bastian contraria. Mi piace leggere romanzi, tutto qua, romanzi belli. E se soffro per chi soffre, mi accorgo di avere una sottile paura su un treno affollato e non capisco cosa sta succedendo e perché, invece che spulciare gli editoriali e seguire i dibattiti politici preferisco leggere lentamente un libro.

Da settembre a ora (l’avevo detto che sono lenta!) ho letto Il mio nome è Rosso di Orhan Pamuk, bestseller turco e vincitore del premio Nobel per la letteratura, e I figli della mezzanotte di Salman Rushdie, scrittore indiano di fama internazionale.

Orhan Pamuk

Salman Rushdie

 

 

 

 

 

 

 

In questi libri non si trova una “riabilitazione” delle culture e dei popoli musulmani ma la bella realtà delle persone, delle storie, dei conflitti. Si scoprono nuove parole e modi di salutare, un modo di far parlare i colori e confondere il tempo che non conoscevo. Nuovi – sconosciuti – modi di soffrire, affrontare la famiglia, il matrimonio. Oltre alle diversità (che affascinano) si intravede qualcosa di molto importante: la lotta di questi scrittori, il patto fatto con i lettori di dire la verità ed arrivare fino in fondo. E’ la spina dorsale della letteratura che, a quanto pare, non conosce etnia o religione.

 

Elizabeth Barrett Browning #profilo letterario

Elizabeth Barrett Browning #profilo letterario

Italiani che fuggono nel Regno Unito, Camden Town presa d’assalto da passeggiatori italiani, strade anglofone pullulanti di insegne alla belpaese, camerieri che ti rispondono nel tuo stesso dialetto (dopo che ti eri tanto impegnato a sfoggiare il tuo british!)…

Basta!

Se sei stanco della fuga dei cervelli, è ora di cambiare storia – così, per gioco.

Per gioco, potremmo immaginare che gli inglesi fuggano in Italia, un risuonare di “sorry!” sul sagrato di Santa Croce a Firenze, romanzi tascabili in lingua inglese dimenticati sui sedili dell’autobus, un coinquilino che beve una tazza di black tea, accompagnato da un pezzo di torta alle cinque del pomeriggio…

In effetti, nel tempo che fu l’Italia fu un luogo di fuga per inglesi romantici e scavezzacollo. Se ne contano innumerevoli: Shelley, Byron, Charles Dickens, John Keats – soltanto per nominare alcuni dei più famosi.

Tra loro, vi è un’inglesina molto speciale, Elizabeth Barrett Browning, che visse, scrisse e figliò a Firenze, dopo aver vissuto una vita intensa nel paese natale. Elizabeth nasce in una famiglia possidente nel 1806 e nell’infanzia alterna la classica cavalcata sul pony all’erudizione. A otto anni studia il greco antico, legge i poemi di Omero. Si dà all’epica, oltre che all’ippica. Durante questi teneri anni, la sua salute comincia a incrinarsi: le costanti saranno dolore, debolezza muscolare e dipendenza da antidolorifici (laudano e morfina). Malgrado ciò, espande le proprie letture ai temi politici attuali, come la rivendicazione dei diritti femminili e l’antischiavismo. Nel 1835, la famiglia è investita dal dissesto economico e abbandona il lusso campagnolo; si trasferisce a Londra, dove affitta una casa dopo l’altra prima di stabilirsi. Elizabeth conosce diverse personalità letterarie dell’epoca e ne diventa una anch’essa. Come se non bastasse, contrae una malattia polmonare, probabilmente tubercolosi. Nel 1844, la raccolta di “Poems” le regala il successo definitivo e le procura quello che sarà il personaggio decisivo dell’esistenza.

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Robert Browning, trentaduenne, le scrive, la incontra, la ama. I due si fidanzano e si sposano in segreto. Dulcis in fundo: fuggono in Italia. Elizabeth viene diseredata e la coppia si stabilisce a Firenze, nell’ora museo Casa Guidi, grazie al denaro guadagnato da Elizabeth.

Una vita ben avventurosa, per la figlia di un proprietario terriero in Jamaica, invalida, quasi moribonda fino alla fine. E da dove abbia tratto la forza… noi, lo sappiamo immaginare?

