Delusioni letterarie, o di come ho odiato Cime Tempestose

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By Eliza

La situazione è questa: un esame di letteratura inglese, un modulo unico dedicato al romanzo britannico dell’Ottocento. Jane Austen, Stevenson, Wilde. Pane per i miei denti.

A rendermi particolarmente felice è il fatto che in programma ci sia anche Wuthering Heights, imperdonabile lacuna nella mia cultura letteraria. Da anni mi ripeto che prima o poi devo leggerlo, che come ho fatto in tutto questo tempo a non averlo mai letto, giuro che è il prossimo che leggo. Adesso non ho più scuse. Cathy e Heathcliff, eccomi a voi.

Ho grandi aspettative per questo libro. Ho amato visceralmente Jane Eyre, capolavoro di Charlotte Brontë, e da sua sorella Emily non posso che aspettarmi qualcosa che sia all’altezza di tanto genio letterario. Ho pianto, sofferto e sperato con Jane, figura di eroina anticonvenzionale e indipendente, ne ho ammirato la forza, l’autonomia, l’anelito alla libertà. Ho sospirato e trepidato per Rochester, per il fascino e la statura del suo personaggio, per il mistero che lo circonda, per l’imprevedibilità delle sue azioni, per la volubilità che confonde e ferisce l’ignara Jane, per la sua passione e la sua tenerezza. Ho sognato castelli, corridoi e stanze misteriose, brughiere e cieli sconfinati. E quel poco che so di Wuthering Heights è molto promettente: comprende un’eroina ribelle, un eroe dannatamente romantico e i paesaggi impervi della brughiera. Lo amerò, me lo sento.

Ebbene, è ora di dichiararlo, a testa alta e urlando di petto, senza vergogna e senza sensi di colpa:

è una cagata pazzescaEcco, l’ho detto. Proprio così. L’ho detto e lo ripeto e lo rivendico. L’eroina ribelle era un’isterica viziata, l’eroe romantico uno stalker patologico e violento, la brughiera un posto deprimente e desolato, teatro di abusi, maltrattamenti, odi familiari, abbandono e alcolismo. E magari fosse solo questo il problema.

Ho letteralmente faticato per arrivare alla fine. La trama avanza a rilento, per accumulo di episodi, personaggi, narratori, e da un certo punto in poi sembra sdoppiarsi e chiudersi su se stessa in una ripetizione della prima parte del romanzo. I dialoghi sono pesanti, dilatati, retorici e fiacchi. Non ho creduto neanche per un momento all’irrefrenabile passione fra Heathcliff e Cathy. E raramente credo di aver odiato un personaggio quanto ho odiato Heathcliff. Nei pressi degli ultimi capitoli continuavo a contare quante pagine mi mancavano per finire e nel momento in cui la vicenda è finalmente giunta a una conclusione, ho avuto l’impulso di scattare in piedi e fare un balletto della vittoria.

Danza della vittoriaMa procediamo con ordine. Partiamo dai protagonisti.

Il mio errore, probabilmente, è stato quello di cercare di vedere in Heathcliff un nuovo Rochester: burbero, solitario, sarcastico, ma fondamentalmente positivo. Effettivamente, per essere burbero è burbero. E anche solitario. E sembra avere quell’aria selvaggia, ribelle, non convenzionalmente attraente che tanto mi aveva colpito in Rochester. Ma risulta ben presto chiaro che Heathcliff non è Rochester e Wuthering Heights non è Thornfield Hall. Heathcliff non è solo burbero e tagliente, è proprio antipatico. Nel momento in cui lascia che i suoi cani attacchino Lockwood, l’affittuario della sua proprietà attigua di Thrushcross Grange, e resta a guardare ridendo senza far nulla per aiutarlo, inizio a cogliere anche qualche traccia di sadismo.

