La Resistenza

La Resistenza

Cara nonna, sono una bambocciona.
La tua bambocciona, quella che ti chiedeva di ripetere quella poesia che mi avevi insegnato – di Pascoli, che parlava di una rondine e di un uomo che non tornarono mai al nido dove li attendevano.
Te lo chiedevo, senza capire perché la sapevi così bene. Buon 25 Aprile.


Marzia aveva vissuto un solo grande spostamento nella sua vita. Camminando, contava i passi del secondo. Le dita premevano all’interno delle punte delle scarpe leggere, strette nella stoffa, come sassolini. Procedeva meccanicamente, con le braccia dietro alla schiena, dondolandosi e a testa china. Le erano passate accanto un po’ di persone, qualcuno con i bambini sulle spalle e molte sporte, un carretto trainato da un asino, perfino un cavallo e una bicicletta. Non alzava la testa per guardare nessuno: rivolgeva l’attenzione alle scarpette basse di tela nera, che impolverandosi stavano diventando grigie e chiare. Procedevano lentamente, occupando metà della strada. Il fratellino di Marzia falciava la strada con le gambe lunghe e magre, aprendo e chiudendo le ginocchia minuscolo come una forbice. Marzia gli dava il passo, aprendo la fila, e lui non si azzardava a non seguire la linea che ella tracciava sulla strada biancastra.

La testa della ragazza scottava: i capelli neri e raccolti sulla nuca assorbivano la luce ed il sudore. Una volta a casa, li avrebbe tagliati. Aveva un faccia piccola, con minuscole sopracciglia, naso e bocca, soltanto gli occhi erano grandi. Le guance rotonde le davano un’aria allegra e furba, di quelle che vedi raffigurate sui cartelloni pubblicitari, accanto ai biscotti.

Dietro a Marzia ed Emilio, tutte donne seguivano, a parte un vecchio, che sedeva rigido e con il bastone in mano sul carretto. Sul carro stavano molte cose, scatole, pentole, coperte, fagotti e un grande armadio. Quello che aveva sistemato l’armadio per loro aveva fornito anche il carretto, aveva predisposto tutto. Avrebbe potuto accompagnarle, tuttavia non lo aveva chiesto, perché conosceva quelle donne e sapeva della loro fierezza.

Tutto il gruppo era in silenzio. Soltanto a volte, Emilio ed il vecchio sospiravano, ma senza farsi eco, più con l’aria di chi non sa proprio che fare.

Settembre era al termine e tutt’intorno nella campagna si cominciavano a vedere macchie gialle e rosse. Le viti diventavano scure ma l’aria del pomeriggio era ancora calda.

Ecco un altro che passa in bicicletta: sfrecciò accanto a Marzia scampanellando e lei incrociò le braccia. L’aria che si lasciò dietro le trasmise un senso di vuoto. Cercò di pensare a qualcosa: alle elementari non le avevano insegnato una poesia o una filastrocca per ogni mese?

Recitò, a voce bassa: Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ripeté la prima frase, prima che la seconda le tornasse alla mente. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare.

La sua voce si fece roca e non continuò. Stavano andando verso il mare: prima di andare sulle colline, non si era mai resa conto della distanza. Poi lo aveva visto dall’alto e da lontano come un muro dipinto . Le barche, insignificanti, si muovevano lentamente senza ondeggiare. Quanto potevano essersi allontanati dal mare? Eppure sentiva come se si fossero addentrati in una zona proibita, senza ritorno, e che il mare si trovasse al di là del confine dell’immaginazione. Marzia si voltò a guardarli: Emilio, il nonno seduto sul carretto, sua moglie, sua figlia, la nuora, che era la madre di Marzia, e la zia. Vanno verso il mare. Andiamo verso il mare.

La zia agitò una mano, visto che Marzia si era voltata. Emilio corse verso di lei, saltando. La zia gli disse qualcosa ed allungò il passo. Dopo pochi istanti, Emilio fu di fianco e Marzia e le disse di aspettare la zia. Marzia si fermò, mentre il fratello zompava da un sasso all’altro poco più avanti, allargando le braccia. La zia strinse leggermente il braccio di Marzia e la sospinse, guardando in avanti.

Era una donna alta e secca, ma muscolosa. Non sapendo che cosa dirle, le recitò quel verso, quello che non riusciva più a togliersi dalla mente. La zia Viviana annuì, stringendo le labbra.

“Sì, è proprio così. Torniamo, e ci sarà un bel lavoro da fare.”