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Edward Morgan Forster #profilo letterario

Edward Morgan Forster #profilo letterario

Mi sono innamorata di Camera con Vista, sono passata attraverso Passaggio in India e ho assistito alle relazioni di Casa Howard. Se l’amore è presente in tutti e tre i romanzi, non si può dire che ne sia l’indiscusso protagonista. L’educazione, le convenzioni sociali, il carattere incerto di personaggi venuti su contornati da manichini appartenenti alla stessa casta, quella impagabile ironia: tutti gli amori, tutti i dubbi e gli intenti si trasfigurano, incomprensibili, se non li si ascolta dalla viva voce di Edward Morgan Forster.

Forster ha un suo registro: le storie sono da leggere nell’ottava alta, così che suonino acute, brevi, cristalline.

Il paragrafo finale di Camera con Vista, che conclude il capitolo “La fine del Medioevo” ha una chiara sfumatura erotica (neppure così velata), che introduce finalmente nel racconto dell’amore il suo compimento fisico (e con naturalezza):

“Youth enwrapped them; the song of Phaethon announced passion requited, love attained. But they were conscious of a love more mysterious than this. The song died away; they heard the river, bearing down the snows of winter into the Mediterranean. –

La giovinezza li avviluppò; il canto di Fetonte annunciava che la passione sarebbe stata ricompensata, l’amore raggiunto. Ma erano a conoscenza di un amore che era più di questo. La canzone si spense in lontananza; sentirono il rumore del fiume, che trasportava via la neve fino al Mediterraneo.”

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E’ fisico, è spirituale, tuttavia non si tratta dell’amore della giusta Jane Eyre, il cui romanzo si conclude con un passo delle sacre scritture – Amen – né del diluvio sensoriale poetico di Romeo e Giulietta, o di un’altra di quelle storie che eleva il nostro spirito al di sopra di noi, facendoci aspirare alle nuvole. Ci fa pensare che l’amore è stato potenzialmente sempre così, simile a come lo viviamo nella contemporaneità, e non è un’invenzione dei media moderni. Fino ad allora, comunque, se ne era taciuto o comunque non se ne era scritto.

Lucy e George, i protagonisti di Camera con Vista, sono due personcine comuni. La giovane si innervosisce e diventa intrattabile quando suona Beethoven al pianoforte… a chi non è mai capitato di sentirsi irritato dopo aver ascoltato o suonato una musica che lo coinvolge particolarmente?

E chi non si è fidanzato con la persona sbagliata, un Cecil, maschio o femmina che sia, che amava dimostrarsi una spanna sopra gli altri ma alla fine non era che un cretino capace soltanto di ammirarvi come una scatola d’avorio?

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Perdio, cara, calmati!

 

Infine… chi non si è mai innamorato in vacanza?

Se questo non bastasse, è universale l’ingiustizia e la delusione di scoprire che la propria camera d’albergo non ha la vista.

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“Avevano detto che avremmo avuto la vista.” “Imperdonabile.”

Si potrebbe continuare con i personaggi degli altri romanzi (quando ho letto Casa Howard, ho avuto l’impressione di aver conosciuto un esercito di signorine Schlegel, il cui motto era “Only connect!” E mi sono sentita in grado di prevedere il loro avvenire!).

Forse, Forster stesso non era che un borghesone dallo spiccato senso dell’osservazione, non colorito da particolari ambizioni e angustie. Non spietato come la Austen, tuttavia egualmente chirurgico. Anche se, andando a rinvangare la sua biografia, troviamo che qualche motivo di turbamento lo deve pur aver avuto: omosessuale, con un pallino per i viaggi e per la comunicazione tra classi sociali diverse (tema scottante della sua produzione letteraria).

Dunque, per quale motivo non possiamo gettare a mare e dimenticare Lucy Honeychurch, Margaret Schlegel e Mr. Aziz?

Ho letto un articolo interessante che trattava della relazione tra Forster, il suo amante Bob Buckingham e la moglie di lui May Buckingham: durante il ricovero della donna in un sanatorio, Forster intrattenne con lei una corrispondenza epistolare che fu alla base di un’intesa e un’amicizia che la rese una figura centrale negli ultimi anni di vita dello scrittore. La biografa Wendy Moffat osserva che scrivendo a a Ms Buckingham, forse Forster la immaginò come uno dei suoi personaggi, e finì per amarla.