Resami conto dell’errore, tuttavia, ho cercato di non emettere giudizi affrettati e ho deciso di dare un’altra possibilità a Heathcliff. D’accordo, non è un Rochester e su questo non ci piove. Cerco di liberarmi dall’idea romantica dell’eroe di Jane Eyre e di non ritagliare su Heathcliff figure letterarie che non gli si confanno. Dopotutto può ancora risultare un personaggio, se non positivo, almeno interessante, profondo, tormentato, capace di conquistare, con cui è possibile identificarsi.

Per un po’ questo tentativo regge. Si torna indietro nel tempo per ripercorrere l’infanzia solitaria di Heathcliff, e i maltrattamenti che patisce a opera del fratellastro Hindley, la silenziosa rassegnazione con cui li subisce (che però nulla a che fare con la mansuetudine o la gentilezza) spiegano almeno in parte il comportamento ai limiti della sociopatia dell’Heathcliff adulto. Anche il muto sentimento che lega Heathcliff alla coetanea Catherine, sorvolando gli aspetti vagamente incestuosi di questo legame, riescono ad addolcirne almeno un po’ l’immagine.

Tutto quello che Heathcliff subisce durante l’infanzia basterebbe a rendere rancoroso chiunque, non c’è dubbio. Arriva però il momento, man mano che si procede nella trama, in cui sorge un dubbio legittimo: Heathcliff non sta un po’ esagerando? Piano piano la rabbia, unitamente alla passione per Catherine, sembra diventare l’emozione dominante del personaggio, il motore delle sue azioni, fino a sfociare in una vera e propria ossessione monotematica di vendetta e possesso. Sono riuscita, a fatica, a mantere un minimo di empatia nei confronti del personaggio fino al momento in cui torna da Catherine dopo tre anni di assenza, durante i quali si è misteriosamente arricchito. Non oltre. Da quel momento in poi, Heathcliff non ha più una sola qualità positiva. La rabbia e il desiderio di vendetta l’hanno trasformato in un automa guidato da un unico desiderio ossessivo, quello di riappropriarsi di Catherine (ormai sposata a Linton) e di vendicarsi delle angherie subite. Un’ idea possessiva e morbosa dell’amore che per qualche motivo sembra esercitare un fascino particolare nell’immaginario collettivo. Non so perché, ma mi ricorda qualcuno…

Creepy...

Creepy…

Ormai completamente preso dalla sua missione, Heathcliff perde ogni forma di umanità e le sue azioni diventano sempre più crudeli e disumane, al punto che sembra quasi perdere di vista il suo obiettivo, cioè Catherine. E la perderà, a tutti gli effetti, la Catherine da lui tanto amata e così vessata, e sarà proprio la sua inesorabile vendetta a perderla e a perdere anche se stesso. E fin qui potrebbe anche essere affascinante la cosa. Non un personaggio positivo, ma un personaggio tormentato, oscuro, terribile, distrutto dalla sua stessa brama di potere e di vendetta. Il problema è che Heathcliff non è per nulla credibile nemmeno in questa veste. La sua passione, i suoi furori, le sue azioni sono sempre talmente eccessivi e teatrali da risultare quasi ridicoli. Il top è stato, per citare solo un esempio, quando, alla notizia della morte di Catherine, Heathcliff inizia a sbattere la testa contro un albero ululando. Ecco, lì la mia reazione è stata più o meno questa:

Non parliamo poi dell’eroina, in cui avevo vanamente sperato di trovare un’altra figura di proto-femminista alla Jane Eyre. Anche qui l’errore è stato in parte mio, lo ammetto. Avevo già deciso in partenza chi fossero Heathcliff e Catherine e non avevo preso in considerazione la possibilità che si rivelassero personaggi completamente diversi. Ma al di là delle aspettative che mi ero fatta, c’è da dire che quei due sono oggettivamente insopportabili. Se Heathcliff è uno psicopatico con la mania del controllo e del possesso, Catherine è prima una mocciosetta viziata e crudele, poi una drama queen isterica ed egocentrica. L’egocentrismo, in effetti, è parte integrante dei caratteri dei due protagonisti e del legame che li unisce: un legame che nelle intenzioni dell’autrice immagino dovesse essere assoluto, esclusivo, sconfinato, ma che di fatto risulta come l’affinità  fra due ego smisurati, che si scelgono l’un l’altro per rafforzarsi a vicenda nella loro autoreferenzialità quasi patologica. Pensiamo, per esempio, alla sprezzante crudeltà con cui Catherine si rivolta contro suo marito Linton nel momento in cui questi, a giusto titolo, impone a Heathcliff di lasciare la sua casa, o della crisi di nervi che sembrerebbe quasi farsi venire di proposito per ammalarsi e fare dispetto a tutti.

E la passione fra i due? Non l’ho sentita neanche per un momento e fino all’ultimo sembra coincidere in buona parte con il rancore, la vendetta e il ricatto. Non ho mai visto due amanti amarsi così poco. Nemmeno con tutta la mia buona volontà sono riuscita a prenderla sul serio, a raggiungere quella suspension of disbelief che forse mi avrebbe consentito di credere a battute iperboliche e ampollose come:

«Because misery, and degradation, and death, and nothing that God or Satan could inflict would have parted us, you, of your own will did it. I have no broken your heart – you have broken it; and in breaking it, you have broken mine.»

o ancora:

«It is hard to forgive, and to look at those eyes, and feel those wasted hands,’ he answered. ‘Kiss me again; and don’t let me see your eyes! I forgive what you have done to me. I love MY murderer – but YOURS! How can I?»

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Insomma, i protagonisti sono insopportabili. Ma il fatto è che in questo libro non c’è neanche un personaggio con cui è possibile identificarsi. Quelli che a tutti gli effetti sono i protagonisti della seconda parte dell’opera, Cathy e Hareton, figli rispettivamente di Catherine e di Hindley, e che rappresentano il coronamento in chiave positiva della passione distruttiva fra Catherine e Heathcliff, sebbene non sgradevoli quanto i loro predecessori, non suscitano comunque particolare simpatia (piuttosto capricciosa e sventata lei, selvatico e abbrutito lui) e nemmeno il lieto fine riesce del tutto a riscattarli. Non parliamo poi di Linton Heathcliff, figlio di Heathcliff e di Isabella Linton, primo marito di Cathy, impostole con la forza da Heathcliff. Un personaggio talmente odioso che per un attimo ho trovato Heathcliff adorabile al suo confronto: capriccioso, egoista, vigliacco, manipolatore e patetico. Hindley Earnshaw, fratello maggiore di Catherine e padre di Hareton, si pone fin dall’inizio come personaggio negativo, sviluppando un odio feroce e immotivato nei confronti di Heathcliff, che perseguita implacabile finché la situazione non si rovescerà e sarà Heathcliff a spingerlo nel degrado più avvilente e umiliante. Edgar Linton, marito di Catherine e padre di Cathy, è forse l’unica figura del romanzo per la quale ho provato una certa simpatia: una figura che sembra quasi giungere dalle schiere degli integerrimi e decorosi eroi austeniani ma che al cospetto di una personalità titanica e distruttiva come quella di Heathcliff impallidisce fino a diventare un’ombra e a sparire. Troppo poco perché il lettore possa veramente fare il tifo per lui.

C’è poi tutta la questione della struttura narrativa raddoppiata, suddivisa com’è fra le due generazioni di personaggi, i cui nomi si ripetono o si richiamano l’un l’altro e i cui destini risultano speculari e profondamente diversi al tempo stesso. L’idea sembrerebbe accattivante – la generazione più giovane che impara dagli errori di quella precedente, la passione votata alla distruzione di Catherine e Heathcliff che trova riscatto in quella fra Cathy e Hareton – ma a conti fatti risulta pesante e di difficile comprensione, complice anche la scelta di usare sempre gli stessi nomi. Basta leggere il paragrafo precedente di questo articolo per rendersi conto di quanto sia complessa e cervellotica la mappa dei personaggi e delle relazioni che li legano: Catherine, Cathy, Hindley, Hareton, Heathcliff, Edgar Linton, Linton Heathcliff…