Portava le maniche arrotolate attorno ai gomiti. Le braccia erano forti come le gambe bianche. Sembrava pronta a mettersi a lavorare da un momento all’altro.

“Zia, devo essere contenta?”

Viviana non rispose, come se ci stesse pensando. Poi la guardò, aprì la bocca ed assunse quell’espressione di sorpresa, mista a divertimento, che usava invece di esclamare a voce alta.

“Prima che tu nascessi, ci fu un grande incendio in città. Ogni cosa andò distrutta, lo sai, a quel tempo avevamo costruito tutto di legno. Era più comodo, potevamo smontare e sostituire i pavimenti e le pareti a nostro piacimento. I ristoranti ed i caffè cambiavano forma ad ogni estate, fino a che non bruciò tutto. Il giorno seguente, si vedeva bene il mare dal viale, come se non ci fosse stato mai niente tra la spiaggia e le nostre case. Era molto bello, ma nessuno era felice. Tuttavia, quando ricostruimmo e riprendemmo a lavorare, fummo felici di nuovo. Ci piacque, il passato era passato.”

“Ci sarà ancora la nostra casa, e il bagno? E il bar?”

“Penso di sì. Ci sarà da fare un bel lavoro, ma presto sarà tutto pulito e funzionante. Non vedo l’ora di entrare in casa e mettere seduti il nonno e la nonna. Così voi giovani sarete liberi di mettere a posto quello che c’è da mettere a posto.”

“Ma come faremo a sapere che cosa dobbiamo fare?”

“Tutto sarà diverso Marzia, ma quello che abbiamo ci basterà per andare avanti. Dovrai soltanto aiutare tua mamma e tua zia. E riprendere a studiare, quando sarà il momento. Non ti devi preoccupare d’altro. Non ci saranno più bombe né allarmi aerei. Non ci saranno più tedeschi.”

L’ultima parola la disse piano. Forse si era pentita di averla pronunciata. Marzia ce la ebbe con lei per quel suo aspetto forte e sano, quasi sereno. Avrebbe voluto che piangesse, si lamentasse. Aveva pianto tanto e sapeva che quella era la cosa giusta, che la avrebbe fatta sentir meglio.

“Non ci sarà più il papà.”

Parlò come una macchina, una parola per ogni passo. Viviana tolse la mano da lei ed annodò le dita. Marzia vide che sudava.

“Non ci sarà più il papà, e nemmeno Antonio, il tuo nipote preferito.”

Avrebbe voluto piangere e sentirsi affranta, ma si sentì soltanto crudele. Viviana si massaggiò i capelli sulle tempie e quelli si appiccicarono alla pelle.

Erano arrivati ad un incrocio. Emilio si fermò per far passare una camionetta, che passò di fronte a loro lentamente. Dietro, seguivano alcuni soldati americani, seguiti da prigionieri scortati da altri. I prigionieri tedeschi erano in camicia, pantaloni e cintura. Camminavano uno dietro l’altro senza guardarsi, senza muovere le braccia ma con le teste pesanti che ondeggiavano. Emilio mimò una marcia rimanendo fermo ed indirizzò un plateale saluto militare all’intera colonna.

In quel momento Marzia e Viviana udirono un grido provenire dalle loro spalle.

“Porci, canaglie!”

Si voltarono e videro la vecchia, la madre di Viviana, che correva con le mani in avanti, chiuse a pugno, e urlava a squarcia gola. Si fermarono e la guardarono mentre le superava. La donna si fermò e raccolse un sasso, lo scagliò a poca distanza con un grido. Emilio si tolse dalla strada e si accovacciò sull’erba, abbracciandosi le gambe.

La vecchia riprese a correre, mentre le altre donne, quelle che erano rimaste al carretto, cominciavano a chiamarla. La donna si fermò a poca distanza dalla colonna di soldati e agitò le braccia verso i prigionieri.

“Canaglie, maledetti! Assassini! Siete stati voi! Mio figlio! E il mio Antonino! Porci assassini!”

I prigionieri e i soldati non si fermarono, qualcuno di loro le tirò un’occhiata. La donna prese due sassi in entrambe le mani e li scagliò in avanti. Uno piombò accanto al piede di un prigioniero, che si sbilanciò un poco e continuò a camminare.

Marzia era rimasta impietrita e Viviana si animò soltanto quando le altre donne le furono accanto, allora corsero tutte insieme verso la vecchia. Le impedirono di prendere altri sassi e cercarono di riportarla indietro, ma quella si divincolava.

