“Non tutti i principi nascono azzurri”, di A. Gatti

bowelf

By Elen

Specifiche tecniche

Titolo del libro: Non tutti i principi nascono azzurri

Autore: Andrea Gatti

Lingua originale: italiano

Anni di pubblicazione: 2014

Casa editrice italiana: Nessuna, autore esordiente autopubblicatosi.

Formato: ebook disponibile.

Colori della copertina: Giallo e nero.

Copertina: Semplice e minimalista.


Signore e signori eccomi qui, pronta a parlare di niente meno che un autore italiano, un esordiente che si è autopubblicato e di cui mi ha parlato una mia cara amica.

Eravamo in vacanza e mi ha raccontato di aver vinto questo libro con un Giveaway e di esserne rimasta positivamente colpita. Sono passati due mesi e mi trovo nella spiacevole situazione che conoscono bene gli scrittori: il blocco, solo che, nel mio caso, si tratta del blocco del lettore.

Finito di leggere Percy e la Casa della Notte, mi sono buttata di getto nella saga delle Pietre di Talarana (la cui recensione è in fase di realizzazzione) e mi sono bloccata. Nonostante abbia in mente una marea di titoli da leggere, non ne ho voglia.. vuoi la stanchezza sia fisica che mentale, vuoi che da Settembre sono ricominciate le serie tv (e ne seguo decisamente parecchie), mi sono ritrovata a voler leggere un solo libro, ossia il mio amato LOTR ma in inglese. Ora, lavorando qualcosa come 10 h al giorno e di cui alcune di notte, capirete bene che la mia mente non si trova nello stato più adatto ad affrontare una lettura del genere in lingua originale (per quanto lo conosca a memoria in italiano) quindi ho semplicemente smesso di leggere. È qui che è intervenuta la suddetta amica “Aspetta, ci penso io!” se ne è uscita con questa libricino dicendomi che avevo bisogno di qualcosa di leggero, scorrevole e carino, avrebbe fatto al caso mio. E cavolo… aveva ragione!

Ci ho messo la bellezza di due pomeriggi: un totale di 6h, forse meno, e 10 minuti per innamorarmi dei personaggi e sopratutto dello stile ironico e sarcastico dell’autore! Ma andiamo per ordine.

Siamo in una terra non ben precisata, con poche coordinate geografiche ma che sono sufficienti allo scopo, ossia quello di ironizzare completamente la figura del principe azzurro, quella del paladino, del prode cavaliere mordenizzandola contemporaneamente con trovate che reputo a dir poco geniali!

Il nostro “eroe” è un antieroe. Layne Cantrell è l’erede della famosissima famiglia Cantrell, sfornatrice di paladini. Al momento è attendente alla A.P.A., l’Accademia per Principi Azzurri, il cui scopo è quello di formare le menti e il fisico dei figli della nobiltà, addestrandoli in compiti ben precisi: salvare donzelle, combattere con le spade, sopravvivere in luoghi impervi e anche affinare le arti di conversazione e bon ton tramite lezioni di giardinaggio (perchè intendiamoci, saper piantare un lampone ed abbinare i fiori sono le cose di cui un principe azzurro non può certo fare a meno) e di tisane. Il nostro “eroe” (passatemi il termine) ha un miglior amico che, ovviamente, è anche il miglior studente che l’accademia abbia mai avuto, Eddie McCready.

Siamo nel bel mezzo delle lezioni quando il preside comunica a Layne che deve lasciare la scuola. Il ragazzo non è mai stato così felice in vita sua! Detesta essere un Principe azzurro e avere tutte quelle aspettative sulle spalle. Negli anni passati ha fatto di tutti per non applicarsi ed essere l’ultimo della classe (e ce ne ha messo di impegno!). Contento come una pasqua si prepara alla partenza insieme ad Eddie che vuole accompagnarlo almeno fino a casa.