Avevo iniziato questo romanzo convinta di scoprire un nuovo, grande amore e invece si è rivelato uno dei libri che ho più odiato leggere, non solo per la mancanza di personaggi positivi e per la durezza dei temi trattati, ma anche perché, semplicemente, brutto e scritto male. In tutta onestà, non capisco e non capirò mai come un romanzo del genere possa essere tanto amato né come possa essere tutt’oggi annoverato fra i classici della letteratura. La mia idea è che, probabilmente, c’entri qualcosa anche il successo di Jane Eyre. Il capolavoro di Charlotte, infatti, uscì nel 1847, lo stesso anno in cui Emily pubblicò Cime Tempestose e una terza sorella Brontë, Anne, diede alle stampe il suo Agnes Grey. I tre romanzi furono firmati, rispettivamente, sotto gli pseudonimi di Currer, EllisActon Bell e il successo fu immediato. Motore trainante di questo trionfo, tuttavia, fu proprio Jane Eyre, mentre la critica si divise su Cime Tempestose. Forse, dunque, è proprio a Charlotte Brontë e al suo romanzo che dobbiamo, almeno in parte, la longevità di Cime Tempestose. Che dire, grazie Charlotte. Senza di te, avrei sicuramente dato il mio esame di letteratura inglese con meno patemi.

E a proposito di sorelle Brontë, non posso non segnalarvi l’esilarante vlog di Branwell Brontë, quarto fratello ed emerito sconosciuto (anche più della povera Anne), che propone consigli sentimentali dispensati direttamente dalle nostre tre autrici. Quale sarà il modo migliore di fare colpo sull’altro sesso, accogliere in casa propria l’orfana di un’ex amante che non si era tenuti ad adottare o uccidere un cane senza motivo?

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Due regine senza regno: Jane e Emma #editoriale

Due regine senza regno: Jane e Emma #editoriale

L’ossessione letteraria può portare a vedersi apparire personaggi, inaspettatamente tra le pagine… di altri libri.

Se io li vedessi comparire nella mia vita, certo, sarebbe più interessante – io stessa diverrei materia da romanzo e nelle pagine del mio diario designerei un Mr. Darcy. Ahimè, tale speranza si è spenta con la mia adolescenza, che ormai si situa a distanza di sicurezza. D’altronde, preferisco sorprendermi del personaggio che fa capitolino tra le righe di un capitolo piuttosto che sentirmi sciocca dell’illudermi a poi disilludermi (zia Jane sarebbe fiera di me!)

Assistere, o meglio creare, un medley di personaggi è frutto di un’ispirazione spontanea che regala intuizioni che hanno la stessa immediata spontaneità. A volte si tratta di cantonate belle e buone, altre di sottili assunzioni sui caratteri che mi portano a considerazioni più generali.

Ripropongo una riflessione che qualche tempo fa feci a proposito di due personaggi che si erano incontrati, sotto i miei occhi, proprio sulla pagina che stavo leggendo. Due personaggi che, tra breve, si incontreranno inevitabilmente sul grande schermo, visto che saranno interpretati dalla stessa attrice.

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Immaginatevi la scena: leggo Jane Eyre di Charlotte Bronte per la quarantesima volta.

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Non so dire se si trattasse di noia o irritazione, tuttavia una scena stuzzicava insistentemente il mio senso critico. Si tratta di quella in cui la signorina Eyre esegue un ritratto della donna che, nella sua immaginazione, incarna tutte le caratteristiche della bellezza. Lo fa per cercare di convincersi di non avere speranze con il signore del quale si è infatuata, il suo datore di lavoro, il signor Rochester. È così fanatica nel cercare di annientare ogni briciolo di speranza che ritrae anche il proprio volto allo specchio e lo confronta con il disegno.