Marzia si voltò verso il carretto, dove era rimasto soltanto il nonno, e corse verso di quello. Lo aggirò e salì sopra, accanto all’armadio. I suoi occhi non potevano staccarsi da quello: lì stavano, suo padre e suo cugino Antonino, nell’armadio. Suo padre aveva una pallottola nella schiena, suo cugino più colpi in corpo. I tedeschi avevano detto agli uomini di allontanarsi, che erano stati liberati. Tutti si erano voltati per andarsene, Antonino era corso via come un cavallo, così era stato colpito alla gamba ed era rimasto a terra sanguinante. Avevano dovuto finirlo, tra gli ulivi.

Marzia sentì il pianto del nonno ma non ci badò. Le donne gridavano, avanti, ma lei rimase fissa a guardare l’armadio, fino a quando non udì una voce sconosciuta che la chiamava.

Un uomo stava presso il carro e le chiedeva se andava tutto bene. Poi posò una mano sul ginocchio del vecchio e gli disse di farsi coraggio. Marzia si accorse che molta gente si era raccolta attorno alle sue zie, a sua madre e a sua nonna. Tutti cercavano di calmarle: c’era qualcuno del vicinato, qualcuno che aveva un banco al mercato, qualcun altro che veniva sempre al bar o salutava per strada. Di fianco al carro si erano fermati perfino due americani.

Chiesero all’uomo cosa era successo, e lui gli disse che quelle donne tornavano a casa con due morti, che erano stati fucilati pochi giorni prima per un rastrellamento. Marzia riconobbe una bestemmia sibilata in un’altra lingua, che rimbalzava tra gli americani.

I due alzarono il capo verso di lei: se ne stava in piedi accanto all’armadio, impietrita.

Loro la guardarono tristemente, quindi aprirono la borsa e misero alcune cose nel carro, di fronte a Marzia: un pacchetto di sigarette, una tavoletta di cioccolato, una scatoletta di alluminio.

Uno dei due indicò Marzia, poi le donne poco lontane.

“Eroi. Italiani eroi. Papà eroe.”

Marzia scosse il capo: che confusione. Italiani canaglia. Italiani eroi. Stava male perché nella confusione e nella sofferenza si sentiva incrollabile. Ora e sempre.


Il 4 settembre 1944, 45 persone furono uccise dai Nazisti a Camaiore (Lucca, Toscana), 35 in località Pioppeti e 10 in località Pieve (o Rosi). Tra queste, vi erano il padre di mia nonna, di 42 anni, e suo cugino, di 16. Camaiore fu liberata il 17 settembre 1944.

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Elizabeth Barrett Browning #profilo letterario

Elizabeth Barrett Browning #profilo letterario

Italiani che fuggono nel Regno Unito, Camden Town presa d’assalto da passeggiatori italiani, strade anglofone pullulanti di insegne alla belpaese, camerieri che ti rispondono nel tuo stesso dialetto (dopo che ti eri tanto impegnato a sfoggiare il tuo british!)…

Basta!

Se sei stanco della fuga dei cervelli, è ora di cambiare storia – così, per gioco.

Per gioco, potremmo immaginare che gli inglesi fuggano in Italia, un risuonare di “sorry!” sul sagrato di Santa Croce a Firenze, romanzi tascabili in lingua inglese dimenticati sui sedili dell’autobus, un coinquilino che beve una tazza di black tea, accompagnato da un pezzo di torta alle cinque del pomeriggio…

In effetti, nel tempo che fu l’Italia fu un luogo di fuga per inglesi romantici e scavezzacollo. Se ne contano innumerevoli: Shelley, Byron, Charles Dickens, John Keats – soltanto per nominare alcuni dei più famosi.

Tra loro, vi è un’inglesina molto speciale, Elizabeth Barrett Browning, che visse, scrisse e figliò a Firenze, dopo aver vissuto una vita intensa nel paese natale. Elizabeth nasce in una famiglia possidente nel 1806 e nell’infanzia alterna la classica cavalcata sul pony all’erudizione. A otto anni studia il greco antico, legge i poemi di Omero. Si dà all’epica, oltre che all’ippica. Durante questi teneri anni, la sua salute comincia a incrinarsi: le costanti saranno dolore, debolezza muscolare e dipendenza da antidolorifici (laudano e morfina). Malgrado ciò, espande le proprie letture ai temi politici attuali, come la rivendicazione dei diritti femminili e l’antischiavismo. Nel 1835, la famiglia è investita dal dissesto economico e abbandona il lusso campagnolo; si trasferisce a Londra, dove affitta una casa dopo l’altra prima di stabilirsi. Elizabeth conosce diverse personalità letterarie dell’epoca e ne diventa una anch’essa. Come se non bastasse, contrae una malattia polmonare, probabilmente tubercolosi. Nel 1844, la raccolta di “Poems” le regala il successo definitivo e le procura quello che sarà il personaggio decisivo dell’esistenza.

