La Resistenza

La Resistenza

Cara nonna, sono una bambocciona.
La tua bambocciona, quella che ti chiedeva di ripetere quella poesia che mi avevi insegnato – di Pascoli, che parlava di una rondine e di un uomo che non tornarono mai al nido dove li attendevano.
Te lo chiedevo, senza capire perché la sapevi così bene. Buon 25 Aprile.


Marzia aveva vissuto un solo grande spostamento nella sua vita. Camminando, contava i passi del secondo. Le dita premevano all’interno delle punte delle scarpe leggere, strette nella stoffa, come sassolini. Procedeva meccanicamente, con le braccia dietro alla schiena, dondolandosi e a testa china. Le erano passate accanto un po’ di persone, qualcuno con i bambini sulle spalle e molte sporte, un carretto trainato da un asino, perfino un cavallo e una bicicletta. Non alzava la testa per guardare nessuno: rivolgeva l’attenzione alle scarpette basse di tela nera, che impolverandosi stavano diventando grigie e chiare. Procedevano lentamente, occupando metà della strada. Il fratellino di Marzia falciava la strada con le gambe lunghe e magre, aprendo e chiudendo le ginocchia minuscolo come una forbice. Marzia gli dava il passo, aprendo la fila, e lui non si azzardava a non seguire la linea che ella tracciava sulla strada biancastra.

La testa della ragazza scottava: i capelli neri e raccolti sulla nuca assorbivano la luce ed il sudore. Una volta a casa, li avrebbe tagliati. Aveva un faccia piccola, con minuscole sopracciglia, naso e bocca, soltanto gli occhi erano grandi. Le guance rotonde le davano un’aria allegra e furba, di quelle che vedi raffigurate sui cartelloni pubblicitari, accanto ai biscotti.

Dietro a Marzia ed Emilio, tutte donne seguivano, a parte un vecchio, che sedeva rigido e con il bastone in mano sul carretto. Sul carro stavano molte cose, scatole, pentole, coperte, fagotti e un grande armadio. Quello che aveva sistemato l’armadio per loro aveva fornito anche il carretto, aveva predisposto tutto. Avrebbe potuto accompagnarle, tuttavia non lo aveva chiesto, perché conosceva quelle donne e sapeva della loro fierezza.

Tutto il gruppo era in silenzio. Soltanto a volte, Emilio ed il vecchio sospiravano, ma senza farsi eco, più con l’aria di chi non sa proprio che fare.

Settembre era al termine e tutt’intorno nella campagna si cominciavano a vedere macchie gialle e rosse. Le viti diventavano scure ma l’aria del pomeriggio era ancora calda.

Ecco un altro che passa in bicicletta: sfrecciò accanto a Marzia scampanellando e lei incrociò le braccia. L’aria che si lasciò dietro le trasmise un senso di vuoto. Cercò di pensare a qualcosa: alle elementari non le avevano insegnato una poesia o una filastrocca per ogni mese?

Recitò, a voce bassa: Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ripeté la prima frase, prima che la seconda le tornasse alla mente. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare.

La sua voce si fece roca e non continuò. Stavano andando verso il mare: prima di andare sulle colline, non si era mai resa conto della distanza. Poi lo aveva visto dall’alto e da lontano come un muro dipinto . Le barche, insignificanti, si muovevano lentamente senza ondeggiare. Quanto potevano essersi allontanati dal mare? Eppure sentiva come se si fossero addentrati in una zona proibita, senza ritorno, e che il mare si trovasse al di là del confine dell’immaginazione. Marzia si voltò a guardarli: Emilio, il nonno seduto sul carretto, sua moglie, sua figlia, la nuora, che era la madre di Marzia, e la zia. Vanno verso il mare. Andiamo verso il mare.

La zia agitò una mano, visto che Marzia si era voltata. Emilio corse verso di lei, saltando. La zia gli disse qualcosa ed allungò il passo. Dopo pochi istanti, Emilio fu di fianco e Marzia e le disse di aspettare la zia. Marzia si fermò, mentre il fratello zompava da un sasso all’altro poco più avanti, allargando le braccia. La zia strinse leggermente il braccio di Marzia e la sospinse, guardando in avanti.

Era una donna alta e secca, ma muscolosa. Non sapendo che cosa dirle, le recitò quel verso, quello che non riusciva più a togliersi dalla mente. La zia Viviana annuì, stringendo le labbra.

“Sì, è proprio così. Torniamo, e ci sarà un bel lavoro da fare.”

Portava le maniche arrotolate attorno ai gomiti. Le braccia erano forti come le gambe bianche. Sembrava pronta a mettersi a lavorare da un momento all’altro.

“Zia, devo essere contenta?”

Viviana non rispose, come se ci stesse pensando. Poi la guardò, aprì la bocca ed assunse quell’espressione di sorpresa, mista a divertimento, che usava invece di esclamare a voce alta.