Brutta! – la prevedibile reazione della signorina Jane Eyre.

Tuttavia, qualcosa non quadra: dopo questo bell’esercizio di masochismo, Jane finisce per amare di più quell’uomo, il quale, a sua volta, finisce per innamorarsi di lei.

La rivale, quella ricca, desiderabile amazzone, della quale il disegno eseguito da Jane non era che un alter-ego, è sconfitta e scompare, dalla trama e dai pensieri dei protagonisti.

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Come è possibile tutto ciò?

Ho riletto la descrizione del disegno, del volto effimero della bellezza. E l’ho riconosciuta: senza alcun dubbio, colei che Jane ha disegnato non è che Emma Bovary!

Emma Bovary, tenera ed irritante eroina di Flaubert, francese fino a far marcire l’anima, mi ha consegnato al trip sul singolar tenzone che si gioca tra i due tipi di donna in questione, seppur a distanza di tempo e in due libri diversi. Senza neppure, che in Madame Bovary sia presente un tipo Eyre.

Forse, il disegno di Jane non è pensato per negare la bellezza, dote della quale in fondo non le importa un granchè (come lei stessa afferma). Piuttosto, esclude di essere “il tipo Bovary”, con il quale gli uomini concepiscono amori che vanno ben oltre i desideri e la volontà di Jane.

Emma Bovary subisce, a causa di un’intelligenza che non si è sviluppata, malgrado la mente vivace, la disperazione della noia e dalla segregazione. La negatività la porta a cadere nelle trappole come un’ingenua. Non afferma mai la propria personalità, si lascia manipolare e non sviluppa nessuna passione, alcuna visione del mondo e degli uomini. Malgrado abbia potenzialmente le basi per farlo: ben 3000 scudi di dote!

Jane, al contrario, è povera, orfana – nonchè bruttina. Tuttavia, è saggia e decisa, finanche testarda, fantasiosa, dotata di intuito e forza morale – aggettivi che la fanno apparire noiosa, quale infatti tutti la etichettano.

Ha ben due occasioni per affinare la propria mente: la scuola ed il lavoro. Questo la difende dal destino della ricamatrice e la porta ad immaginare di poter oltrepassare l’orizzonte, a contrapporsi l’idea dell’immobilismo.

Perfino le Sacre Scritture, alle quali entrambe le protagoniste credono, sono vissute con estrama differenza: Emma è superficiale e superstiziosa, mentre Jane ha una fede fervida e focosa.

Non credo che si tratti di due personaggi estremizzati, non realistici: piuttosto, costituiscono le due facce della stessa medaglia. L’unico fronzolo letterario si riduce, infine, soltanto al loro aspetto esteriore, antitetico.

In Jane Eyre incontriamo un altro paio di camei che assomigliano alla Emma Bovary: le cugine Eliza e Georgiana, figlie della perfida zia tutrice di Jane.

Esse rappresentano, sdoppiate, i due aspetti di Emma: la frivolezza impulsiva, destinata al matrimonio precoce, e lo slancio monastico, quale fuga da un mondo nel quale non ci si riesce a calare e che non desta alcun interesse.

Charlotte Bronte, l’autrice di Jane Eyre, aveva presente dunque il tipo di donna che incarna Mme Bovary. Malgrado ciò, non le contrappone Jane, la sua eroina, che incontrando le cugine dopo molti anni costruisce con loro un pur breve stralcio di empatia.

Anche un’altra figura, la signorina di cui il parrocco St John è non troppo segretamente innamorato, ha tratti “bovareschi”: è bella, fragile, va a cavallo e ha una risata leggera. St John la rifiuta, pur amandola, ritenendola una moglie non adatta alla propria posizione di pastore e guida spirituale. L’autrice, comunque, parteggia per la povera signorina, ritraendola come una disgraziata Andromeda lasciata al proprio destino da un vile Perseo, il quale le rifiuta la salvezza del vero amore per le convenienze dei ruoli (che poi, è un po’ ciò che fa Emma Bovary con il signor Leon).