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Robert Browning, trentaduenne, le scrive, la incontra, la ama. I due si fidanzano e si sposano in segreto. Dulcis in fundo: fuggono in Italia. Elizabeth viene diseredata e la coppia si stabilisce a Firenze, nell’ora museo Casa Guidi, grazie al denaro guadagnato da Elizabeth.

Una vita ben avventurosa, per la figlia di un proprietario terriero in Jamaica, invalida, quasi moribonda fino alla fine. E da dove abbia tratto la forza… noi, lo sappiamo immaginare?

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Una settimana dopo l’8 marzo #editoriale

Sono trascorsi quasi 10 giorni dalla Festa della Donna e per dieci giorni sono ruzzolata sull’idea di scrivere un articolo sulla donna, sulla celebrazione della donna, sull’identità della donna, sulla vera finta storia che sta dietro all’otto marzo, sulle donne nella letteratura e altre fesserie.

L’unico risultato è stato un noioso flusso di coscienza che ha esitato in un elenco simile alla lista della spesa…

La donna è mobile. Hai freddo? Ciccia e brufoli. La figlia del capitano. Alle donne piace la cioccolata. La costola di Adamo. Dolce, strana, creatura. Hai il ciclo? Dolcemente complicate. Zitella e lunatica. Elena di Troia. Didone. Eva. La regina di Saba. Babi. Ho bisogno di tempo. Matilde sei mitica. Margherita (e il maestro). La lupa. Questa ragazza qui è un po’ acidella. Perché tu vali. Non sei portata per la matematica. Una stanza tutta per sé. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori. Lady Chatterley. Chi dice donna dice guai. Prostituta. Santa. Dark lady. Deputata. Signorina. La donna baffuta. Cicciona. Ti agiti senza motivo. Anoressica. La mala femmena. Giulietta. La moglie ubriaca. Donne, tututu. La nonna Ace. Le donne hanno bisogno di amore per fare sesso. Mss Dalloway. Suocera. Mio peccato, mia anima. Salomè. Bellissima. Casa di bambola. Era solo un complimento. La mamma è sempre la mamma.

Mi sono chiesta che senso avesse questo sforzo e mi sono accorta che in quel momento non ne aveva alcuno. Stavo in qualche modo cercando di cogliere l’occasione per scrivere un pezzo su un argomento mostruosamente cliccato nel corso delle 24 ore tra le 23:59 del sette le 00:00 del nove marzo – cosa che normalmente non perdo l’occasione di fare. Cosa è andato storto?

Vorrei tralasciare la parte avuta dai miei impegni, tuttavia non la tralascerò, pur non scendendo nei dettagli.

La letteratura, le cronache, il gossip, le barzellette sono piene di donne, eppure nessuna di esse sono io. Non è una frase da slogan femminista, eppure è vero: nel mondo del “chi parla-scrive-filma” c’è un enorme sforzo di esemplificazione delle figura della donna. Il risultato è un moltiplicarsi di modelli, storie, caratteristiche fisiche la cui coerenza risulta alquanto impressionante.

L’arte del racconto e della raffigurazione ovviamente si rivolge anche agli uomini: eppure non ho mai la sensazione che ci sia un modello esplicativo divulgato dalle loro rappresentazioni. Per quanto la donna possa essere rappresentata dalla sua gonna o dalle sue tette, non ci accade di identificare l’uomo con i suoi pantaloni o il suo pene. La stessa cosa vale per il cervello: si ricorda Marie Curie per il suo gran cervello, eppure qualcuno ha mai provato interesse per come apparisse davvero? Avete mai googlato la foto di Marie Curie? Io stessa non l’ho mai fatto, anche se sono colpita dalle fotografie di Albert Einsten e Sigmund Freud: e non vedo il loro cervello, ma loro – come uomini.

La donna è penalizzata perché è una persona e allo stesso tempo un concetto astratto?