“Prima che tu nascessi, ci fu un grande incendio in città. Ogni cosa andò distrutta, lo sai, a quel tempo avevamo costruito tutto di legno. Era più comodo, potevamo smontare e sostituire i pavimenti e le pareti a nostro piacimento. I ristoranti ed i caffè cambiavano forma ad ogni estate, fino a che non bruciò tutto. Il giorno seguente, si vedeva bene il mare dal viale, come se non ci fosse stato mai niente tra la spiaggia e le nostre case. Era molto bello, ma nessuno era felice. Tuttavia, quando ricostruimmo e riprendemmo a lavorare, fummo felici di nuovo. Ci piacque, il passato era passato.”

“Ci sarà ancora la nostra casa, e il bagno? E il bar?”

“Penso di sì. Ci sarà da fare un bel lavoro, ma presto sarà tutto pulito e funzionante. Non vedo l’ora di entrare in casa e mettere seduti il nonno e la nonna. Così voi giovani sarete liberi di mettere a posto quello che c’è da mettere a posto.”

“Ma come faremo a sapere che cosa dobbiamo fare?”

“Tutto sarà diverso Marzia, ma quello che abbiamo ci basterà per andare avanti. Dovrai soltanto aiutare tua mamma e tua zia. E riprendere a studiare, quando sarà il momento. Non ti devi preoccupare d’altro. Non ci saranno più bombe né allarmi aerei. Non ci saranno più tedeschi.”

L’ultima parola la disse piano. Forse si era pentita di averla pronunciata. Marzia ce la ebbe con lei per quel suo aspetto forte e sano, quasi sereno. Avrebbe voluto che piangesse, si lamentasse. Aveva pianto tanto e sapeva che quella era la cosa giusta, che la avrebbe fatta sentir meglio.

“Non ci sarà più il papà.”

Parlò come una macchina, una parola per ogni passo. Viviana tolse la mano da lei ed annodò le dita. Marzia vide che sudava.

“Non ci sarà più il papà, e nemmeno Antonio, il tuo nipote preferito.”

Avrebbe voluto piangere e sentirsi affranta, ma si sentì soltanto crudele. Viviana si massaggiò i capelli sulle tempie e quelli si appiccicarono alla pelle.

Erano arrivati ad un incrocio. Emilio si fermò per far passare una camionetta, che passò di fronte a loro lentamente. Dietro, seguivano alcuni soldati americani, seguiti da prigionieri scortati da altri. I prigionieri tedeschi erano in camicia, pantaloni e cintura. Camminavano uno dietro l’altro senza guardarsi, senza muovere le braccia ma con le teste pesanti che ondeggiavano. Emilio mimò una marcia rimanendo fermo ed indirizzò un plateale saluto militare all’intera colonna.

In quel momento Marzia e Viviana udirono un grido provenire dalle loro spalle.

“Porci, canaglie!”

Si voltarono e videro la vecchia, la madre di Viviana, che correva con le mani in avanti, chiuse a pugno, e urlava a squarcia gola. Si fermarono e la guardarono mentre le superava. La donna si fermò e raccolse un sasso, lo scagliò a poca distanza con un grido. Emilio si tolse dalla strada e si accovacciò sull’erba, abbracciandosi le gambe.

La vecchia riprese a correre, mentre le altre donne, quelle che erano rimaste al carretto, cominciavano a chiamarla. La donna si fermò a poca distanza dalla colonna di soldati e agitò le braccia verso i prigionieri.

“Canaglie, maledetti! Assassini! Siete stati voi! Mio figlio! E il mio Antonino! Porci assassini!”

I prigionieri e i soldati non si fermarono, qualcuno di loro le tirò un’occhiata. La donna prese due sassi in entrambe le mani e li scagliò in avanti. Uno piombò accanto al piede di un prigioniero, che si sbilanciò un poco e continuò a camminare.

Marzia era rimasta impietrita e Viviana si animò soltanto quando le altre donne le furono accanto, allora corsero tutte insieme verso la vecchia. Le impedirono di prendere altri sassi e cercarono di riportarla indietro, ma quella si divincolava.

Marzia si voltò verso il carretto, dove era rimasto soltanto il nonno, e corse verso di quello. Lo aggirò e salì sopra, accanto all’armadio. I suoi occhi non potevano staccarsi da quello: lì stavano, suo padre e suo cugino Antonino, nell’armadio. Suo padre aveva una pallottola nella schiena, suo cugino più colpi in corpo. I tedeschi avevano detto agli uomini di allontanarsi, che erano stati liberati. Tutti si erano voltati per andarsene, Antonino era corso via come un cavallo, così era stato colpito alla gamba ed era rimasto a terra sanguinante. Avevano dovuto finirlo, tra gli ulivi.

Marzia sentì il pianto del nonno ma non ci badò. Le donne gridavano, avanti, ma lei rimase fissa a guardare l’armadio, fino a quando non udì una voce sconosciuta che la chiamava.

