Fare ricerca: roba da poeti! #noialtri

Fare ricerca: roba da poeti! #noialtri

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by She

SPOILER ALERT: In questo articolo non si tiene conto di ruoli standard e socialmente accettati – perdete la speranza o voi che leggete! (E fatevi una risata…)

Mi è capitato di concedermi la visione di una serie BBC il cui titolo è tutto un programma – Desperate Romantics – ficton ad alti contenuti romanzati sulla lega dei pittori preraffaeliti andata in onda su Laeffe.

Sono troppo sexy...

Sono troppo sexy…

Sento che potrebbe far storcere il naso agli esperti e ai veri Appassionati, quelli con la A maiuscola: Aiden Turner è un po’ troppo palestrato per il ruolo di Gabriel Rossetti, come lo era anche per il ruolo del nano belloccio ne Lo Hobbit (un bello che si trova sempre nel ruolo sbagliato al momento sbagliato, a quanto pare). Ma non vogliamo concederci una divertente, farsesca rappresentazione di una confraternita di pittori rivoluzionari di due secoli fa?Eppure, la mia vena carnevelesca non era abbastanza per spiegare il mio coinvolgimento: c’era qualcosa che mi faceva sentire estremamente solidale.

Ripercorro le immagini, come se le stessi ricordando: tre giovani che sfidano la teoria consolidata della pittura perché credono nel progresso dell’arte, l’amicizia che ci intreccia al lavoro, le sbicchierate per celebrare conquiste futili e consolarsi di tutto il resto, mangiare poco e rinunciare al riscaldamento (senza perdere il buon umore), dipendere, per la propria carriera, dall’approvazione di un mentore e dalla risonanza del pubblico. Infine, la mostra: i quadri dei giovani appesi alla parete, di fronte ai quali passeggiano vecchi accademici e critici parzialissimi che sono assai scettici che questi sbarbatelli che pensano solo a fare sesso possano mettere a frutto il loro talento, sempre che lo abbiano! L’ho vista e l’ho riconosciuta: questa non è una mostra, è una fiera della scienza.

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Ecco un’affollata poster session

Mi sono chiesta: nel nostro mondo, quello dei social e del self publishing, chi è che vive ancora nella condizione di “pubblicare o perire”? La risposta è “i ricercatori”.

Gli scienziati e i ricercatori annegano in un mare di letteratura e devono avere doti di scrittura notevoli – quando gli si richiede un articolo breve, si chiedono 6000-7000 parole.

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“Il bando per la presentazione del progetto scade tra 5 minuti”

“Se vuoi provare a te stesso di essere capace di essere uno scrittore, mettiti di fronte al computer una notte e scrivi 20000 caratteri” – non è un citazione letterale, ma è stato Ian McEwan a dirlo.

Oltre alla scrittura, alla pubblicazione e alla spada di Damocle dei revisionatori e degli accademici, lo stile di vita del ricercatore è di sicuro disperatamente romantico: può ingerire litri di birra in un fine settimana, migrare verso un ateneo che dista come minimo 300 chilometri da casa e dalla più vicina conoscenza, non ha fissa dimora, continua a cercare strenuamente di consolidare la propria posizione fino ai 35-40 anni e fa economia sul cibo.

I ricercatori non sono solo scienziati (come se gli scienziati fossero tutti uguali poi: provate a mettere in una stanza un ricercatore di ingegneria e uno di etologia – ne può venir fuori un trattato, un figlio o un tentato omicidio), ci sono anche umanisti di ogni specie, dall’egittologia, all’anglistica, alla teologia, alla storia dell’arte. All’interno di ogni disciplina, infinite correnti e tipi umani, contrattazioni e convivenze, soprattutto scrivanie disordinate e cassetti in cui si dimenticano spazzolini, cartoline, caramelle – non è romantico?

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Abbiamo ottenuto il finanziamento europeo… NO.

Inoltre, se vi capita di andare a perlustrare le mansarde parigine e londinesi, affittate a caro prezzo ed in pessimi quartieri, alla ricerca dell’artista dei vostri sogni… ricordate di chiedere al coinquilino cosa fa nella vita. Se non fa il cameriere per imparare la lingua, è probabile che sia un ricercatore.

Anche la caratterizzazione “negativa” che una volta si affibbiava allo scrittore di poesie che rinunciava a portare avanti l’impresa di famiglia e al pittore che sceglieva di ritrarre prostitute è stata ereditata da questa manciata di avventurieri: puerili, illusi, sanguisughe, snob. Quando poi il ricercatore è donna il ritornello dei luoghi comuni potrebbe essere facilmente scambiato per quello che, centinaia di anni fa, si deve essere sorbita Jane Austen: “Ma non pensi a farti una famiglia? Deve aver scelto di lavorare con il cervello perché è orribile! E’ inutile che si lamenti dei ritmi… si è scelta un lavoro da uomo!” per poi arrivare in gloria alle famose battute sulle lacrime.

Non ho dubbi: potrei avere una conversazione con Gabriel Rossetti o John Keats sui fastidi della vita da libera pensatrice, progressista ed artist… ahem, ricercatrice scientifica.

Fantasticando sui miei eroi della sera, sono giunta alla conclusione di non essere poi così strana e che in fondo lo sconcerto dei miei parenti di fronte alla mia scelta di vita non è niente di nuovo nella storia delle scelte professionali.

Perché ho scelto di fare ricerca? Principalmente per lo stesso motivo per cui ho scelto di studiare Medicina. E per lo stesso motivo per cui amo la letteratura sopra ogni cosa. Un errore dopo l’altro, e uno più radicale dell’altro. Ma d’altronde, non è sempre stata così priva di logica, all’apparenza, la vita di chi non riesce a fare a meno di seguire la poesia? Tutto torna. E’ folle e disperatamente romantico.

"E questo è solo il primo anno di dottorato..."

“E questo è solo il primo anno di dottorato…”

Studiare letteratura: roba da donne? #noialtri

Studiare letteratura: roba da donne? #noialtri

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By Eliza

TRIGGER WARNING: questo articolo contiene riferimenti alla teoria del giender!!1!1

Astenersi deboli di cuore.

Quando, ormai molti (troppi) anni fa, dopo l’esame di maturità, venne il momento di decidere quale facoltà scegliere per il mio futuro percorso accademico, avevo molte idee confuse, ma una sola ben chiara e definita: non sarebbe stato niente di scientifico.
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Fin da bambina mi ero distinta per la mia natura sognatrice e fantasiosa. Divoravo libri uno dietro l’altro, passavo ore davanti alla vecchia macchina da scrivere di mio nonno inventando storie e fiabe e non amavo particolarmente dover tenere i piedi per terra. La mia testa fluttuava continuamente in un empireo popolato dalle mie fantasie infantili e dai personaggi dei libri che amavo, un paradiso tutto mio dal quale venivo bruscamente richiamata quando la realtà mi si parava davanti e io ero troppo impegnata a fantasticare per notarne l’incombere minaccioso – una volta sotto forma di un palo, l’incontro con il quale fu particolarmente doloroso.

Fu quasi inevitabile per me, nell’iniziare la scuola elementare, decidere con una certa risolutezza che avrei passato il resto della mia vita ad amare materie come italiano o educazione artistica e odiare la matematica, cosa che mi impegnai a fare sin dal primo problema di matematica (“Luca e Mara hanno 5 mele. Se Luca ne mangia 2, quante mele rimangono a Mara?”).
Questa mia ferma risoluzione fu stimolata dal fondamentale apporto di una disastrosa serie di insegnanti che, dalle medie in poi e con rarissime eccezioni, fecero sì che la matematica e, successivamente, la fisica, diventassero per me bestie nere e materie mortalmente noiose e aride.
Si può dunque immaginare l’euforia con cui conclusi la mia ultima interrogazione di fisica: da quel momento in poi, ufficialmente, non avrei mai più dovuto avere a che fare con niente di anche solo vagamente matematico!

Con gli anni ho fatto pace con le materie scientifiche, tanto che ultimamente mi sono dedicata alla lettura di un saggio divulgativo di fisica. Se l’avessero raccontato alla me stessa di otto anni fa, non ci avrebbe mai creduto! Fatto sta che, otto anni fa, dopo la maturità e ancora provata da anni di lotte contro la matematica e la fisica, scelsi la triennale in Lettere e iniziai il mio percorso di studi (che allora non immaginavo sarebbe stato accidentato e faticoso quanto poi si è rivelato essere).

Fin qui tutto bene, giusto? Avevo scelto di assecondare la mia natura, giusto? Avevo scelto un campo di studi che mi interessava, giusto?
Più o meno.

Tralasciando il fatto che, per motivi che non starò a elencare, ho finito per odiare il corso di laurea in Lettere, ma che fortunatamente sta andando molto meglio con la specialistica in Traduzione, in tutti questi anni di studi umanistico-linguistici un tarlo ha continuato a tormentarmi, ossia il pensiero di aver scelto un percorso di studi “tipicamente femminile”.

Questo senso di inadeguatezza, di dover continuamente dimostrare qualcosa, mi accompagna in molti momenti e aspetti della mia vita: quando guido e mi sento in dovere di dimostrare che so guidare bene, perché se sbagliassi un parcheggio in retromarcia o ingranassi la marcia sbagliata sarebbe perché sono una ragazza e “donna al volante, pericolo costante”; quando devo aprire un barattolo o montare un mobile Ikea e non voglio dare segni di cedimento o di fatica perché non mi va di veder arrivare l’uomo del momento che prenda il mio posto dicendo “Donna, lascia fare a me”; quando in situazioni di crisi e/o sconforto, sento le lacrime salire gli occhi (piango per i motivi più svariati, dalla tristezza alla rabbia, dallo stress alla gioia) e cerco di ricacciarle indietro perché non vorrei che qualcuno pensasse di imputarle a sbalzi ormonali o anche al ciclo mestruale, che è sempre molto comodo additare a giustificazione dei malumori femminili.