Non è così forse? Scrivendoci, Forster ci ha immaginati come suo personaggi e ha finito per amarci.

E ha pensato a noi come a un “quite wonderful muddle”.

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Profilo letterario: Virginia Woolf

Chi non conosce la sua faccia? Il placido profilo, il morbido chignon, il sopracciglio alzato e quell’aria un po’ scanzonata incorniciata dall’eccentrico pellicciotto: è Virginia, la Virginia – la nuova scoperta della letteratura (il sesso femminile) e la regina Elisabetta I½.

Alzi la mano chi ha letto un libro scritto da Virginia Woolf – e le ore passate a cercare di superare un paragrafo per conto di una ignobile professoressa di inglese non contano.

Se dobbiamo cominciare a parlare di Virginia a partire dalla sua scrittura, facciamolo male: ostica, intricata, periodi lunghi, nessuna trama, elettroencefalogramma piatto. Eppure piace: la conoscono, la citano e stampano la sua faccia su tazze e magliette. Si tratta forse di un destino alla Che Guevara, che ha scritto dei bei diari, era un medico, sparava ai nemici, fumava il sigaro e ha dichiarato alle Nazioni Unite che lo stato cubano avrebbe fucilato chi riteneva di fucilare – eppure alle marce la sua faccia è sovrapposta alla bandiera della pace.

Chiariamo: amo Ernesto Che Guevara e Virginia Woolf. Ho letto i Diari di Cuba e Gita al Faro. Visto, che il motivo inconscio di questo accoppiamento sarebbe materia per uno psicanalista, tralasciamo Che Guevara e sintonizziamoci sulla nostra Adelina (il primo nome di Virginia Woolf).

Nicole Kidman interpreta Virginia Woolf nel film "Le ore"

Nicole Kidman interpreta Virginia Woolf nel film “Le ore”

Ammettiamo di conoscere Virginia più per quello che è stato costruito su di lei, piuttosto che per quello che lei ha ha vissuto. Si tratta di una rappresentazione parziale che ha superato la prova del tempo, il cui movente non sminuisce l’importanza della persona. E’ stato ciò che ha affermato e come lo ha fatto: i contenuti si sono smaterializzati, la donna si è cristallizzata e gli argomenti di discussione (importanti) che lei ha contribuito a risaltare sono adesso centrali nel nostro quotidiano confronto con le consuetudini.

Nasce da una famiglia benestante, intellettuale in seno alla quale sviluppa intelletto, ansia e una fisiologia spiantata. Vive una giovinezza moderna, in un appartamento di Londra dove vivono ragazze e ragazzi, che scrivono lettere e parlano di tabù come se si trattasse della ricetta del pudding (siamo ai primi del ‘900!).

E’ un’aggregatrice, carismatica e fragile. Unisce le persone con le idee e ne è profondamente sconvolta (dalle persone, dalle idee e da tutto ciò che è contaminato da esse – come la città di Londra).

Malata incostante, scrive di donne che vivono una vita piena e vuota di senso, nella quale si affaccia la trasgressione del sesso, dell’inerzia, del suicidio: figure felici ma non allegre, bambole nelle casette il cui pensiero si snoda in quello che verrà battezzato “flusso di coscienza”. Questo stile segnerà tutta la letteratura del novecento.

Il tema – quello del “che ce stanno a fa’ le femmine?” – si manifesta come un miracolo nelle pagine di Virginia. Anziché un canto del cigno, è il canto del risveglio ed assume tratti assolutamente profetici:

Fra cento anni, d’altronde, pensavo giunta sulla soglia di casa, le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso; ad esempio (in strada stava passando un plotone di soldati) l’idea che le donne, i preti e i giardinieri vivano più a lungo. Togliete questa protezione, esponete le donne agli stessi sforzi e alle stesse attività, lasciatele diventare soldati, marinari, camionisti e scaricatori di porto, e vi accorgerete che le donne muoiono assai più giovani e assai più presto degli uomini; cosicché si dirà: “Oggi ho visto una donna”, come si diceva “Oggi ho visto un aereo”. Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta, pensavo, aprendo la porta. – Da “Una stanza tutta per sé”

Fermiamoci qui, a quando il tic-tac di Virginia si è fermato e lei ha toccato il fondo dello stagno.