Lo si potrebbe sospettare, visto lo scarso interesse per quello che le donne oggi effettivamente fanno dalla mattina alla sera – e i loro problemi. Le stesse donne, europee ed italiane, spesso non sono consapevoli di appartenere ad una “categoria” che nel giro di 60 anni ha guadagnato il diritto di voto, al lavoro, all’istruzione, all’indipendenza personale ed economica. Parlando della mia generazione, la maggior parte di noi lavora (o è in cerca di un lavoro), studia, vive e viaggia da sola, si mantiene da sola o si batte per farlo, esattamente come gli uomini. Le differenze sono ormai ridotte all’osso, anche se all’emancipazione pratica nella vita quotidiana si affianca un tracollo dei valori tradizionali a cui è seguito un vuoto senza nome.

La donna è sempre la donna, quell’essere vulnerabile e fisicamente inferiore. Se incontra problemi, nella sua vita “da uomo”, perché sforzarsi di comprenderla?

Questo atteggiamento è subdolo nella nostra società, ma raggiunge picchi insopportabili in alcuni paesi a noi vicini, come la Turchia. Come abbiamo appreso dai giornali, una studentessa ventenne è stata uccisa dopo una violenza sessuale, una sera mentre tornava dall’Università. Ho letto in qualche racconto che l’aggressore avrebbe affermato che “una ragazza dovrebbe aspettarselo se sta per la strada dopo il tramonto”, o una formula equivalente. La risposta degli uomini turchi che hanno manifestato, indossando la minigonna, è stata forse quella più giusta e più umana che potesse essere data.

Una ragazza dovrebbe aspettarsi di rimanere disoccupata, se sceglie di andare a lavorare. Una ragazza dovrebbe aspettarsi di essere lasciata, se sceglie di andare a fare un master all’estero. Una ragazza dovrebbe aspettarsi di essere presa in giro, se sceglie di lavorare in un cantiere dove la maggior parte dei lavoratori sono uomini. Una ragazza dovrebbe aspettarsi di non farcela, se sceglie di fare cose da uomo.

Della serie “te la vuoi”.

Per questa volta, vorrei lasciare da parte la letteratura ed esprimere una riflessione a dieci giorni dall’otto marzo: attualmente, molte donne studiano o si formano fino ai venticinque anni, non programmano il matrimonio, non fanno dell’avere figli la propria priorità, dividono i lavori domestici con i loro partner oppure danno lavoro ad un’altra persona che sistemi la casa.

Nessun’uomo che si lancia nella carriera, si avvisa che potrebbe rimpiangere una famiglia, dei figli, una casa – mentre per la donna avviene il contrario, come se la famiglia, i figli, la casa facessero parte soltanto del suo repertorio.

Questa situazione sta cambiando: le coppie sono cambiate, l’accudimento dei figli è cambiato, il lavoro sta cambiando. Ma la testa, ma la testa, ma la testa no.

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Due regine senza regno: Jane e Emma #editoriale

Due regine senza regno: Jane e Emma #editoriale

L’ossessione letteraria può portare a vedersi apparire personaggi, inaspettatamente tra le pagine… di altri libri.

Se io li vedessi comparire nella mia vita, certo, sarebbe più interessante – io stessa diverrei materia da romanzo e nelle pagine del mio diario designerei un Mr. Darcy. Ahimè, tale speranza si è spenta con la mia adolescenza, che ormai si situa a distanza di sicurezza. D’altronde, preferisco sorprendermi del personaggio che fa capitolino tra le righe di un capitolo piuttosto che sentirmi sciocca dell’illudermi a poi disilludermi (zia Jane sarebbe fiera di me!)

Assistere, o meglio creare, un medley di personaggi è frutto di un’ispirazione spontanea che regala intuizioni che hanno la stessa immediata spontaneità. A volte si tratta di cantonate belle e buone, altre di sottili assunzioni sui caratteri che mi portano a considerazioni più generali.

Ripropongo una riflessione che qualche tempo fa feci a proposito di due personaggi che si erano incontrati, sotto i miei occhi, proprio sulla pagina che stavo leggendo. Due personaggi che, tra breve, si incontreranno inevitabilmente sul grande schermo, visto che saranno interpretati dalla stessa attrice.

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Immaginatevi la scena: leggo Jane Eyre di Charlotte Bronte per la quarantesima volta.

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Non so dire se si trattasse di noia o irritazione, tuttavia una scena stuzzicava insistentemente il mio senso critico. Si tratta di quella in cui la signorina Eyre esegue un ritratto della donna che, nella sua immaginazione, incarna tutte le caratteristiche della bellezza. Lo fa per cercare di convincersi di non avere speranze con il signore del quale si è infatuata, il suo datore di lavoro, il signor Rochester. È così fanatica nel cercare di annientare ogni briciolo di speranza che ritrae anche il proprio volto allo specchio e lo confronta con il disegno.