Stesso discorso per il campo di studi che avevo scelto: lo avevo intrapreso perché, per un motivo o per un altro, era quello che mi interessava, o lo avevo scelto perché “è una facoltà da donne”? Cosa vuol dire una facoltà da donne? Forse che è frequentata per la maggioranza da donne? E perché è frequentata per la maggioranza da donne? Effettivamente, i miei compagni di classe, per la maggior parte, erano e sono donne. Avevo fatto la scelta più facile? Sono solo un altro numero in una statistica?

Il disagio aumentava ogni volta che mi veniva fatta la fatidica domanda “E tu cosa studi all’università?”, specie se a farmela era un uomo.  “Faccio lettere…”, “Studio traduzione…” e il sorrisino di circostanza sul volto dell’interlocutore o a volte delle battutine sarcastiche mi facevano sprofondare. Certo, dire “studio lettere” non suona figo quanto “studio medicina” o “ingegneria aerospaziale” e questo vale per tutti, uomini e donne. Probabilmente la prima cosa che la maggior parte della gente pensa è “Non troverà mai lavoro” o “Che facoltà inutile”, anche se la risposta “Studio lettere/traduzione/filosofia” viene da un uomo. Nel mio caso, però, sentivo che, oltre a tutto questo, pesasse anche il fatto che io sono una ragazza e che, in quanto tale, era naturale che avessi scelto quel campo di studi. Qualche volta me lo sono pure sentito dire apertamente: “Be’, sei una ragazza, che te lo chiedo a fare?” Eh sì, del resto cos’altro potrebbe scegliere una femmina? Carina lei, gioca a fare la letterata. Pat pat.

Purtroppo l’idea che esistano “facoltà da uomini” e “facoltà da donne” è ancora dura a morire, tant’è che mi è pure toccato sentirlo dire da donne che si proclamano femministe e orgogliose del loro essere donna. Secondo questa visione del mondo, uomo e donna hanno, in quanto tali, attitudini e capacità diverse – gli uomini scientifiche e pratiche, le donne letterarie e artistiche – e il peso dei condizionamenti sociali, dell’educazione, delle aspettative e dei ruoli che vengono imposti all’individuo fin dalla più tenera età non conta niente (a questo proposito segnalo un interessante articolo realizzato da un gruppo di studiose della Sapienza). Il che non è altro che una versione un po’ diversa e condita con psicologia spicciola alla Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere del vecchio adagio: l’uomo è predatore, cacciatore, quello che porta i soldi a casa, la donna è moglie e madre, l’angelo del focolare.
Sì, perché è risaputo che Samantha Cristoforetti è arrivata dove è arrivata scrivendo poesie e traducendo versioni dal latino, vero? Ma no, certo, obiettano i sostenitori delle facoltà al femminile, ovviamente esistono eccezioni a questo paradigma, donne che eccellono in campo scientifico e uomini che si affermano negli studi umanistici, ma queste sono, appunto eccezioni, se non scherzi della natura. Difatti la Cristoforetti, con quel taglio corto e neanche un filo di trucco, non ci ha mai convinto troppo come donna (giuro che ho letto commenti di questo tenore. Lo giuro).

Ma al di là di luoghi comuni fasulli e fuorvianti che vorrebbero tutte le donne creature delicate e sensibili intente a declamare poesie d’amore e intrecciare fiori e gli uomini decisi e impavidi esploratori del mondo e della scienza, il problema che mi preme principalmente è un altro, ossia la svalutazione delle facoltà umanistiche in quanto, appunto, facoltà “femminili”, inutili, improduttive, astratte. Aria fritta, insomma. Proprio quello che si addice al cervello femminile.
Io stessa l’ho pensato molte volte, frustrata da ore di studio e da saggi critici totalmente incomprensibili che mi facevano sorgere il dubbio che l’autore stesse scrivendo cose a caso per riempire spazio: aria fritta! Basta fondi alla ricerca umanistica! A che cavolo mi servono queste cose? Così come durante le infruttuose ricerche di lavoro finivo per pensare, esausta e scoraggiata che avrei dovuto studiare qualcos’altro, qualcosa di più remunerativo, come economia, medicina o ingegneria. Così avrei pure contribuito a debellare il luogo comune “facoltà umanistica = facoltà femminile”.

Dead Poets Society
Fortunatamente, qualche tempo fa un bell’articolo scritto dal professor Kevin J.H. Dettmar mi ha aiutato a ritrovare un po’ di senso in quello che faccio. Ed è paradossale che l’abbia fatto distruggendo Dead Poets Society (in italiano miseramente tradotto con L’attimo fuggente) uno dei film che ho amato di più (non a caso) durante la mia adolescenza.

La sostanza dell’articolo è: Dead Poets Society è un film fuorviante perché, attraverso la sua patina accattivante, fa passare la ricerca umanistica per quello che non è, ossia estasi e rapimento senza alcun ragionamento e riflessione critica. Si declamano poesie, ci si lascia trasportare dalla magia delle parole, dall’impeto del romanticismo, poco importa se quelle poesie si siano capite o meno nel loro messaggio autentico e nel loro giusto contesto. È l’ambito delle “sentimental humanities”, quelle che probabilmente fanno sorridere e arricciare il naso a tanti che le ritengono “facoltà da donne”, inutili e fini a se stesse, uno svago piacevole per mogliettine con velleità intellettuali. Questa è probabilmente l’idea che si ha, nell’opinione pubblica, degli studi umanistici ed è per questo che vengono considerati con tanta sufficienza. Dettmar lo spiega chiaramente e spiega anche quanto questa considerazione sia offensiva per gli studiosi dell’area umanistica:

“[…] poiché la poesia, nell’immaginario collettivo, è il regno del sentimento piuttosto che del ragionamento, e il simbolo stesso degli studi umanistici. Per capire quanto questo presupposto sia insensato e offensivo, proviamo a capovolgerlo. Immaginiamo cosa succederebbe se improvvisamente insistessimo sul fatto che i professori di fisica stiano rovinando la bellezza e il mistero e le meraviglie del mondo della natura obbligando gli studenti a memorizzare equazioni. O se chiedessimo al dipartimento di scienze politiche di sospendere i corsi di teoria politica.”

Non ci avevamo mai pensato, vero? Non avevamo mai immaginato che gli studi umanistici – lettere, lingue, filosofia, storia – fossero materie scientifiche non negli argomenti bensì nei metodi e nei princìpi applicati alla ricerca, vero? Non sospettavamo che gli studenti che escono da facoltà umanistiche – quelli almeno che non passano gli anni universitari a vivere di rendita a suon di 18 politici – avessero un’effettiva preparazione, delle competenze, giusto?

E invece, sorpresa sorpresa, è così. Studiare lettere o lingue o filosofia comporta duro lavoro, studio di tomi su tomi, memoria, capacità di ragionamento critico, di creare collegamenti che nessuno ti ha spiegato, di spaziare su un ventaglio ampio di discipline e competenze (antropologia, psicologia, storia, perfino l’anatomia umana!). Ad esempio, vi dice nulla la parola “linguistica”? Indica “la disciplina scientifica che studia il linguaggio umano (inteso come la capacità dell’uomo di comunicare) e le sue manifestazioni (le lingue parlate nel mondo)”. Scientifica. E in quanti sanno cosa sia la filologia? In quanti sanno che comporta un tipo di ricerca di stampo quasi “archeologico”, che comprende la ricostruzione dei testi antichi, la loro analisi comparativa, la capacità di collegare il testo al suo contesto storico e socio-culturale, di trarre deduzioni logiche da tutto questo insieme di dati e variabili?

Ma ciò che caratterizza e rende così complessi gli studi in campo umanistico è principalmente il confronto con l’alterità, da Dettmar così formulato:

“Il potere della letteratura è il potere dell’alterità, creare la possibilità di incontrare l’altro in una forma non facilmente recuperabile, non facilmente assimilabile al proprio io. Leggere bene la letteratura significa lasciarsi sfidare ed emergerne cambiati.”

Certo, la ricerca letteraria o filosofica o artistica probabilmente non daranno risultati concreti, soluzioni a problemi reali della nostra vita. Non sarà la ricerca umanistica a trovare una cura contro il cancro o forme di energia rinnovabili o la ricetta contro la crisi economica. Ma è proprio quest’idea ad aver impoverito tragicamente la cultura e l’istruzione negli ultimi anni, quest’idea utilitaristica dello studio secondo la quale si studia per ottenere un risvolto pratico, che con la cultura si debba mangiare. Non è così e non è mai stato così. La cultura, ci ricorda Stefano Bartezzaghi, è a-utile, un’industria no-profit che non nasce per servire a qualcosa, nasce per l’amore della cultura e del sapere in sé.

Da quando ho letto l’articolo di Dettmar, ho smesso di sentirmi in colpa o inadeguata, almeno sul versante dei miei studi: no, non ho scelto l’area umanistica perché sono una ragazza e la letteratura è roba da donne e no, non devo e non voglio sentirmi da meno per il fatto di aver studiato letteratura. Non ho scelto l’area umanistica perché sono donna, sono una donna che (si dà il caso) ha scelto l’area umanistica come campo dei suoi studi. E gli studi umanistici non valgono meno di studi scientifici, sono solo diversi. In ogni caso, altrettanto validi e rigorosi.