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Emily Brontë #profile

Emily Brontë #profile

Le nostre passioni ci dirottano su vie inaspettate: per un misterioso motivo, dopo pranzo mi sono seduta alla scrivania e ho controllato il meteo del villaggio di Haworth, nel distretto di Bradford, West Yorkshire, nel quale vivono poco più di 6000 persone.

La descrizione del tempo fornito da BBC Weather ha qualcosa di poetico, che irresistibilmente mi spinge a citarlo:

Today

After a frosty start the day should be mostly dry with some good sunny spells, although rather cold. However the odd wintry shower can’t be ruled out over the Pennines in the afternoon.

Tra le quindici e le diciotto, la temperature oscillerà tra 2 e 3 gradi, potrebbe piovere in serata. La notte calerà precocemente alle 15:46. Tra circa un’ora, dunque, le tenebre scioglieranno i profilo dei monti Pennini, l’erba diverrà un calpestio indistinto, il rumore a pochi passi dalla nostra gelida soglia lo scivolare di un’immateriale fantasia.

Questo appeno descritto, il luogo in cui la famiglia Brontë si trasferì nel 1820. Dei figli del pastore Brontë, tutti perderanno la vita durante gli anni della giovinezza e due conquisteranno fama letteraria ad aeternum: Charlotte Brontë, autrice del romanzo Jane Eyre, ed Emily Brontë, creatrice di Cime Tempestose. Le ragazze Brontë crebbero esercitando la fervida fantasia inventando storie e componendo poemi mitologici, fino a quando la bellezza dei versi di Emily non convinsero Charlotte a tentarne la pubblicazione.

Come si legge su Wikipedia e su qualsiasi biografia delle sorelle, l’idea generò un aspro contrasto tra le sorelle, in quanto Emily si irritò a dismisura per l’invadenza della sorella maggiore, che aveva letto le sue poesie a sua insaputa, e perché si oppose caparbiamente alla possibilità di spedire i versi ad un editore.

Il litigio data 1845: Emily era una giovane donna non sposata di 27 anni, quinta di sei figli, indigente, religiosa tanto quanto legata, con mistica passione, al brumoso paesaggio, spazzato da venti selvaggi, che la conteneva – e che lei portava dentro di sé. Turbolenta, si allontanò da Haworth per lavorare e studiare in Belgio con l’intraprendente Charlotte, ma tornò sempre al luogo d’origine, dal quale si sentiva morbosamente posseduta. La poesia ci aiuta ad immaginare il tormento di quest’anima creativa, che avrebbe potuto essere una fredda, casalinga zittella, ed invece fu dominata dall’ispirazione per tutta la sua breve vita:

The night is darkening round me,

The wild winds coldly blow;

But a tyrant spell has bound me,

And I cannot, cannot go.

Emily Brontë non visitò il mondo, non ebbe relazioni al di fuori della propria famiglia e morì a soli 30 anni di tubercolosi: i sentimenti dei personaggi del suo unico romanzo, tuttavia, sorprendono per la vividezza, l’intensità e l’estrema violenza. Emily ha forse imparato l’aggressività dal vento, la bellezza dal cielo color zaffiro, l’angosciante desiderio dell’amato dalla veloce discesa del freddo sole invernale?

Non lo sappiamo, ma qualsiasi cosa lei abbia fatto, questo ha lasciato traccia nelle pagine di Cime Tempestose.

Per scusarmi del mio imbarazzante romanticismo quando parlo delle sorelle Brontë, vi fornisco la carta personaggio di Emily, così che possiate battere tutti i vostri nemici con maggiore facilità.

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Jane Austen #profiloletterario

Jane Austen #profiloletterario

È un’esperienza comune incontrare denigratori dei propri autori preferiti. Prendere le loro parti è un riflesso naturale e può essere frustrante registrare la più completa insensibilità alle argomentazioni che, in qualche caso, siamo addirittura costretti a trasformare in giustificazioni. Se è vero che non esistono verità oggettive e che i gusti sono inviolabilmente personali, a volte risulta impossibile farli accettare dagli altri senza provocare sorrisi ironici e alzate di sopracciglia.

Vista la mia predilezione per scrittrici inglesi morte da tempo, ho sperimentato con regolarità queste situazioni. In particolare, se dichiaravo un’opinione su quella che viene considerata un mostro sacro, Jane Austen, ma che invece è un’autrice che genera perplessità nei più. Posso ricordare commenti di questo genere:

Jane Austen? Ma non parla di cose serie!