Donne non rispettate in quanto persone, il cui atto più eroico è quello dell’autoaffermazione.

Tutte le altre trasgressioni sono effetti collaterali già scritti che cancellano la persona intollerante alla medicina della società.

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Emily Brontë #profile

Emily Brontë #profile

Le nostre passioni ci dirottano su vie inaspettate: per un misterioso motivo, dopo pranzo mi sono seduta alla scrivania e ho controllato il meteo del villaggio di Haworth, nel distretto di Bradford, West Yorkshire, nel quale vivono poco più di 6000 persone.

La descrizione del tempo fornito da BBC Weather ha qualcosa di poetico, che irresistibilmente mi spinge a citarlo:

Today

After a frosty start the day should be mostly dry with some good sunny spells, although rather cold. However the odd wintry shower can’t be ruled out over the Pennines in the afternoon.

Tra le quindici e le diciotto, la temperature oscillerà tra 2 e 3 gradi, potrebbe piovere in serata. La notte calerà precocemente alle 15:46. Tra circa un’ora, dunque, le tenebre scioglieranno i profilo dei monti Pennini, l’erba diverrà un calpestio indistinto, il rumore a pochi passi dalla nostra gelida soglia lo scivolare di un’immateriale fantasia.

Questo appeno descritto, il luogo in cui la famiglia Brontë si trasferì nel 1820. Dei figli del pastore Brontë, tutti perderanno la vita durante gli anni della giovinezza e due conquisteranno fama letteraria ad aeternum: Charlotte Brontë, autrice del romanzo Jane Eyre, ed Emily Brontë, creatrice di Cime Tempestose. Le ragazze Brontë crebbero esercitando la fervida fantasia inventando storie e componendo poemi mitologici, fino a quando la bellezza dei versi di Emily non convinsero Charlotte a tentarne la pubblicazione.

Come si legge su Wikipedia e su qualsiasi biografia delle sorelle, l’idea generò un aspro contrasto tra le sorelle, in quanto Emily si irritò a dismisura per l’invadenza della sorella maggiore, che aveva letto le sue poesie a sua insaputa, e perché si oppose caparbiamente alla possibilità di spedire i versi ad un editore.

Il litigio data 1845: Emily era una giovane donna non sposata di 27 anni, quinta di sei figli, indigente, religiosa tanto quanto legata, con mistica passione, al brumoso paesaggio, spazzato da venti selvaggi, che la conteneva – e che lei portava dentro di sé. Turbolenta, si allontanò da Haworth per lavorare e studiare in Belgio con l’intraprendente Charlotte, ma tornò sempre al luogo d’origine, dal quale si sentiva morbosamente posseduta. La poesia ci aiuta ad immaginare il tormento di quest’anima creativa, che avrebbe potuto essere una fredda, casalinga zittella, ed invece fu dominata dall’ispirazione per tutta la sua breve vita:

The night is darkening round me,

The wild winds coldly blow;

But a tyrant spell has bound me,

And I cannot, cannot go.

Emily Brontë non visitò il mondo, non ebbe relazioni al di fuori della propria famiglia e morì a soli 30 anni di tubercolosi: i sentimenti dei personaggi del suo unico romanzo, tuttavia, sorprendono per la vividezza, l’intensità e l’estrema violenza. Emily ha forse imparato l’aggressività dal vento, la bellezza dal cielo color zaffiro, l’angosciante desiderio dell’amato dalla veloce discesa del freddo sole invernale?

Non lo sappiamo, ma qualsiasi cosa lei abbia fatto, questo ha lasciato traccia nelle pagine di Cime Tempestose.

Per scusarmi del mio imbarazzante romanticismo quando parlo delle sorelle Brontë, vi fornisco la carta personaggio di Emily, così che possiate battere tutti i vostri nemici con maggiore facilità.

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