Umanist* di tutti i paesi, unitevi!

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“Inkheart” – “Cuore d’inchiostro” #recensione

“Inkheart” – “Cuore d’inchiostro” #recensione

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By Elen

Specifiche tecniche

Titolo della saga: Cuore d’Inchiostro

Autore: Cornelia Funke

Numero di Libri: 3

  • Cuore d’Inchiostro (Tintenherz)
  • Velendo d’inchiostro (Tintenblut)
  • Alba d’inchiostro (Tintentod)

Lingua originale: tedesco

Anni di pubblicazione tedeschi: 2003- 2007

Anni di pubblicazione italiana:2005- 2008

Casa editrice italiana: Mondadori

Formato: ebook disponibile; singoli disponibili; malloppone economico disponibile

Colori delle copertine: malloppone ocra sfumato con nero e grigio

Copertina: Inerente alla storia e con colori giusti a descriverla.

Sono presenti illustrazioni dell’autrice.

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Mi sono accostata alla saga dopo aver visto il film, mi era piaciuto, l’autrice ha fatto esattamente quello che ogni lettore sogna fin dalla prima volta che si innamora di un personaggio: gli ha dato vita… e che vita! E quando trovi il malloppone in sconto beh… come si fa a non comprarlo? Ma andiamo con ordine.newproject

Cuore d’Inchiostro.

È notte fonda e piove a dirotto quando all’improvviso davanti alla porta di Meggie e di suo padre Mortimer si presenta uno sconosciuto. Meggie, appassionata di libri e appena dodicenne, viene subito spedita nella sua camera mentre il padre parla con il nuovo arrivato: Dita di polvere.

La ragazzina, che è anche una delle protagoniste della saga, non ne vuole sapere di seguire i dettami paterni e si mette ad origliare. Capta poche parole e molto enigmatiche e il padre, quando il visitatore se ne va, la riaccompagna a dormire. La desta però all’alba, chiedendole di fare le valigie per accompagnarlo in uno dei suoi viaggi: Mortimer, Mo come lo chiama sua figlia, è un rilegatore e ha deciso di andare in Italia a sistemare i libri della zia della madre di Meggie, scomparsa circa nove anni prima e di cui la ragazzina non sa che quelle cose che le racconta il padre.

Con i due parte anche Dita di Polvere, il quale comincia ad accennare a Meggie qualche segreto del padre: c’è un certo Capricorno che, insieme alla sua banda di sgherri incendiari, vuole catturare Mo. Il loro quartier generale sembra essere momentaneamente in nord Europa, motivo per cui loro stanno viaggiando verso sud.

Il viaggio si rileva tranquillo un po’ meno lo è l’arrivo nella tenuta della zia Elinor, una donna scontrosa che per tutta la vita ha avuto un solo ed unico amore: i libri rari. Ne colleziona a migliaia e ne ha la casa piena, ma non permette a nessuno di toccarli e impone rigidissime regole alla nipote, a cui si accosta come se fosse una marmocchia pronta a strappare tutte le pagine dei sui tesori. Non potrebbe sbagliarsi di più: Meggie ama i libri, sono per lei una via di fuga, il suo modo per conoscere il mondo, è stato suo padre a insegnarle a leggere ma mai in dodici anni ha letto qualcosa a voce alta. Il motivo tormenta la ragazzina.

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Dita di polvere si rivela essere un Mangiafuoco e allestisce uno spettacolo per Meggie ed Elinor, che rimangono incantate dalla maestria con la quale danza con le fiamme, tuttavia durante lo spettacolo si scatena in casa una gran confusione. Gli sgherri di Capricorno, fra cui spicca Basta, sono venuti a prendere Mo e il libro che egli custodisce gelosamente e che ha portato apposta a casa di Elinor poiché la dimora è dotata di sofisticati antifurto (tanto è il terrore che prova la donna verso chiunque si avvicini ai suoi inestimabili tesori). Riescono a rapire il rilegatore che loro chiamano Lingua di Fata, e con lui ottengono il libro “Cuore d’inchiostro”.

Meggie è distrutta dalla scomparsa del padre a cui segue quella di Dita di Polvere. Con la zia chiamano la polizia ma non sanno cosa altro fare fino a che la ragazzina non scopre che la zia ha sostituito il libro con un altro. Non appena torna Dita di Polvere la decisione è presa: andranno da Capricorno a consegnare il vero “Cuore d’Inchiostro”, e liberare in questo modo Mortimer.

Non sanno tuttavia che a Capricorno non interessa solo il libro, ma anche il rilegatore! E per ottenere tutti i suoi scopi, promette a Dita di Polvere la sola cosa con cui avrebbe mai potuto far leva sui suoi sentimenti: riportarlo a casa.

Mo’ non accenna a voler leggere una singola parola delle pagine ma quando Capricorno rapisce la figlia ed Elinor la musica cambia. Mo’ è costretto a raccontare alle due la verità: fin da piccolo ha avuto la capacità di far uscire dai libri personaggi, oggetti e animali. Ma il prezzo da pagare per l’apparizione di qualcuno è la scomparsa di qualcosa a lui vicino. Nove anni fa, mentre leggeva con la moglie e la figlia piccola “Cuore d’Inchiostro”, sono comparsi Capricorno, Basta e Dita di Polvere, ma è scomparsa Resa, sua moglie, insieme ai due loro gatti. Da allora egli ha provato a riportarle indietro a ogni costo senza mai riuscire e ha giurato a se stesso che mai più avrebbe letto qualcosa a voce alta.

Meggie è scioccata dalla verità, ma ama il padre alla follia (e scopriremo presto che, a mio parere, soffre di un non proprio celato complesso di Edipo, tanto è la gelosia che prova verso il padre). Quando per la prima volta egli legge ad alta voce per accontentare Capricorno, nella speranza che li lasci andare, egli fa apparire una enorme quantità di denaro dalle “Mille e una notte” e un ragazzo, Farid. Meggie si innamora perdutamente della capacità del padre di far prendere vita alle parole. Quando legge, la sua voce è come una melodia arcana e bellissima da cui non si riesce a staccarsi e così, come tutte le ragazzine della sua età, vorrebbe essere in grado di fare altrettanto, e chi, dico io, non vorrebbe con la sua voce poter far apparire i personaggi che tanto ama?

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Mo’ non è però la sola Lingua di Fata, Capricorno ne ha un’altra, un uomo di nome Dario che tuttavia quando fa comparire le persone, essendo terribilmente spaventato da Capricorno, finisce con il mutilarle in qualche maniera: uno sgherro zoppica, a uno manca il naso, una delle serve ha perso la voce etc. Quindi Capricorno non vuole mollare la presa su Mo’ e soprattutto, poiché si trova troppo bene nel mondo moderno, decide di bruciare ogni copia esistente del libro, con grande orrore di Dita di Polvere che vede bruciare letteralmente ogni possibilità di tornare a casa.

Questo è l’inzio delle avventure di Meggie, Mo’, Dita di Polvere, Elinor, Dario, Farid, Resa e Fenoglio (l’autore di “Cuore d’Inchiostro”), coprotagonisti in un romanzo che si svolge dapprima in un paesino sperduto della Liguria e che vede come antagonista il terribile e senza cuore Capricorno, il suo braccio destro Basta, e la madre di Capricorno la Gazza.

Non posso certo raccontarvi tutto, altrimenti sarei giustamente accusata di spoiler, ma il primo libro della saga si conclude lasciando aperte troppe domande e il secondo e il terzo volume hanno il compito di risolvere tutta la confusione lasciata.

Veleno d’inchiostro.

“Arriva un momento in cui un personaggio dice o fa qualcosa a cui tu non avevi pensato. In quell’istante prende vita e non resta altro che lasciargli fare” Graham Greene.

Non c’è citazione migliore per esemplificare quello che uno scrittore sa fin dalla prima volta che le sue dita cominciano a scorrere su un foglio bianco: un personaggio farà e dirà sempre quello che vuole e per quanto lui abbia deciso che la storia debba avere un certo ritmo, debba seguire certi binari, ci sarà sempre qualcuno che manderà all’aria i suoi piani.

Questo è quello che si trovano ad affrontare nel secondo e nel terzo capitolo della saga i nostri protagonisti. Dita di Polvere ha scovato un altro lettore, un certo Orfeo, che gli ha promesso di portarlo nel suo mondo, cosa che egli effettivamente fa ma non rispettando i termini dell’accordo del mangiafuoco: lascia indietro Farid e la martora Gwin. Tuttavia gli spedisce dietro Basta, scampato alla fine di Capricorno, il cui solo obiettivo è vendicarsi di Colui che danza con il fuoco.

Farid fa l’unica cosa logica: va da Meggie e da suo padre nella speranza che leggendo le parole che hanno fatto sparire il Mangiafuoco, possano mandare anche lui nel mondo di Cuore d’Inchiostro per stare con il maestro e avvertirlo del pericolo.

L’apprendista si rivolge alla bella Meggie, di cui è da sempre innamorato e la ragazza, innamorata del mondo creato da Fenoglio e desiderosa di vederlo con i suoi occhi, si appresta ad aiutare Farid e, con un breve biglietto di spiegazioni lasciato ai genitori e alla prozia, legge le parole di Orfeo che la catapultano nel mondo di Cuore d’Inchiostro.