Un uomo stava presso il carro e le chiedeva se andava tutto bene. Poi posò una mano sul ginocchio del vecchio e gli disse di farsi coraggio. Marzia si accorse che molta gente si era raccolta attorno alle sue zie, a sua madre e a sua nonna. Tutti cercavano di calmarle: c’era qualcuno del vicinato, qualcuno che aveva un banco al mercato, qualcun altro che veniva sempre al bar o salutava per strada. Di fianco al carro si erano fermati perfino due americani.

Chiesero all’uomo cosa era successo, e lui gli disse che quelle donne tornavano a casa con due morti, che erano stati fucilati pochi giorni prima per un rastrellamento. Marzia riconobbe una bestemmia sibilata in un’altra lingua, che rimbalzava tra gli americani.

I due alzarono il capo verso di lei: se ne stava in piedi accanto all’armadio, impietrita.

Loro la guardarono tristemente, quindi aprirono la borsa e misero alcune cose nel carro, di fronte a Marzia: un pacchetto di sigarette, una tavoletta di cioccolato, una scatoletta di alluminio.

Uno dei due indicò Marzia, poi le donne poco lontane.

“Eroi. Italiani eroi. Papà eroe.”

Marzia scosse il capo: che confusione. Italiani canaglia. Italiani eroi. Stava male perché nella confusione e nella sofferenza si sentiva incrollabile. Ora e sempre.


Il 4 settembre 1944, 45 persone furono uccise dai Nazisti a Camaiore (Lucca, Toscana), 35 in località Pioppeti e 10 in località Pieve (o Rosi). Tra queste, vi erano il padre di mia nonna, di 42 anni, e suo cugino, di 16. Camaiore fu liberata il 17 settembre 1944.

Jogging con il vichingo puntata 2 #inedito

Jogging con il vichingo puntata 2 #inedito

Tre uomini si sedettero di fronte a Mr Smith.

Il rumore della porta e quello delle sedie coprirono i saluti. Al centro si accomodò il produttore Alan Crane, che aveva sfornato, con serrata ricorrenza, telefilm fantasy-romantici che avevano reso gli ultimi cinque anni negli anni d’oro del romantico-fantasy.

Secondo un modo di procedere poco ortodosso ma redditizio, per la sua scorrevolezza, il romanzo sulla scrivania di Mr Smith gli era stato consegnato in versione integrale, affinché le sue impressioni diventassero le indicazioni per gli sceneggiatori. Le ultime uscite di Mr Crane erano le stesse di Mr Smith e per entrambi avevano rappresentato i loro più grandi successi: casse piene, pubblico adorante. Per questo, Mr Crane riponeva piena fiducia nel regista, tanto che non era rimasto per niente turbato dalle voci che riportavano una presunta relazione con la sua ex-moglie. Questo romanzo aveva una narrazione robusta che gli era valsa la vendita su larga scala, il rapido diffondersi su numerosi mercati linguistici. Mr Smith avrebbe elevato le radici del libro, nelle quali milioni di lettori erano rimasti invischiati, a un labirinto celeste da cui nessuno spettatore sarebbe potuto uscire – mai più.

Accanto a Mr Crane, si era seduto l’agente dell’autore del libro in ballo, il romanzo fantasy, screziato di storia, noir e romanticismo che aveva dominato le classifiche dell’ultimo anno. L’agente era un bel ragazzo dall’aria brillante e dinamica, che non stonava come terza voce nel duetto che Mr Smith e Mr Crane si apprestavano ad eseguire intorno al best-seller da trasformare in cult.

Tuttavia, il terzo nuovo arrivato, accomodatosi alla sinistra di Mr Crane, fu squadrato dal regista con disappunto: non amava discutere delle fasi delicate di tagli e modifiche al lavoro di un altro di fronte ad uno sconosciuto. Mr Smith strinse una mano grande e paffuta e gettò uno sguardo al sobbalzo della panzona quando quello si sedette. I capelli biondi ed appiccicati, la t-shirt indossata sotto alla giacca e le converse rosse, assolutamente inadatte a quei lunghi piedi, potevano significare una cosa soltanto, e tre o quattro sue declinazioni – un appassionato di romanzo fantasy, il presidente di un comitato di fans, il nipote dell’autore e depositario della sua viva volontà, un chiappone esperto di effetti speciali e scenografie digitali con manie da regista. Se Mr Crane lo aveva portato con sé, era assai probabile che quel tipo portasse soldi, e molti, per cui Mr Smith avrebbe dovuto accettarlo (senza per questo rinunciare ad essere se stesso e a consigliargli un buon nutrizionista).

“Mr Smith. Non perdiamoci in convenevoli e procediamo. Ci esponga a caldo le sue impressioni su questo romanzo.”

Non vi erano stato convenevoli, tuttavia tutti annuirono in risposta alle parole di Mr Crane, tranne il ciccione. Il regista appoggiò le spalle allo schienale, lasciando scivolare la pelvi in avanti. Sorrise e strizzò gli occhi, come ad ostentare la gratitudine per tanta fiducia, quindi schiaffò il palmo della mano sulla copertina del libro.