Brutta! – la prevedibile reazione della signorina Jane Eyre.

Tuttavia, qualcosa non quadra: dopo questo bell’esercizio di masochismo, Jane finisce per amare di più quell’uomo, il quale, a sua volta, finisce per innamorarsi di lei.

La rivale, quella ricca, desiderabile amazzone, della quale il disegno eseguito da Jane non era che un alter-ego, è sconfitta e scompare, dalla trama e dai pensieri dei protagonisti.

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Come è possibile tutto ciò?

Ho riletto la descrizione del disegno, del volto effimero della bellezza. E l’ho riconosciuta: senza alcun dubbio, colei che Jane ha disegnato non è che Emma Bovary!

Emma Bovary, tenera ed irritante eroina di Flaubert, francese fino a far marcire l’anima, mi ha consegnato al trip sul singolar tenzone che si gioca tra i due tipi di donna in questione, seppur a distanza di tempo e in due libri diversi. Senza neppure, che in Madame Bovary sia presente un tipo Eyre.

Forse, il disegno di Jane non è pensato per negare la bellezza, dote della quale in fondo non le importa un granchè (come lei stessa afferma). Piuttosto, esclude di essere “il tipo Bovary”, con il quale gli uomini concepiscono amori che vanno ben oltre i desideri e la volontà di Jane.

Emma Bovary subisce, a causa di un’intelligenza che non si è sviluppata, malgrado la mente vivace, la disperazione della noia e dalla segregazione. La negatività la porta a cadere nelle trappole come un’ingenua. Non afferma mai la propria personalità, si lascia manipolare e non sviluppa nessuna passione, alcuna visione del mondo e degli uomini. Malgrado abbia potenzialmente le basi per farlo: ben 3000 scudi di dote!

Jane, al contrario, è povera, orfana – nonchè bruttina. Tuttavia, è saggia e decisa, finanche testarda, fantasiosa, dotata di intuito e forza morale – aggettivi che la fanno apparire noiosa, quale infatti tutti la etichettano.

Ha ben due occasioni per affinare la propria mente: la scuola ed il lavoro. Questo la difende dal destino della ricamatrice e la porta ad immaginare di poter oltrepassare l’orizzonte, a contrapporsi l’idea dell’immobilismo.

Perfino le Sacre Scritture, alle quali entrambe le protagoniste credono, sono vissute con estrama differenza: Emma è superficiale e superstiziosa, mentre Jane ha una fede fervida e focosa.

Non credo che si tratti di due personaggi estremizzati, non realistici: piuttosto, costituiscono le due facce della stessa medaglia. L’unico fronzolo letterario si riduce, infine, soltanto al loro aspetto esteriore, antitetico.

In Jane Eyre incontriamo un altro paio di camei che assomigliano alla Emma Bovary: le cugine Eliza e Georgiana, figlie della perfida zia tutrice di Jane.

Esse rappresentano, sdoppiate, i due aspetti di Emma: la frivolezza impulsiva, destinata al matrimonio precoce, e lo slancio monastico, quale fuga da un mondo nel quale non ci si riesce a calare e che non desta alcun interesse.

Charlotte Bronte, l’autrice di Jane Eyre, aveva presente dunque il tipo di donna che incarna Mme Bovary. Malgrado ciò, non le contrappone Jane, la sua eroina, che incontrando le cugine dopo molti anni costruisce con loro un pur breve stralcio di empatia.

Anche un’altra figura, la signorina di cui il parrocco St John è non troppo segretamente innamorato, ha tratti “bovareschi”: è bella, fragile, va a cavallo e ha una risata leggera. St John la rifiuta, pur amandola, ritenendola una moglie non adatta alla propria posizione di pastore e guida spirituale. L’autrice, comunque, parteggia per la povera signorina, ritraendola come una disgraziata Andromeda lasciata al proprio destino da un vile Perseo, il quale le rifiuta la salvezza del vero amore per le convenienze dei ruoli (che poi, è un po’ ciò che fa Emma Bovary con il signor Leon).

Donne non rispettate in quanto persone, il cui atto più eroico è quello dell’autoaffermazione.

Tutte le altre trasgressioni sono effetti collaterali già scritti che cancellano la persona intollerante alla medicina della società.

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