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Ed ecco che qui la storia si divide su due piani: Meggie e Farid e tutti i personaggi del libro da un lato e dell’altro Mo’, Resa, Elinor e Dario. Una separazione che dura ben poco, dal momento che entrano in gioco Orfeo e la Gazza, la quale vuole vendetta per suo figlio ed è certa che, all’interno del romanzo, egli esista ancora.

Si fa riportare nel suo mondo insieme a Resa e Mo’ solo per scoprire che Capricorno è morto anche lì e che i giochi di potere sono cambiati in maniera notevole! La storia, rivela l’autore Fenoglio, ha preso una vita propria, ben diversa da quella che lui le aveva dato: ha creato personaggi e ne ha distrutti altri, riscrivendo completamente il finale. Fenoglio si trova a dover rimettere insieme i fili e cercare di non far collassare il tutto nel peggior happy ending che si sia mai visto.

A riprova di ciò, Mo’ viene quasi ucciso dalla Gazza e insieme a Resa viene salvata dal Popolo dei mille colori che scambia Mo’ per un noto brigante le cui ballate Fenoglio narra da quando è arrivato, ballate che hanno tratto ispirazione nella mente dello scrittore proprio dalla sua conoscenza nell’altro mondo con Mo’, d’altronde non c’è personaggio migliore di quello che ha, come base, qualcuno di vero e reale, sempre che questa persona non finisca dentro il libro stesso e rischi di rimetterci la pelle.

Meggie e Farid nel frattempo hanno raggiunto Dita di Polvere, che ha ritrovato più o meno la sua felicità domestica e Basta si è riunito alla Gazza e con lei ha cominciato a servire il nuovo cattivo della situazione: Testa di Serpente il quale, saputo della comparsa del suo odiato nemico Glandarius, il fuorilegge di cui scrive Fenoglio e che spesso è stato interpretato dagli uomini del popolo dei mille colori per cercare di migliorare lo stile di vita dei poveri (alla Robin Hood per intendersi) decide di catturarlo e ci riesce anche. Sarà Fenoglio, con le suppliche di Meggie, a scrivere le parole che la ragazza dovrà leggere e che sono destinate a salvare capra e cavoli, anche se, come sempre, avranno il loro contraccolpo da parte di una storia che ormai non vuole essere scritta ma ama scriversi da sola.

In tutto questo si inseriscono Elinor e Dario, rimasti nella villa della donna dove sono tenuti prigionieri da Orfeo che, geloso del potere di Meggie, che è stata in grado di trasportarsi dentro l’amato Cuore d’Inchiostro, le prova tutte per cercare di raggiungerli e nel frattempo tormenta Elinor e Dario. La donna invece si strugge di nostalgia e di preoccupazione per la nipotina e i suoi genitori: sono finiti i tempi in cui contavano solo i libri, adesso, per quanto piena di tesori, la casa sembra vuota e senza vita per Elinor che altro non sogna che raggiungere i suoi cari.

Alba d’Inchiostro.

In fin dei conti, è questo che si cerca in un libro: grandi sentimenti mai provati nella propria vita, dolore al quale, se diventa troppo straziante, si può porre fine semplicemente chiudendo un volume. Consunzione e morte avevano un sapore piacevolmente reale, se evocate con le giuste parole, e li si poteva centellinare a piacimento per poi relegarli fra le pagine, senza alcun pericolo.

 La situazione è degenerata così velocemente nel finale del secondo volume, da aver costretto Meggie, Farid e Fenoglio a una decisione quanto mai avventata: far arrivare Orfeo nella speranza che trovi le parole giuste per riportare in vita Colui che danza con il fuoco che si è sacrificato per Farid.

Il giovane apprendista, che ormai è bravo quanto il maestro, si tormenta all’idea di essere stato la causa della sua morte e Roxenne e Brianna non lo aiutano di certo. Entrambe lo accusano della morte di Dita di Polvere e il giovane si sottomette quindi ad Orfeo, promettendo di fargli da schiavo se lui riuscirà a riportare Dita di Polvere fra i vivi.

Nel frattempo Mo’, Resa e Meggie, in fuga da Testa di Serpente che ha cominciato a star male, dal momento che il libro rilegato da Mo’ ha cominciato a distruggersi, trovano rifugio in una casetta nel mezzo di una valle, circondati dal popolo dei mille colori all’ordine del Principe Nero e del suo formidabile Orso. Lingua di fata ha però cominciato a compiere seriamente le scorrerie che prima solo nelle ballate erano attribuite a Glandarius e poco a poco sta cominciando a diventare il brigante stesso, cosa che terrorizza Resa, preoccupata che il marito voglia restare per sempre in quel mondo e fare il brigante a vita, rischiando la pelle ogni giorno e che non possa veder crescere il figlio che porta in grembo.

La situazione politica del regno è disperata: con la morte di Cosimo e la nascita di un erede maschio, Testa di Serpente mette sul trono suo genero, prevaricando il diritto di sua figlia a regnare e portando Violante a decidere di fare un accordo con Glandarius stesso per sconfiggere il padre che tanto odia.

Orfeo nel frattempo crede di aver capito come liberare Dita di Polvere, è intenzionato a consegnare alla Morte Glandarius, che gli è sfuggito già una volta, in cambio del mangiafuoco. Lo scambio però non va come previsto e tutti pensano che sia Mo’ che Dita di Polvere siano morti e irraggiungibili. Il rilegatore però stringe un patto con la Morte: in cambio di testa di serpente che ha reso immortale e quindi intoccabile dall’eterno silenzio, lui e Colui che danza con il fuoco potranno tornare indietro, ma se non riuscirà nel suo intento, allora la Morte si riprenderà entrambi e anche Meggie.

Ovviamente Glandarius si mette subito all’opera per cercare di risolvere la situazione, ma Testa di Serpente fa rinchiudere tutti i bambini di ombra nel castello e, tramite suo genero e i suoi sgherri, fa sapere che se Glandarius non si consegnerà, i bambini moriranno. Mo’ si consegna e decide di accettare l’offerta di Violante per sconfiggere il di lei padre, in questo viene seguito come un ombra da Dita di Polvere mentre Orfeo si allea con la Gazza per cercare di uccidere Mo’ e vendicarsi di Dita di Polvere.

Riusciranno i nostri eroi a dare un lieto fine ad una storia che non solo si scrive da sola, ma che si scrive quasi sempre nel modo sbagliato?

“Cuore d’inchiostro” sembra essere un romanzo intenzionato a non far spazio alla luce, ogni volta che accade qualcosa di buono e che gli eroi sono, per così dire, sulla buona strada, ecco che qualcosa e spesso più di una cosa, sorge dal nulla per abbatterli e scoraggiarli. Lo scrittore stesso del romanzo, un personaggio vanaglorioso e pieno di sé, non sa più come trattare la sua storia e come sistemarla, insomma it’s a mess.

La scrittrice è riuscita a creare un mondo fosco, dove i cattivi sono in maggioranza e spesso meglio caratterizzati dei buoni. Sono loro a plasmare la storia e gli eroi non possono far altro che cercare di sistemarla. Un romanzo a tinte fosche dove la protagonista, che si suppone sia Meggie, è una ragazzina che sembra pensare solo a sé stessa e a suo padre più che “a ciò che è giusto”. I veri eroi del romanzo sono Mo e il Principe Nero, nonché Dita di Polvere sebbene anche quest’ultimo sia macchiato all’inizio dal tradimento.

Insomma un fantasy non così scontato come può apparire e che rivela quanto gli autori siano consapevoli del fatto che i loro personaggi facciano quello che vogliono e quando vogliono! Una saga da leggersi tutta d’un fiato, di quelle che ti sogni la notte quando vai a dormire e che lascia scritto col fuoco il suo nome nel cuore.

 

La Casa della Notte di P.C. Cast & Kristin Cast #recensione

La Casa della Notte di P.C. Cast & Kristin Cast #recensione

Specifiche tecniche
Titolo della saga: La Casa della Notte
Autore: P.C. Cast & Kristin Cast
Libri (12):

  1. Marked
  2. Betrayed
  3. Chosen
  4. Untamed
  5. Hunted
  6. Tempted
  7. Burned
  8. Awakened
  9. Destined
  10. Hidden
  11. Revealed
  12. Redeemed

Lingua originale: inglese
Anni di pubblicazione

  • inglese: 2007- 2015
  • italiana: 2008- 2015

Casa editrice italiana: Nord s.u.r.l
Formato: ebook disponibile.
Copertina:

  • Nero e viola sono i colori principali, ma abbiamo sfumature che variano in base al libro, dal rosso, al verde al blu.
  • Spicca il titolo che viene sovrastato da un disegno perfettamente collegato alla trama.

Saga casa della notte


Eccoci qui ad affrontare uno dei sottogeneri fantasy più spinosi e dal quale, al momento, gli autori attingono a piene mani: i vampiri.

Mi sono accostata a questa specifica saga andandoci con i piedi di piombo a causa di Twilight e di tutte le specifiche sui vampiri che nell’ultimo decennio sono state a dir poco distrutte.