“Questa è merda, signori. Ma che dico, non è merda pura, è sterco misto a sabbia e detriti. Lei non si offenderà di certo, agente, in quanto questo libro è fonte di guadagno per molte persone, lei compreso e anche noi. Non deve ricevere molti commenti schietti e forse questo le renderà più appetibile il mio punto di vista.”

Mr Smith intercettò lo sguardo del produttore e vi lesse una fulminea scheggia di vermiglia incredulità. Ciò lo allarmò, ma soltanto per un secondo: forse non si aspettava un incipit tanto brusco… ma tanto valeva mettere le carte in tavola. Non avrebbe avuto senso elogiare l’opera per poi annunciarne un disboscamento seriale.

“Prendiamo l’inizio, con questo misero uomo con cui il vichingo fa il primo incontro. L’entrata del vichingo è perfetta, intendiamoci, in questo contesto desertico… ma questo… questo… Panteras? Nessuno spettatore potrebbe affezionarsi a un personaggio del genere. Del tutto irrilevante, privo di ironia o del suo contrario, il pathos, totalmente casuale. Un incontro casuale, ecco, come capra e cavoli. Per questo io propongo di cassare questo greco di cui non fotte niente a nessuno (questi girotondi e flashback, lo sproloquio sul nome di battesimo e un passato privo di interesse…) e passerei direttamente a Costantinopoli e trasformerei la storia del vichingo e della bambina nell’introduzione stessa della serie. I vichinghi alla corte dell’imperatore bizantino intorno ad un fuoco che si raccontano sotto voce la storia di quel loro lontano parente che è appena arrivato a piedi a Costantinopoli. Con questa modifica, possiamo dire di essere passati dalla palla di sterco spiaggiata a un groviglio di alghe che qualche occidentale ritardato potrebbe masticare in un ristorante giapponese.”

L’agente dell’autore tossicchiò e si agitò sulla sedia, mormorò qualcosa di incomprensibile, mentre anche Mr Crane non riusciva ad articolare una sola parola. La salvezza venne dal biondo panzone, che alzò una mano in segno di pace per tutti.

“Molto interessante, Mr Smith. Senza dubbio lei esprime al meglio la logica drammatica della rappresentazione televisiva. Forse… i colleghi non si aspettavano un eloquio tanto schietto. Dico però di concentrarci sulla sostanza. Per me, visto che Mr Smith non ha intenzione di capovolgere i cardini della trama, possiamo procedere senza indugi o imbarazzi.”

Mr Smith rise fragorosamente e si alzò per battere una mano sulla spalla tornita dello sconosciuto.

“Indugi o imbarazzi! Non abbia paura, amico, non ce ne saranno mai! Tuttavia la ringrazio per quello che ha detto, il suo aspetto non rende merito alla sua saggezza!”

Si sedette e lanciò uno sguardo interrogativo a Mr Crane e all’agente, che non solo conservavano un’aria contrita ma stavano rapidamente diventando paonazzi. Mr Smith alzò le spalle e rivolse un sorriso al suo inaspettato alleato.

“Che ne dice, amico, bastiamo noi due per andare avanti? I nostri compari hanno deciso di arrestarsi dove la nostra comprensione non può attardarsi. Come ha detto di chiamarsi?”

L’uomo non sorrideva, eppure aveva un’aria estremamente mite ed arrendevole mentre rispondeva a quella domanda piuttosto facile.

“Odgen Johnson, al suo servizio.”

Mr Smith aggrottò la fronte.

“Non mi dice niente, ma mi è familiare. Ci conosciamo, per qualche strano motivo?”

 


 

Milan Tourette, l’agente di Mr Odgen Johnson, autore del bestseller “Il cerchio d’ambra”, stava trangugiando un bicchierino di vodka trasparente all’angolo della strada ed era furioso.

Odgen gli stava accanto, con le mani nelle tasche del cappotto, la testa bassa e i sottili capelli biondi sollevati dal vento. L’agente gettò il bicchiere sul bancone con tanta violenza che quello andò in pezzi. Quando si voltò a guardare Odgen, che svettava sopra di lui di circa venti centimetri, aveva le lacrime agli occhi ed era paonazzo.

“Perché non mi licenzi, Od? Spiegami perché devo assistere a queste pietose scene in cui il tuo lavoro viene insultato e ridotto a paccottiglia da canale di serie B… Licenziami, Odgen, non ce la faccio più!”

Odgen sospirò e scosse il capo.

“Non posso licenziarti, Milan, mi dispiace.”

“E perché?”

“Perché mi dispiace! Piangi ogni volta che accade qualcosa di spiacevole. Piangeresti, se ti licenziassi. Perché non ti licenzi da solo?”

Milan batté un pugno sul bancone, attirando l’attenzione del barman, che gli servì un altro bicchierino senza che lui ne chiedesse.

“Ho un codice morale, Od. Se tu mi chiedessi di lasciarti solo nella stanza degli squali, allora ti rispetterei. Ma se io devo abbandonarti… Lo affronteremo insieme. Hai firmato la concessione dei diritti, questa è la realtà. Forse mi sono lasciato trasportare, avrei dovuto sconsigliarti fin dal principio, ma pazienza. Questo però non significa che devi subire gli insulti di quel borioso regista senza reagire! Cavolo, Od, anche gli ippopotami si infuriano!”