Ma come fai ad appassionarti alle storie e ai gossip di quelle damine?

I personaggi sono così stupidi: non fanno altro che parlare di balli e matrimoni.

Eroine false e calcolatrici.

E altre cose di questo genere.

Quello che è più difficile far capire dei libri di Jane Austen, e che per me è così evidente, è l’ironia, che a volte sfocia nel sarcasmo, con cui lei ritrae tutti questi argomenti.

La società inglese del primo ottocento non andava affatto a genio alla nostra ragazza di Steventon: all’epoca, le donne non possedevano un patrimonio, non potevano lavorare e ogni attività intellettuale da parte loro non era ben vista, soprattutto se appartenevano alle classi medio-basse e provenivano da famiglie non abbienti. La vita delle ragazze girava attorno al matrimonio, unica occasione per loro di uscire dalla famiglia di origine e costruire una propria indipendenza. Il matrimonio, tuttavia, era prettamente una questione economica: le giovani erano dotate, o non lo erano, di una dote, cioè di una quantità di denaro da trasmettere al marito con le nozze. È chiaro dunque che gli scapoli in cerca di moglie preferivano scegliere donne “convenienti”, che gli procurassero un bel gruzzoletto. Jane Austen era figlia di un pastore e lei stessa senza una dote, come tante delle sue protagoniste: l’unica speranza per donne di tal sorta era affascinare uomini ricchi che possedevano già un bel capitale. Come è possibile intuire, l’amore non era affatto determinante in queste operazioni e le famiglie non ammettevano che le figlie pretendessero un compagno che le rispettasse o le amasse, in quanto se rimanevano a casa come “zittelle” potevano diventare un vero e proprio problema.

C’è qualcosa di autobiografico in Elizabeth Bennet, Fanny Price e Anne Elliot che ricevono pressioni pesanti dai parenti perché rifiutano dei pretendenti ritenuti ideonei perché avrebbero potuto assicurare loro una condizione economica stabile – situazione che visse la stessa scrittrice.

La critica “pre-femminista” è molto sottile e rappresentata dai fatti e dai personaggi, anziché essere dichiarata apertamente dal narratore: Jane Austen contrappone i personaggi falsi, con doppi fini e superficiali a personaggi intelligenti e che scoprono il valore dei sentimenti, soffrendone e ricevendo infine la ricompensa tanto desiderata, il matrimonio per amore. I personaggi non sono descritti “tali e quali” a come li ho descritti, piuttosto sono le loro parole, gli atteggiamenti e le relazioni con gli altri a caratterizzarli. La Austen era probabilmente un’acuta ed instancabile osservatrice della propria società nella quale era considerata una stramba, una testarda e una boriosa, in quanto desiderava vivere del suo lavoro di scrittrice e non piegarsi a ciò che riteneva la avrebbe denigrata nel corpo e nella mente.

A questo punto loro vi diranno: ebbene, cosa c’è di ancora attuale oggi? Jane Austen può aver fatto il suo tempo, essere stata d’aiuto alle donne per prendere coscienza di questa situazione… ma oggi?

Si potrebbe rispondere che la letteratura, come tutte le arti, ha un movente ma non un’utilità: se la letteratura è bella, allora diventa immortale e sopravvive al cambiamento dei tempi.

C’è tuttavia anche l’aspetto della memoria: troppo spesso dimentichiamo che duecento anni non sono poi tanti e non ci rendiamo conto che il genere femminile ha acquisito diritti e rispetto in tempi assai recenti. Ovviamente questo è vero in occidente, mentre nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo il matrimonio combinato e la “vendita” delle spose è ancora una dolorosa realtà.

In ultima analisi, non possiamo certo tralasciare l’importanza di personaggi come la celeberimma Elizabeth Bennet, la cui intelligenza e impertinenza potrebbe essere ancor oggi il simbolo delle donne che non sono proprio il massimamente attraenti e vengono giudicate (male) perché esprimono il loro pensiero e si pongono alla pari dell’uomo. Roba da antiquariato? Io non credo.

Se tutto questo non basta, aggiungete al mazzo di carte Magic del vostro ragazzo la carta di Jane Austen ed invitatelo a combattere gli zombie servendosi del suo potere evocativo.

 

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