Sono un’amante del vampiro classico, ecco tutto, e Twilight lo aveva già abbastanza messo in declino, almeno ai miei occhi (che poi intendiamoci, fino a Eclipse mi era anche piaciuta la saga scritta eh…), quindi avevo scartato fino a qualche anno fa qualunque altra saga che implicasse una distorsione del vampiro ma… eccomi in libreria, attratta da un titolo (almeno a me succede così) e stranamente rapita dalla trama:

  1. niente vampiri vegetariani (grazie al cielo),
  2. niente superpoteri alla X-man (solo abilità potenziate tipo essere un attore bravissimo o un poeta super bravo, salvo ovviamente eccezioni ma comunque non ascrivibili allo stile Twilight),
  3. problemi col sole e vita principalmente notturna,

…insomma era accattivante. Il problema è ovviamente stato lo scoprire che si trattava di una saga in corso e per di più, le scrittrici (eh sì abbiamo di fronte una bella saga a quattro mani) avevano intenzione di scrivere 12 volumi.

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Ora quando ho iniziato la saga l’ebook nemmeno esisteva… dico io, vi immaginate il mio infarto quando ho capito di dover riservare un intero scaffale della libreria a una sola saga?! Ma comunque ne è valsa la pena. Ho amato la Casa della Notte e abbandonarla adesso, alla fine delle sue avventure (che a conti fatti si svolgono nell’arco di nemmeno un anno), mi ha lasciato quel senso di vuoto e smarrimento, quella sensazione dell’aver perso degli amici, quell’amaro in bocca che solo un buon libro ti provoca.

Una saga fatta principalmente di dialoghi, di pensieri, scritta in prima persona dal punto di vista dei diversi protagonisti, o meglio protagonista e coprotagonisti, dato che abbiamo ben chiaro chi è il personaggio principale, ragazzi che sbagliano ma che ammettono i loro errori e sono pronti a fare ammenda, il tutto incorniciato all’interno di una scuola e una città ben definita, in un mondo dove tutti sanno dell’esistenza dei vampiri e dove i vampiri hanno un posto preciso nella società e vengono ammirati come delle super star (in effetti molti sono proprio star del cinema o geni delle scienze e delle arti), dove sono personaggi storici oppure semplici ragazzini terrorizzati che hanno paura di morire perchè il loro corpo potrebbe rifiutare la trasformazione in vampiro. Una saga ben fatta, con uno scenario sacrale talmente definito e dettagliato che fa quasi venire voglia di cominciare a venerare la Dea Nyx.

Adesso che vi ho dato una spiegazione generica dei motivi per cui ho amato questa saga, è tempo che ne faccia un bel riassunto. Sono dodici libri ma cercherò di essere breve perchè, come ho anticipato, alla fine della fiera, si tratta di nemmeno un anno di eventi (che mamma mia se in un anno a una persona normale, succedessero anche solo la metà delle cose che accadono qui, penso che impazzisca prima), talmente concatenati, talmente legati che darò un assaggio generale e lascerò a voi il piacere di scoprire come va a finire: spalancate le porte della Casa della Notte, sarà un viaggio meraviglioso!

 Non sempre l’oscurità si identifica con il male, proprio come la luce non sempre conduce al bene.

La Casa della Notte

[SPORLER ALERT!!]

Zoey Redbird è una normalissima sedicenne che, come molti prima (e sicuramente dopo) di lei, viene prescelta dalla dea Nyx per diventare un vampiro. Viene raggiunta e marchiata come vampiro e portata alla Casa della Notte di Tulsa dove si fa nuovi amici: Stevie Rae, Damien e le due “gemelle” Erin e Shaunee, oltre ad una nemica, Afrodite. Durante i giorni di scuola, Zoey scopre di avere una affinità con tutti e cinque gli elementi: acqua, aria, fuoco, terra e spirito, ognuno dei quali risponde anche singolarmente al suo gruppo di amici. La somma sacerdotessa della scuola Neferet diventa la sua mentore, essendo la giovane una prescelta della dea, ma questo causa ancora di più le ire di Afrodite che, prima dell’arrivo di Zoey, era la prescelta di Neferet e di Erik, il quale la lascia per Zoey. Afrodite cerca di liberarsi della ragazza, ma qualcosa nel suo piano va storto e lei viene allontanata dalle Figlie Oscure (una specie di “club per vampire” ) e Zoey viene messa da Neferet a capitanarle.

markedLa tranquillità dura molto poco: Stevie Rae muore perchè il suo corpo rifiuta la trasformazione e Zoey scopre che la sua mentore, Neferet è in realtà malvagia e con i novizi morti crea un nuovo tipo di vampiro, i novizi rossi, destinati ad essere vampiri rossi (il vampiro classico ha tatuaggi blu). Nel frattempo si crea un legame fra Afrodite e Zoey, le uniche a cui Neferet non riesca a leggere nel pensiero (Afrodite è infatti stata benedetta della Dea Nyx con il dono della premonizione) mentre cominciano i problemi sentimentali che la nostra protagonista si porta dietro per tutta la saga: Heath, il suo ex ragazzo umano, non ne vuole sapere di averla persa e si crea un triangolo che peggiora quando la ragazza crea un imprinting con lui.

Zoey cerca una cura per far tornare Stevie Rael la sua Stevie Rae e ridarle l’umanità che la trasformazione in novizio rosso e Neferet le hanno sottratto. La somma sacerdotessa però detesta la novizia e la fa sedurre dal suo stesso amante, distruggendo il rapporto della giovane sia con Erik che con Heath che con i suoi amici ai quali non aveva detto niente e si sentono traditi.

Zoey riesce a riallacciare i fili delle sue relazioni e diventa amica di Afrodite che comincia ad avere visioni sulla morte di Zoey. Arriva intanto alla Casa della Notte Stark, un ragazzo che Nyx ha benedetto con una mira infallibile, ovunque lui vuole che le sue frecce vadano quelle colpiscono. Sta nascendo qualcosa fra lui e Zoey ma Stark rifiuta la trasformazione e diventa un novizio rosso. Zoey viene a sapere che Neferet sta cercando di allearsi con Kalona, un potente immortale. I suoi figli, i Raven Mockers, provocano un incidente a nonna Redbird che cade in coma. Successivamente, la giovane novizia, tramite un cerchio magico, riporta l’umanità in Stevie Rae, facendola diventare la prima vampira rossa della storia. Tutto ciò, però, ha un prezzo: Afrodite torna umana. Zoey decide di rivelare a tutta la scuola i piani di Neferet, ma la Somma Sacerdotessa le tende una trappola: con l’aiuto di Stark, tornato dalla morte come novizio rosso malvagio al suo servizio, colpisce Stevie Rae con una freccia. Il sangue della vampira bagna il terreno e Kalona si libera dalla sua prigione sotterranea. Mentre nella Casa della Notte regna il caos, Zoey e il suo gruppo, insieme a Erik, Dario (guerriero della dea Nyx innamorato di Afrodite) e gli altri novizi rossi, scappano dalla scuola e si nascondono sottoterra, dove si preparano per la lotta contro il male.

Zoey comincia a sognare l’immortale alato (Kalona ha un bel paio di ali nere) ma resiste al suo richiamo e torna con Erik. Stevie Rae, per guarire dalla ferita, morde Afrodite (con il consenso della stessa) e tra le due ragazze si crea un imprinting. Intanto nei tunnel dello scalo ferroviario dove si sono rifugiati conoscono altri novizi rossi che hanno ritrovato l’umanità; ignorano invece che nascosti nei tunnel se ne trovano altri, che sono però dalla parte di Neferet. Zoey, mentre cerca di proteggere Heath, viene ferita gravemente e l’unico modo per impedire che muoia è riportarla alla Casa della Notte dove può stare con dei vampiri adulti. Nella scuola la presenza di Kalona sta portando studenti e professori ad abbandonare la via di Nyx. Zoey riesce a convincere Stark a tornare dalla parte del bene: egli le presta il Giuramento di Guerriero e si trasforma nel secondo vampiro rosso esistente. Il gruppo di Zoey scappa di nuovo dalla Casa della Notte e si rifugia nell’abbazia benedettina, dove vengono raggiunti da Kalona e Neferet ma riescono a sconfiggerli ed allontanarli da Tulsa.

Zoey è confusa per la sua situazione sentimentale con Heath, Stark ed Erik, che lascia perché geloso e possessivo mentre Dario diventa il Guerriero di Afrodite, ormai riconosciuta come profetessa di Nyx. Stevie Rae trova un Raven Mocker ferito, Rephaim, e, lo aiuta a riprendersi e Zoey scopre di essere la reincarnazione di A-ya, una ragazza di creta creata dalle sacerdotesse Cherokee per amare Kalona e imprigionarlo sottoterra. Neferet e Kalona vogliono riportare in vita le antiche usanze vampire e stanno cercando di ottenere la fiducia del Consiglio Supremo dei Vampiri, a Venezia, (e si di nuovo Venezia, a quanto pare la nostra bellissima città lagunare attira un sacco di vampiri) fingendo di essere Nyx incarnata ed Erebo, consorte della Dea. Il gruppo di novizi con Heath, si reca a Venezia per fermarli. Zoey scopre che Kalona era il Guerriero di Nyx e, poiché l’amava troppo e ne era divenuto geloso, la Dea l’ha cacciato dal suo regno. Stevie Rae, rimasta a Tulsa, si reca dai novizi rossi malvagi per convincerli a passare dalla parte di Nyx, ma cade in trappola e rischia di morire bruciata dal sole. Rephaim la salva e la vampira, per riprendersi dalle ferite, beve il suo sangue, spezzando l’imprinting con Afrodite e stabilendone uno con Rephaim. A Venezia, Heath origlia una conversazione tra Neferet e Kalona, che lo scopre e lo uccide ma a causa del forte legame che li unisce l’anima di Zoey va in pezzi.