“Gli ippopotami?”

“Sì, Odgen, gli ippopotami! Sai quegli animali glabri che se ne stanno a mollo tutto il giorno e pascolano come pecorelle durante la notte?”

“So cosa è un ippopotamo, Milan! Potresti soltanto evitare il paragone con un animale fuori forma? Non avresti potuto chiamare in causa la furia del pulcino?”

“Mr Smith può darti del ciccione e io no? Comunque, voglio sperare che tu preferisca invocare la furia dell’ippopotamo piuttosto che quella del pulcino, quando si tratta di farti valere.”

Odgen sospirò nuovamente e si coprì il volto con le mani. Dopo qualche istante prese il bicchierino di vodka da sotto il naso di Milan e la buttò giù. Rimase con gli occhi chiusi e corrugati per qualche secondo, quindi scosse la manica del cappotto dell’agente.

“Ma sentici… stiamo qui a questionare di ippopotami e pulcini. Dovremmo festeggiare, Milan! Una produzione milionaria! La distribuzione negli Stati Uniti!”

Milan storse la bocca, emettendo un’esclamazione di disgusto.

“Non sono abbastanza i soldi ricavati dal romanzo? Ne hai così bisogno da accettare la messa in onda di una serie basata sul tuo libro senza il tuo incipit originale? E chissà cos’altro.”

Odgen scosse il capo, mentre rideva divertito.

“Mr Smith ha pienamente ragione sull’inizio. È noioso, puramente casuale. Pandarus è un personaggio inconsistente. Funziona molto meglio la versione di Mr Smith. Ha più grinta, fascino. E’ stata pensata.”

“Non capisco, Od, è il tuo libro! Se pensi che quell’inizio faccia schifo, perché lo hai scritto così?”

Odgen cercò un paio di monete nella tasca e le depositò sul bancone.

“Costretto dal realismo, amico, dalla storia.”


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Jogging con il vichingo puntata 2 di Teresa Del Bianco è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.
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Jogging con il vichingo, puntata 1 #inedito