Ritrovatasi nell’adilà, che è anche il regno di Nyx, con Heath, la giovane novizia non vuole rimettere insieme le parti di sé perchè questo significherebbe abbandonare il ragazzo, tuttavia ciò la porterebbe a diventare un essere senza pace. Neferet costringe Kalona a seguire a ragazza per ucciderla una volta per tutte, assicurandosi che resti morta. I novizi hanno solo pochi giorni per salvare Zoey e scoprono che l’unico modo per farlo è far sì che Stark. guerriero della giovane, la raggiunga e riesca a riportarla indietro. Stark però per raggiungere il regno della dea deve accettare anche la sua parte malvagia e diventare un guardiano, oltre che un guerriero e così fa riuscendo a trovare Zoey e convincendo Heath a proseguire la sua strada senza la ragazza che ama profondamente, vengono attaccati da Kalona e per salvare Stark, Zoey riforma la sua anima frantumata. Stevie Rae e Rephaim intanto hanno scoperto di essere innamorati ma il ritorno di Kalona non può che renderli nemici.

Non essendo riuscito a distruggere Zoey, Kalona è costretto ad obbedire a Neferet (che odia) poiché ha giurato sulla sua anima immortale, ma Rephaim lo aiuta a capire che egli non è più immortale, avendo, su costrizione di Nyx, donato una sua parte di anima a Stark. Per testare la sua nuova libertà Kalona e Rephaim si recano alla Casa della Notte durante un funerale dove Neferet annuncia di essersi pentita di aver tradito la Dea e di voler tornare nella luce. Con l’arrivo di Rephaim tutti vengono a sapere del suo imprinting con Stevie Rae e lui decide di abbandonare le tenebre e seguire la strada della dea. Kalona lo scioglie dal giuramento di fedeltà che lo lega a lui e la dea benedice il Raven Mocker donandogli un corpo umano durante la notte ma uno da corvo di giorno. Nel frattempo l’immortale, ormai libero di Nefert, se ne va e la Somma Sacerdotessa decide di allearsi con la Tenebra stessa (rappresentata da un toro bianco) a cui chiede uno strumento per uccidere definitivamente Zoey. La Dea Nyx interviene poiché sa che altrimenti Zoey non ha speranza. Neferet sacrifica la madre della ragazza per avere ciò che chiede ma il sacrificio non è abbastanza potente e la Dea si mostra a Heath e gli propone di scegliere fra tre soluzioni: rimanere nell’Aldilà, tornare umano o entrare nello Strumento, rendendogli difficile la missione di uccidere Zoey. Heath sceglie l’ultima opzione.

Zoey è triste per la morte di sua madre e accetta di presenziare ad un rito di purificazione della terra dove è avvenuto l’omicidio. Neferet intanto mette Aurox, lo Strumento che lei presenta come dono di Nyx, a guardia della Casa della Notte. Aurox ha il potere di assorbire le emozioni negative e trasformarle in forza, ma non riesce a fare altrettanto con quelle di Zoey, che a sua volta non riesce a capire perché si senta agitata ogni volta che vede il ragazzo. Erik, diventato Rintracciatore, Segna una ragazza, Shaylin, con un Marchio di colore cremisi: il dono della nuova novizia rossa è la Vista Assoluta, che le permette di vedere la vera anima delle persone. Kalona decide di vendicarsi di Neferet e si riunisce con i suoi Raven Mocker, ma sentendo la mancanza di Rephaim cerca di riportarlo da lui. Rephaim vorrebbe credere che il padre sia cambiato, ma Stevie Rae lo scoraggia. Solo Shaunee lo sostiene, memore di quello che ha passato con i propri genitori, e la sua presa di posizione la porta a litigare con Erin. Su richiesta del Consiglio Supremo, la vampira Thanatos raggiunge la Casa della Notte e consiglia a Zoey, che vuole scoprire la verità sull’omicidio di sua madre, di trasformare il rito di purificazione in un rito di svelamento, in cui rivivere la notte della tragedia. Durante il rito, mentre scoprono che l’assassina è Neferet, Aurox attacca Rephaim: egli è stato mandato dalla Tsi Sgili (nuovo appellativo di Neferet), che non vuole che si sappia la verità. Il ragazzo viene resuscitato da una lacrima di Kalona, chiamato da Stevie Rae. Prima che Aurox se ne vada, Zoey lo osserva attraverso la sua pietra del veggente, vedendo in lui Heath. Thanatos si proclama nuova Somma Sacerdotessa, mentre Kalona decide di allearsi con loro, votandosi come suo Guerriero e diventando professore di spada a scuola.

Neferet, lasciata la Casa della Notte, organizza una conferenza stampa in cui finge di non essere stata bandita dalla società dei vampiri e sostiene che i vampiri rossi, soprattutto Stark, siano molto pericolosi. Thanatos organizza una seconda conferenza stampa, annunciando l’apertura della scuola agli umani e l’organizzazione di una open night con sportello lavoro. Contemporaneamente, Aurox è profondamente pentito per aver ucciso Dragone (ex professore di spada) e trova conforto nel perdono di nonna Redbird, mentre Erin lascia lo scalo ferroviario e il gruppo. Neferet rapisce Sylvia Redbird per ucciderla e far soffrire Zoey: Aurox viene a sapere dei suoi piani e, pur di salvare la nonna, torna alla Casa della Notte per avvertire Zoey, rischiando di farsi uccidere. I ragazzi decidono di credergli e di mandare Kalona a salvare la donna ma viene scoperto. Aurox si offre al suo posto e si reca da Neferet, protetto dagli elementi in modo che la Tenebra abbia meno presa su di lui. Anche lui, viene scoperto e, persa la protezione degli elementi, si trasforma nella Bestia, pronta a uccidere nonna Redbird. Zoey e gli altri arrivano in suo soccorso e la ragazza riesce a placarlo e Aurox incorna Neferet. La vampira, però, non muore. Salvata la nonna di Zoey, grazie alla pietra del veggente la ragazza mostra a tutti che Aurox è in realtà Heath.

Durante l’open night alla Casa della Notte, Neferet causa in Erin il rifiuto della Trasformazione, facendola morire. Scacciata dal cerchio di Zoey, uccide il sindaco e padre di Afrodite per berne il sangue e recuperare le energie. La polizia inizia a indagare sull’omicidio e chiede ai novizi e agli insegnanti di non uscire dalla scuola. Intanto, Afrodite ha una visione di Zoey che, impazzita a causa della rabbia, viene arrestata dalla polizia. Seguendo il proprio istinto, decide di non parlargliene e si consulta con Shaylin, che le rivela che i colori dell’aura di Zoey sono sempre più scuri e vorticanti. Zoey origlia per caso e si arrabbia perché non gliene hanno parlato. Guidata dalla rabbia, amplificata dalla magia della pietra del veggente che porta sempre al collo esce dalla scuola per andare al parco dove viene importunata da due uomini e scarica contro di loro i suoi poteri. Neferet ha però recuperato le energie riposando in una grotta e bevendo il sangue proprio dei due uomini storditi dall’attacco della novizia e si reca in una chiesa piena di fedeli dove compie una strage, sacrificando le persone alla Tenebra e rivelando la sua vera indole.

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Zoey si consegna volontariamente alla polizia, distrutta dal rimorso, credendosi responsabile della morte dei due uomini e dà in custodia ad Afrodite la pietra del veggente. Chiede inoltre al detective che la prende in custodia di non permettere a nessun vampiro di avvicinarsi a lei di modo che il suo corpo rifiuti la trasformazione ed ella possa morire. Neferet nel frattempo torna all’albergo dove abitava e, tramite i suoi tentacoli di Tenebra, comincia a possedere le persone all’interno dell’hotel mentre altre, terrorizzate, obbediscono ad ogni sua richiesta. Lo scompiglio provocato dalla strage e i problemi all’albergo, che divengono evidenti quando la Tsi Sgili comincia a sacrificare le persone che vi sono ai suoi “bambini” di tenebra, hanno ormai rivelato a tutta Tulsa la vera natura della vampira, soprattutto perchè la stessa, desiderosa di essere adorata come una dea, si vanta degli omicidi con la stessa polizia che venuta a conoscenza che Zoey non ha ucciso i due uomini, rilasciano la ragazza e chiede il suo aiuto per eliminare una volta per tutte Neferet. Ella ha creato una cortina di Tenebra intorno all’Hotel che non permette a nessuno di entrare o uscire senza essere ucciso. Su consiglio di Shaunee, Thanathos decide di creare un incantesimo di protezione attorno a Tulsa che impedisca a Neferet di uscire dall’albergo e a chiunque che abbia cattive intenzione di entrare nella città. Questo dovrebbe dare modo a Zoey di capire come usare la pietra del veggente per fermare Neferet, dal momento che quest’ultima è immortale. L’incantesimo viene lanciato e funziona ma richiede un’enorme dose di energia e obbliga Shaunee e Thanathos a non allontanarsi né a riposare. I ragazzi intanto cercano una soluzione per fermare Neferet e si rendono conto che l’unico modo che hanno per fermarla è quello di agire nello stesso modo in cui le antiche Cherokee avevano intrappolato per secoli Kalona: intrappolarla sotto terra. Neferet ha ormai come unico obiettivo quello di uccidere Kalona e Zoey e per prendere in trappola quest’ultimo comincia a lanciare persone dalla terrazza. L’alato guerriero, consapevole della trappola, cerca comunque di salvare gli sfortunati ma viene colpito ripetutamente da pallottole imbevute di tenebra. Muore fra le braccia del figlio e la dea Nyx e suo fratello Erebo lo accolgono nell’aldilà dove gli rivelano che Erebo non è mai stato il consorte di Nyx perchè la dea ha sempre e solo amato Kalona. Superato il momento di dolore e stupore i giovani novizi cercano di studiare un modo per intrappolare Neferet mentre l’immortale vampira ha ormai capito come spezzare l’incantesimo che le impedisce di uscire.

Siamo ormai alla fine, i momenti di struggimento si susseguono uno dietro l’altro e devo dire che la storia fra Kalona e Nyx è meravigliosa e poi una dea che interviene così ripetutamente nella vita dei suoi figli è una cosa che ancora non avevo mai visto. I novizi della casa della notte e vampiri di questo mondo sono entrati nel mio cuore con quel loro mondo così identico al nostro e così diverso insieme.

Spero solo di non avervi annoiato e Bentrovati.

 

By Elen

La Resistenza

La Resistenza

Cara nonna, sono una bambocciona.
La tua bambocciona, quella che ti chiedeva di ripetere quella poesia che mi avevi insegnato – di Pascoli, che parlava di una rondine e di un uomo che non tornarono mai al nido dove li attendevano.
Te lo chiedevo, senza capire perché la sapevi così bene. Buon 25 Aprile.


Marzia aveva vissuto un solo grande spostamento nella sua vita. Camminando, contava i passi del secondo. Le dita premevano all’interno delle punte delle scarpe leggere, strette nella stoffa, come sassolini. Procedeva meccanicamente, con le braccia dietro alla schiena, dondolandosi e a testa china. Le erano passate accanto un po’ di persone, qualcuno con i bambini sulle spalle e molte sporte, un carretto trainato da un asino, perfino un cavallo e una bicicletta. Non alzava la testa per guardare nessuno: rivolgeva l’attenzione alle scarpette basse di tela nera, che impolverandosi stavano diventando grigie e chiare. Procedevano lentamente, occupando metà della strada. Il fratellino di Marzia falciava la strada con le gambe lunghe e magre, aprendo e chiudendo le ginocchia minuscolo come una forbice. Marzia gli dava il passo, aprendo la fila, e lui non si azzardava a non seguire la linea che ella tracciava sulla strada biancastra.

La testa della ragazza scottava: i capelli neri e raccolti sulla nuca assorbivano la luce ed il sudore. Una volta a casa, li avrebbe tagliati. Aveva un faccia piccola, con minuscole sopracciglia, naso e bocca, soltanto gli occhi erano grandi. Le guance rotonde le davano un’aria allegra e furba, di quelle che vedi raffigurate sui cartelloni pubblicitari, accanto ai biscotti.

Dietro a Marzia ed Emilio, tutte donne seguivano, a parte un vecchio, che sedeva rigido e con il bastone in mano sul carretto. Sul carro stavano molte cose, scatole, pentole, coperte, fagotti e un grande armadio. Quello che aveva sistemato l’armadio per loro aveva fornito anche il carretto, aveva predisposto tutto. Avrebbe potuto accompagnarle, tuttavia non lo aveva chiesto, perché conosceva quelle donne e sapeva della loro fierezza.

Tutto il gruppo era in silenzio. Soltanto a volte, Emilio ed il vecchio sospiravano, ma senza farsi eco, più con l’aria di chi non sa proprio che fare.

Settembre era al termine e tutt’intorno nella campagna si cominciavano a vedere macchie gialle e rosse. Le viti diventavano scure ma l’aria del pomeriggio era ancora calda.

Ecco un altro che passa in bicicletta: sfrecciò accanto a Marzia scampanellando e lei incrociò le braccia. L’aria che si lasciò dietro le trasmise un senso di vuoto. Cercò di pensare a qualcosa: alle elementari non le avevano insegnato una poesia o una filastrocca per ogni mese?

Recitò, a voce bassa: Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ripeté la prima frase, prima che la seconda le tornasse alla mente. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare.

La sua voce si fece roca e non continuò. Stavano andando verso il mare: prima di andare sulle colline, non si era mai resa conto della distanza. Poi lo aveva visto dall’alto e da lontano come un muro dipinto . Le barche, insignificanti, si muovevano lentamente senza ondeggiare. Quanto potevano essersi allontanati dal mare? Eppure sentiva come se si fossero addentrati in una zona proibita, senza ritorno, e che il mare si trovasse al di là del confine dell’immaginazione. Marzia si voltò a guardarli: Emilio, il nonno seduto sul carretto, sua moglie, sua figlia, la nuora, che era la madre di Marzia, e la zia. Vanno verso il mare. Andiamo verso il mare.

La zia agitò una mano, visto che Marzia si era voltata. Emilio corse verso di lei, saltando. La zia gli disse qualcosa ed allungò il passo. Dopo pochi istanti, Emilio fu di fianco e Marzia e le disse di aspettare la zia. Marzia si fermò, mentre il fratello zompava da un sasso all’altro poco più avanti, allargando le braccia. La zia strinse leggermente il braccio di Marzia e la sospinse, guardando in avanti.

Era una donna alta e secca, ma muscolosa. Non sapendo che cosa dirle, le recitò quel verso, quello che non riusciva più a togliersi dalla mente. La zia Viviana annuì, stringendo le labbra.

“Sì, è proprio così. Torniamo, e ci sarà un bel lavoro da fare.”

Portava le maniche arrotolate attorno ai gomiti. Le braccia erano forti come le gambe bianche. Sembrava pronta a mettersi a lavorare da un momento all’altro.

“Zia, devo essere contenta?”

Viviana non rispose, come se ci stesse pensando. Poi la guardò, aprì la bocca ed assunse quell’espressione di sorpresa, mista a divertimento, che usava invece di esclamare a voce alta.

“Prima che tu nascessi, ci fu un grande incendio in città. Ogni cosa andò distrutta, lo sai, a quel tempo avevamo costruito tutto di legno. Era più comodo, potevamo smontare e sostituire i pavimenti e le pareti a nostro piacimento. I ristoranti ed i caffè cambiavano forma ad ogni estate, fino a che non bruciò tutto. Il giorno seguente, si vedeva bene il mare dal viale, come se non ci fosse stato mai niente tra la spiaggia e le nostre case. Era molto bello, ma nessuno era felice. Tuttavia, quando ricostruimmo e riprendemmo a lavorare, fummo felici di nuovo. Ci piacque, il passato era passato.”

“Ci sarà ancora la nostra casa, e il bagno? E il bar?”

“Penso di sì. Ci sarà da fare un bel lavoro, ma presto sarà tutto pulito e funzionante. Non vedo l’ora di entrare in casa e mettere seduti il nonno e la nonna. Così voi giovani sarete liberi di mettere a posto quello che c’è da mettere a posto.”

“Ma come faremo a sapere che cosa dobbiamo fare?”

“Tutto sarà diverso Marzia, ma quello che abbiamo ci basterà per andare avanti. Dovrai soltanto aiutare tua mamma e tua zia. E riprendere a studiare, quando sarà il momento. Non ti devi preoccupare d’altro. Non ci saranno più bombe né allarmi aerei. Non ci saranno più tedeschi.”

L’ultima parola la disse piano. Forse si era pentita di averla pronunciata. Marzia ce la ebbe con lei per quel suo aspetto forte e sano, quasi sereno. Avrebbe voluto che piangesse, si lamentasse. Aveva pianto tanto e sapeva che quella era la cosa giusta, che la avrebbe fatta sentir meglio.

“Non ci sarà più il papà.”

Parlò come una macchina, una parola per ogni passo. Viviana tolse la mano da lei ed annodò le dita. Marzia vide che sudava.

“Non ci sarà più il papà, e nemmeno Antonio, il tuo nipote preferito.”

Avrebbe voluto piangere e sentirsi affranta, ma si sentì soltanto crudele. Viviana si massaggiò i capelli sulle tempie e quelli si appiccicarono alla pelle.

Erano arrivati ad un incrocio. Emilio si fermò per far passare una camionetta, che passò di fronte a loro lentamente. Dietro, seguivano alcuni soldati americani, seguiti da prigionieri scortati da altri. I prigionieri tedeschi erano in camicia, pantaloni e cintura. Camminavano uno dietro l’altro senza guardarsi, senza muovere le braccia ma con le teste pesanti che ondeggiavano. Emilio mimò una marcia rimanendo fermo ed indirizzò un plateale saluto militare all’intera colonna.

In quel momento Marzia e Viviana udirono un grido provenire dalle loro spalle.

“Porci, canaglie!”

Si voltarono e videro la vecchia, la madre di Viviana, che correva con le mani in avanti, chiuse a pugno, e urlava a squarcia gola. Si fermarono e la guardarono mentre le superava. La donna si fermò e raccolse un sasso, lo scagliò a poca distanza con un grido. Emilio si tolse dalla strada e si accovacciò sull’erba, abbracciandosi le gambe.

La vecchia riprese a correre, mentre le altre donne, quelle che erano rimaste al carretto, cominciavano a chiamarla. La donna si fermò a poca distanza dalla colonna di soldati e agitò le braccia verso i prigionieri.

“Canaglie, maledetti! Assassini! Siete stati voi! Mio figlio! E il mio Antonino! Porci assassini!”

I prigionieri e i soldati non si fermarono, qualcuno di loro le tirò un’occhiata. La donna prese due sassi in entrambe le mani e li scagliò in avanti. Uno piombò accanto al piede di un prigioniero, che si sbilanciò un poco e continuò a camminare.