Jogging con il vichingo, puntata 1 #inedito

L’uomo camminava nervosamente avanti ed indietro, incrociando le braccia al petto e poi lasciandole andare, giù, lungo il corpo.
Pandarus, quello era il nome di suo padre, credeva.
Da bambino, aveva domandato a giorni alterni a sua madre chi fosse suo padre.
Altrettanto alterne erano state le risposte: all’inizio della settimana la donna sosteneva di non ricordarlo, mentre l’inattività del sabato la induceva a pronunciare quel nome, il suo, quello del figlio.
Pandarus aveva creduto, allora, di chiamarsi come suo padre.
Non era un nome del suo popolo, quello: Pandarus senior era un greco circonciso, nato e cresciuto per le contrade di Salonicco. Un giorno, quando era ormai nei suoi dieci anni, la madre indicò il padre di Pandarus con il dito, magnanima e commossa. Pandarus aveva stentato a riconoscersi in quell’ uomo lontano due angoli di strada, prematuramente invecchiato, foderato in una corazza di cuoio abbastanza resistente per contenere un immenso addome globoso.
La curiosità si placò: era Pandarus figlio di Pandarus, straniero con armatura di cuoio, indicato all’angolo di strada.
Nessun altro avrebbe potuto crederci, a parte lui stesso: tutti coloro che conosceva lo pensavano come il figlio del caso e di una prostituta. Fu un bambino impertinente e un giovane imperterrito: la famiglia gli era negata ma lui era convinto di conoscere la verità. Tuttavia, non la considerò mai ideale e se ne allontanò quando decise di vivere su una spiaggia e guadagnarsi da vivere pescando. Mandava cibo a sua madre, ogni tanto, per ripagarla della sincerità e dell’amore.
Erano passati molti anni: dalla sua città natale Salonicco, da sua madre, dalle domande sulla paternità e le risate del volgo.
Avevano riso di lui, certamente, vivi e morti.
Ne aveva visti tanti di perenni sorrisi di morte da dimenticarsi tutta la sofferenza delle frustate e delle dita torte, che avevano da tempo cancellato l’emozione del pensiero dei genitori.
Eppure, in quel momento, Pandarus stava letteralmente rinvangando il passato: si rivedeva mentre, poco più che quindicenne, stingeva tra le mani grassi e unti pesci, sceglieva il più piccolo per la madre. Riproduceva il gesto di gettare il dono nel suo povero cesto, l’offerta per quell’ossessiva bulimica che aveva invocato su lui molte maledizioni per la rovina della propria esistenza.
“Oh, mamma, mamma…”
Si toccò il cuore e sentì il vecchio astio, la curiosità insoddisfatta di sapere il motivo della scelta di un nome così diverso da quello degli altri bambini del quartiere. A quel tempo, il quartiere era come il suo cuore. Straniero, il sangue che vi scorreva lo raggelava, a causa di quel nome lungo e irto, italico.
Pandarus si apprestava staccarsene, una volta per tutte, a seppellire il nome con il corpo di un altro uomo. Quell’uomo non gli avrebbe dato un nome degno del pulcioso quartiere dove era nato, ma avrebbe fatto comunque al caso suo.
Pandarus, negli anni, era diventato un buon pescatore: aveva ideato un metodo sopraffino per distinguere il pesce buono da quello cattivo. Pessimista, non per scelta, buttava tutti a mare, vivi o morti, e proseguiva da sé. Quel corpo ai piedi della collina non era diverso dagli altri: odore di pesce, pelle di pesce, sguardo vacuo di pesce. Pandarus tuttavia desiderava rubargli il nome e l’identità, poi seppellirlo. Sarebbe diventato un pesce anche lui, ma vivo, e avrebbe nuotato nel mare del pericolo.
E di quel nome, quel suo nome che non sapeva di niente, cosa ne avrebbe fatto? L’ansia lo prese ed egli si lasciò tentare dalle lusinghe delle vecchie menzogne.
Come avrebbe potuto dimenticarlo, visto che era appartenuto a quello che lo aveva generato? Sua madre lo aveva pronunciato, con tenerezza o per rimprovero, doppiamente: verso suo padre e verso di lui.
Due generazioni si erano identificate con Pandarus ed il nome gli pesava, ora, visto che in un modo o nell’altro sarebbe finito lì, su quel colle, sepolto in una terra desertica.
Pandarus si era immaginato figlio di un mercante di vini, che era ricco possedeva schiavi.
Da giovane pescatore, divenne soldato per due volte. Tra le tenaglie con gli altri schiavi, aveva conosciuto l’amarezza della condizione ma non aveva rinunciato ad immaginare il piacere del padrone, specialmente di quello crudele.
Il fatto di non essere cresciuto tra i militari gli generava disprezzo e diffidenza per quel tipo di vita. Si era lasciato assorbire da loro soltanto per sfuggire al padrone troppo annoiato al quale era appartenuto.
Lo presero come recluta e Pandarus immaginò che sua madre avrebbe pianto nel vederlo partire, disonorandolo e disonorandosi. Codardo, lo avrebbero chiamato, figlio di una vite tagliata. Pandarus non si sentiva degno di tali accuse: lui non era figlio di una vite tagliata, era un figlio di puttana. Nessuno gli aveva insegnato quella regola per la quale sui campi di battaglia esistono soltanto uomini, senza alcuna possibilità di allegare spiegazioni: se erano vivi, dovevano soltanto difendersi, se erano morti, avevano cessato di farlo.
Non aveva saputo difendersi, eppure non era morto. Lo avevano scambiato per un popolano, forse per la sua magrezza: chi avrebbe potuto immaginare un tale scricciolo tenere un’arma e uno scudo. Pandarus udì le urla dei suoi compagni che lo avevano deriso, mentre venivano finiti. Tacque, finse d’esser sordo, ma continuò a sognarle per molti anni a venire. La prospettiva della vita da schiavo lo rese disperato: per questo, quando si presentò l’occasione, si arruolò nuovamente.
Quando si presentò, il comandante della guarnigione lo scambiò per un evaso e lo minacciò di morte, ma la disperazione ispirò a Pandarus una storia: raccontò al comandante di come era riuscito ad intrufolarsi e rubare segreti, di come aveva ucciso senza che nessuno lo vedesse e aveva aperto le porte delle città agli eserciti.
“Questi tuoi grandi crimini spiegano le tue ferite, greco.”
La spiegazione, l’accento, il rachitismo e la schiettezza nel parlare di nefandezze piacquero al comandante che lo prese con sé.
Pandarus non dovette fare altro che esaudire ciò che aveva semplicemente inventato: mise insieme l’altezzoso e menzognero cipiglio di sua madre, la camminata guardinga di quel vecchio misogino del suo presunto padre, il sorriso privo di denti del padrone di schiavi e l’abilità a pigliar pesci. Non era una recita: per la prima volta, li accoglieva tutti dentro di sé come se lui stesso fosse un quartiere nel quale le lingue, i passi e il sangue si incrociavano armoniosamente per le strade. Gli riuscì meglio di quello che avrebbe creduto e per lungo tempo. Potrei morire, si diceva, ma che importa? Non aveva casa né parenti e la sua storia personale si era già esaurita per eccessiva povertà di contenuti.
Il comandante conquistò gloria grazie ai servigi di Pandarus e ne fece uno dei suoi luogotenenti. In segreto, dapprima, poi apertamente. I soldati rispettavano il greco ed inventavano storie a loro volta. Tutta la vita di Pandarus era diventata una grande, epica fandonia.
Due settimane prima, il greco si era diretto con il comandante ed un piccolo drappello in un distretto pericoloso dell’impero, popolato da barbari nervosi ed affamati di terra, pecore, donne.
Il proposito del comandante era di inscenare un piccolo attentato a spese proprie e dei propri uomini: sterminare un capo e la sua scorta, chiamati a colloquio, ed accusarli di averli tratti in trappola.
Purtroppo, i topolini reagirono a quell’inganno che era stato ordito per custodirli per sempre sotto terra: le sorti si rivelarono a loro favore ed essi non restituirono il favore che era stato prestabilito per loro. Macellarono i corpi, si portarono via le teste e lasciarono il resto all’aria.
Pandarus cadde prematuramente dal cavallo imbizzarrito e venne colpito da una freccia infuocata. Il fuoco ferì il suo volto e il suo collo: il dolore lo accecava. Il comandante era caduto accanto a lui: Pandarus lo raccolse e si mise a correre. Nella baraonda che ne era esplosa, nessuno fece caso a loro.
Depose il comandante morente ai piedi di una collina. Lavò la sua fronte con una pezza imbevuta di acqua fangosa, presa da una pozzanghera. Si guardò riflesso, per un attimo: la freccia aveva scalfito la guancia e un taglio univa l’angolo della bocca all’attaccatura dell’orecchio. Il capelli si erano staccati dallo scalpo raggrinzito e ricadendo erano rimasti appiccicati alla ferita. Dall’occhio chiuso eruttava un siero denso e trasparente.
“Così brutto, eppure mia madre mi avrebbe scopato.” Si disse, caparbiamente consolando quel po’ di amor proprio che gli era rimasto.
Pandarus dormì presso il comandante mentre moriva e rimase al suo fianco una notte e una mattina. La sua faccia doleva ed egli invidiava quel gran capo per essersi tolto di mezzo con tutti i fastidi della loro professione.
Il sole di mezzogiorno del giorno dopo e un rumore di zoccoli di antilopi furono i messaggeri della sua più grande idea.
Soltanto io, si disse, conosco la sorte del generale. I barbari non ne hanno ritrovato il corpo ed egli risulta disperso. Lui e… Pandarus il greco, sulla cui fine di certo nessuno si interrogherà.
Scrutò attentamente il volto dell’uomo: non aveva pelle scura né bei lineamenti. Pochi capelli sormontavano una testa lucida e tonda. Occhi piccoli, bocca piccola, un naso tirato dalla vecchiaia. Pandarus gli assomigliava: aveva occhi e bocca di sua madre, minuscoli, e un naso tirato dagli stenti e dalla magrezza. In quanto ai capelli, quelli non erano più. La ferita, inoltre, rendeva l’esame del suo volto ancora più difficoltoso. Misurò il comandante con le mani: un poco più basso di lui, tuttavia avrebbe potuto mostrarsi ingobbito, viste le gravi ferite patite. L’uomo era vestito di tutto punto: armatura, scudo, vessillo, stemma. Soltanto l’elmo e la spada erano rimasti sul campo.
Che potesse lui, Pandarus, figlio di un abituale cliente di prostitute, due volte soldato e una volta schiavo, reclamare quelle insegne come sue?
A che pro concederle alla morte, perché si beffasse di un comandante che non la aveva mai temuta? Avrebbe potuto proseguire al suo posto e fare come lui e meglio di lui, ne era certo: conosceva la disperazione e mentiva per difendere la propria incolumità.
Pandarus parlò a voce alta come il comandante e il risultato gli sembrò compatibile con una truffa. Inoltre, l’uomo era sempre stato di poche parole e l’accaduto sarebbe stato un ulteriore motivo per parlar poco.
Pandarus aveva già deciso ma si aggirava sulla collina in preda ai rimorsi: già da tempo sapeva che non avrebbe messo al mondo figli per continuare una stirpe che di fortune ne aveva conosciute poche.
Ora, lo stava letteralmente gettando la vento, il suo nome, per diventare un altro: vestire i sui vestiti, abitare la sua casa, la sua tenda.
Avrebbe dovuto cambiare tutti i servitori, oh sì. Non avrebbe potuto rischiare che qualcuno di loro riconoscesse lo scambio.