Marzia era rimasta impietrita e Viviana si animò soltanto quando le altre donne le furono accanto, allora corsero tutte insieme verso la vecchia. Le impedirono di prendere altri sassi e cercarono di riportarla indietro, ma quella si divincolava.

Marzia si voltò verso il carretto, dove era rimasto soltanto il nonno, e corse verso di quello. Lo aggirò e salì sopra, accanto all’armadio. I suoi occhi non potevano staccarsi da quello: lì stavano, suo padre e suo cugino Antonino, nell’armadio. Suo padre aveva una pallottola nella schiena, suo cugino più colpi in corpo. I tedeschi avevano detto agli uomini di allontanarsi, che erano stati liberati. Tutti si erano voltati per andarsene, Antonino era corso via come un cavallo, così era stato colpito alla gamba ed era rimasto a terra sanguinante. Avevano dovuto finirlo, tra gli ulivi.

Marzia sentì il pianto del nonno ma non ci badò. Le donne gridavano, avanti, ma lei rimase fissa a guardare l’armadio, fino a quando non udì una voce sconosciuta che la chiamava.

Un uomo stava presso il carro e le chiedeva se andava tutto bene. Poi posò una mano sul ginocchio del vecchio e gli disse di farsi coraggio. Marzia si accorse che molta gente si era raccolta attorno alle sue zie, a sua madre e a sua nonna. Tutti cercavano di calmarle: c’era qualcuno del vicinato, qualcuno che aveva un banco al mercato, qualcun altro che veniva sempre al bar o salutava per strada. Di fianco al carro si erano fermati perfino due americani.

Chiesero all’uomo cosa era successo, e lui gli disse che quelle donne tornavano a casa con due morti, che erano stati fucilati pochi giorni prima per un rastrellamento. Marzia riconobbe una bestemmia sibilata in un’altra lingua, che rimbalzava tra gli americani.

I due alzarono il capo verso di lei: se ne stava in piedi accanto all’armadio, impietrita.

Loro la guardarono tristemente, quindi aprirono la borsa e misero alcune cose nel carro, di fronte a Marzia: un pacchetto di sigarette, una tavoletta di cioccolato, una scatoletta di alluminio.

Uno dei due indicò Marzia, poi le donne poco lontane.

“Eroi. Italiani eroi. Papà eroe.”

Marzia scosse il capo: che confusione. Italiani canaglia. Italiani eroi. Stava male perché nella confusione e nella sofferenza si sentiva incrollabile. Ora e sempre.


Il 4 settembre 1944, 45 persone furono uccise dai Nazisti a Camaiore (Lucca, Toscana), 35 in località Pioppeti e 10 in località Pieve (o Rosi). Tra queste, vi erano il padre di mia nonna, di 42 anni, e suo cugino, di 16. Camaiore fu liberata il 17 settembre 1944.

La Grande Guerra e noialtri #editoriale

La Grande Guerra e noialtri #editoriale

Non sono persona da citazioni – e nemmeno da commemorazioni. Quando mi capita di citare, chiacchierando, virgoletto, faccio così con le dita, come a voler esorcizzare quell’altro attraverso il quale mi sto esprimendo. Le commemorazioni: fosse per me le virgoletterei.

Virgoletterei le bandiere, le fotografie, i volti, come faccio con la frase di quell’artista che ora io cito, virgolettandola: “ceci n’è pas une pipe”.

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Nel 2015, agli infissi sono apparsi gli stendardi grigi-guernica e verde-militare su cui campeggiano le cifre: 1915-2015. Cento anni sono passati dalla Grande Guerra, altresì detta Prima Guerra Mondiale, guerra di trincea, guerra fratricida, guerra di montagna.

Cento anni sono un’infinità, anche se confrontando la data a quella di eventi che percepiamo come più vicini a noi, ci dovremmo sorprendere del divario tra la guerra e questi ultimi: quindici anni dopo ci fu la prima grande crisi economica mondiale, ventiquattro anni dopo Hitler invase la Polonia, trent’anni dopo gli americani lanciarono la bomba atomica su due città Giapponesi, quarant’anni dopo i Beatles erano un fenomeno musicale mondiale. La cosa strana è che la Belle Epoque, con i suoi ricordi luccicanti e le illustrazioni dei Café Chantant, appare in qualche modo più facile da immaginare, rispetto a questa guerra di fango che di fatto pose fine al benessere di quegli anni che ispirano i nostri abiti di Carnevale.

Tutti conoscono gli schieramenti che si scontrarono durante la seconda guerra mondiale: tedeschi, italiani e giapponesi contro americani, inglesi e russi. Quale cinefilo, potrebbe perfino conoscere i fatti dell’invasione giapponese della Cina, per il film di Bertolucci, mentre gli scontri nell’Oceano Pacifico tra americani e giapponesi sono conosciuti da tutti quelli che hanno visto uno dei due film che di svolgono nell’isola di Iwo Jima.

Non si può dire la stessa cosa della prima guerra mondiale: se perfino il dittatore Mussolini è difficile da collocare sulla linea di tempo per un italiano, figuriamoci il Kaiser Franz Josef – il marito di Sissi. Chi stava con chi? I tedeschi con chi erano alleati? E gli inglesi entrarono mai in guerra? Ma la Russia?

Devo ammettere di conservare pochi ricordi: la prima guerra mondiale confonde i professori. L’unica informazione che ho davvero acquisito a quell’epoca, è stato che la carica della cavalleria ed il tipo di combattimento che era stato usato per secoli passò di moda. Così, la trincea.

Le celebrazioni e le commemorazioni sono servite a poco. Il nonno di mio nonno fu soldato durante la prima guerra mondiale ma non avrei saputo indovinare su quale fronte (neppure lontanamente) se non fino a circa due anni fa.

Quando ho deciso di leggere qualcosa sulla prima guerra mondiale, sono partita con l’autore sbagliato. La mia lettura di “Viaggio al termine della notte” di Celine non ha superato le trenta pagine. Non ho cavato niente da quello stile infranto, quelle frasi spolpate, se non un grande dispiacere.

In seguito sono approdata a Joseph Roth – alla Marcia di Radeskij e alla Tomba dei Cappuccini – e quello che ho scoperto è un altro mondo. Un mondo reale fatto di persone diverse da me e da quelli che hanno vissuto negli ultimi cento anni. I giovani di Roth si infrangono sul fronte della Grande Guerra, tornano a casa e non ritrovano quei valori, quelle regole ed istituzioni nelle quali erano nati. La politica, il razzismo, il commercio diventano triviali ed incontrollabili. I nobili di Roth sono completamente sprovveduti e disattenti: non sanno pensare, spendere, amministrare e stringere rapporti di intimità.

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La loro istituzione non serve più ed essi si estinguono senza alcuna poesia. Le città, mutate di aspetto, non offrono appiglio ai giovani che si ritrovano bastardi in una terra che è diventata indifferente: il calderone etnico dell’impero Austro-Ungarico si è disciolto e una geografia millenaria ha cessato semplicemente di esistere. Roth e la sua coscienza, disorientata, scrive per le strade di un’Europa la cui repentina modernità schiaccia coloro che erano andati alla guerra per il volere di uomini e stati che non sono più niente.

L’etichetta di tragedia è più esplicitamente dichiarata da Irene Nemirovski ne I falò d’autunno. La Nemirovski è giunta recentemente alla ribalta, a una settantina d’anni dalla sua fine, per Suite Francese, affresco collettivo sull’occupazione nazista della Franca durante la Seconda Guerra Mondiale. I Falò d’Autunno ne costituisce quasi l’antecedente: la vita delle donne e degli uomini è determinata fatalmente dagli eventi della Grande Guerra.

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Un giovane viene cancellato da un’esplosione durante un salvataggio che altrimenti lo avrebbe reso un eroe, la moglie di innamora e si risposta con un ex-soldato disinnamorato della vita, il quale colleziona un errore dopo l’altro. Riacquistando la propria umanità, l’unico sentimento che conosce è la sofferenza. Interessante è anche la denuncia dell’autrice nei confronti del governo francese, i cui collaboratori, ormai animati soltanto dalla foga di guadagno, sarebbero i veri responsabili dell’inadeguatezza dell’esercito nel contrastare i nazisti trent’anni dopo.

Recentemente è arrivato Hemingway: non è un peccato non aver mai letto niente scritto da quest’uomo che, dicono, fosse così simpatico?

Addio alle armi mi sembrava un titolo strano: eppure è di questo che racconta. Di una ferita, di una ritirata, di un lungo addio. La narrazione asciutta di Hemingway è cinematografica ed in qualche modo ricorda il taglio dei romanzi di Joseph Roth ed Irene Nemirovski: ogni parola è data, che sia farfalla o sia mitragliatrice. Il protagonista di Addio alle armi narra dell’uomo reso sterile dalla guerra.

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Quegli amici e compagni che non vedrà più, quell’uniforme stracciata, quel paese da cui fuggire e la morte senza funerale. L’addio che ne consegue è paradossale, tardivo: l’uomo cerca di accomiatarsi da ciò che è già mutato in una statua di pietra.

Ci sono poche formalità da imparare da questi libri, che non sono commemorazioni, ma racconti di persone che cento anni fa erano vive. Tuttavia, a volte il racconto è così orribile che è necessario fermarsi per fare una pausa. Se c’è un senso nel leggere questi libri, forse è nel cercare di immaginare come stanno quelli che oggi stanno vivendo situazioni simili, penso a chi è rimasto senza punti di riferimento in Ucraina, Medio Oriente, circondato da fronti di combattimento. Buonista? Vorrei che si dicesse “naturale”.