Pandarus, alto, nervoso, pelato e ferito si preparava a vestire i panni del comandante e tornare a piedi a Costantinopoli.
Tuttavia, un evento inconsueto lo fermò: infine non si trattò né dell’attaccamento alla famiglia o al nome.
Pandarus incontrò un uomo.
O meglio, l’uomo venne verso di lui, mentre l’altro si contorceva nei pensieri sulla cima della collinetta.
Come aveva potuto fidarsi, di sé stesso, del tempo e di quella landa da rimanere tanto in vista in pieno sole? Che Dio gliela mandasse buona, visto che era stato tanto benevolo da mandargli compagnia.
Pandarus stentava a distinguerlo, tanto quello era pallido e biondo: si confondeva con i colori delle erbe secche e della polvere. Conservava un pugnale attaccato alla cintura: portò la mano all’impugnatura.
Lo sconosciuto si diresse ai piedi della collinetta, guardandolo fisso. Il greco si accorse che trasportava qualcosa: un corpo minuto, coperto di stracci, dai lunghi capelli biondi.
L’uomo biondo si inginocchiò a terra, sbarrando gli occhi e allungando le labbra, gettandogli una silenziosa preghiera. Scoprì il volto della bambina dagli stracci e sollevandola gliela mostrò. La piccola dormiva di un sonno innaturale: le palpebre pesanti e la bocca ricadevano verso il basso, come le braccia e le gambe. Il suo corpo era vuoto di acqua e cibo e pesava come piombo.
Lo straniero domandava pietà e aiuto allo straniero.
Il greco sospirò, alzò gli occhi al cielo, ma poi indicò all’altro il retro della collina, dove si trovava la pozzanghera.
“Attento, c’è un cadavere là dietro.”
Gli disse, ma da come lo sconosciuto si precipitò dall’altra parte intuì che non doveva comprendere la lingua. Scese la collinetta ed osservò il giovane uomo che cercava di fare bere l’acqua alla bambina. Fece scivolare poche gocce nella sua bocca fino a che quella non le mosse, mostrando un chiaro segno di vitalità.
Lo sconosciuto sorrise e voltò il capo verso Pindarus, piegandolo più volte. Lo stava ringraziando.
“If I were you, I wouldn’t look at her with such a pity. She is so hungry that she could eat you alive.”
Pandarus non rispose: non era abituato ad essere ringraziato da uomini della sua età.
Si avvicinò all’uomo e lo apostrofò con una frase nella lingua dei barbari che avevano avuto la meglio nello scontro.
L’altro non reagì, tuttavia Pandarus non si lasciò incantare: lui stesso era un gran mentitore, ma poteva esistere uno più bravo di lui. Si sedette in alto, sulla collinetta, ed osservò lo sconosciuto.
Era molto alto, più alto di tutti i soldati che aveva conosciuto in quegli anni. Le spalle erano proporzionatamente larghe, per la sua altezza. Le grandi mani sembravano contenere la bambina. I capelli biondi erano lunghi e avvolti in un intrico all’altezza del collo.
“Chi sei?”
Forse per l’intonazione interrogativa della voce di Pandarus, l’uomo si voltò.
Il greco osservò i suoi occhi grigi, sfuggenti come nuvole trasparenti.
“The first questioni is always identification. Well, brother, I cannot tell you who I am. Anyway, I can try to tell you what I want.”
Pandarus ascoltò il lungo sproloquio senza capire una parola. Tuttavia, non mosse un muscolo e proferì nuovamente, scandendo ogni parola.
“Chi-tu-essere-uomo-bianco?”
“I am looking for a relative. His father was a cousin of my father. His name is Johnsen, he lives in Costantinopoli.”
Disse. Indicò sé stesso e poi lontano.
“Me. Johnsen. Costantinopoli.”
Pandarus scosse la testa.
“Cosa vorrebbe dire? Chi sei? Da dove vieni?”
Lo sconosciuto scosse il capo a sua volta. Ripeté soltanto: Johnsen, Costantinopoli.
Pandarus si ricordò di una truppa di soldati scelti dai nomi strani e impronunciabili: pieni di consonanti.
Il loro alfabeto era incomprensibile e usavano scrivere brevi frasi su pietre, che Pandarus aveva visto infisse su una spiaggia, vicino alla città. Si spedivano i blocchi di pietra per miglia marine ed arrossivano quando ricevevano la commemorazione dedicata al cagnolino del proprio parente. Erano rossi, biondi, generalmente pallidi, avvinazzati, sempre accaldati, anche se dopo anni di permanenza come guardia dell’imperatore avevano finito per contaminarsi con i bizantini. Non conosceva il posto da dove provenivano, ma poteva rendersi conto facilmente che assomigliavano a quell’uomo e alla bambina che aveva di fronte.
“Vuoi andare a Costantinopoli? Lì ti aspettano i tuoi compari?”
L’altro ripeté nuovamente, Johnsen, Costantinopoli, Costantinopoli, Johnsen.
Pandarus pensò di nuovo al suo piano: doveva spogliare il comandante e seppellirlo. Il buon senso gli suggeriva di uccidere l’uomo. Tuttavia, non avrebbe potuto farlo mentre era sveglio, perché malgrado mostrasse segni di deperimento era più grosso di lui. E della bambina, che cosa ne avrebbe fatto?
No, li avrebbe portati con sé. Avrebbe seppellito il comandante durante la notte e l’altro non gli avrebbe chiesto niente, perché non ne era capace.

Mister Robert Smith, sedicente film-maker, chiuse il libro e sospirò. Aveva riletto il primo capitolo del bestseller senza alcuna speranza di rivalutarlo. Bussarono alla porta del suo ufficio ed egli si alzò ed andò ad aprire. Rimase impalato di fronte ai visitatori, sfoderando un professionale sorriso.
“Vi dà il benvenuto il miglior regista che questa merda poteva meritare.”

Sono pazzi questi barbari!

Sono pazzi questi barbari!

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Jogging con il vichingo, puntata 1 di Teresa Del Bianco è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
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