Proprio mentre va a fare i bagagli ha il suo primo incontro con una donzella… e che donzella! I cardini di beltà e celestialità che i due hanno imparato ad associare alle “fanciulle da salvare” vengono subito scardinati. La ragazza è una ladra venuta a rubare lo stemma di famiglia dei Cantrell ma si provoca un KO tentando la fuga. I due la costringono ad andare con loro a casa di Layne, dato che il giovane sospetta che sia successo qualcosa ai genitori.

Poco dopo compare il miglior personaggio di tutta la storia: il cavallo Fossil! Ci troviamo davanti ai compagni fedeli dei cavalieri: i cavalli, che sono trattati come auto da corsa super accessoriate (Il cavallo di Eddie ha persino due treni di ferri di ricambio ed è dotato di un vano portaoggetti) ma che, al contempo, sono umanizzati. Layne ha il suo bel da fare per convincere il riottoso Fossil a portarlo e, dopo aver vinto questa prima battaglia, parte con Eddie e la ragazza alla volta di Capitale, ossia la capitale del regno e sua città natale.

Il viaggio mostra ai ragazzi quanto la realtà sia ben diversa da quella che loro immagino e che gli è stata insegnata fino ad ora. La giovane Maria smonta prontamente le loro idee e si rende subito simpatica a Layne e odiosa agli occhi di Eddie, dato che lo batte nell’accendere il fuoco… una ragazza più brava del più eccellente studente che l’A.P.A abbia mai avuto! Dopo una notte e due giorni a cavallo i tre giovani (eh sì abbiamo sempre e comunque un trio composto da due uomini e una donna che li rimette in riga alla Harry Potter, cosa che si ripeterà anche più avanti) raggiungono la casa di Layne. Tutto è a soqquadro e dei genitori del giovane principe Cantrell non c’è traccia.

Solo una mappa, con un pugnale piantato sulla sulla città di Hassan, nel Sudd. Un messaggio palese: abbiamo rapito i tuoi genitori e li abbiamo portati qui! Cosa faranno i nostri tre piccoli eroi?

Ok, non è mia abitudine troncare così, tendo a continuare i riassunti e a lasciare solo con il finale in sospeso, ma qui non posso. L’ironia e il sarcasmo che pervadono il libro sono la vera avventura, è la vera storia e sono cose che non si possono riassumere. Il nostro connazionale ha trasformato la classica quest cavalleresca dei paladini della chancon de geste in qualcosa di completamente nuovo ed esilarante, ha distrutto passo per passo ogni singolo pezzo: dalla figura femminile (che diciamocelo assomiglia molto di più ad Hermione che non ad Angelica), al cavallo, alla spada, agli aiutanti… insomma tutto! Qualcosa di nuovo, una boccata di aria fresca che ci porta lontano dai soliti eroi pronti ad affrontare tutti i pericoli e giusto per farvi capire, vi lascio con una citazione precisa:

Con larghe falcate si portò in vantaggio, sventolando la coda in modo che il mostro peloso potesse avere una bella visuale suo suo derrière, così che gli si stampasse per sempre nella memoria. Bastardo.

Non tutti i principi nascono azzurri pg. 183.

Fonte: http://nontuttiiprincipinasconoazzurri.com/chi-sono/

“Vi amo tutti (ma vi odio però)” ovvero dello stile degli autori sui social #editoriale

Confesso un risvolto “non sano” (per risparmiare la definizione di “patologico”) dei miei noiosi pomeriggi seduta dietro a una scrivania: trascorro molte ore lavorando al computer e quando sento il bisogno di una pausa non riesco a staccarmi dallo schermo. Quello schermo, ahimè, diventa l’oggetto della mia pausa e mi ritrovo a rollare la homepage di Facebook, gettando saccadi qua e là. Per caso o per curiosità, mi capita di soffermarmi sulle pagine di scrittori, cantanti, artisti emergenti, commentatori più o meno intelligenti. Si tratta di pagine individuali (numerose sgranate versioni della faccia del personaggio fanno cucù dalla barra spaziatrice orizzontale) e allo stesso tempo collettive: ogni riga è un messaggio ai fan e a volte diventa un vero e proprio dialogo. È un argomento futile – innegabilmente – ma ben so che il principio fondante di questo blog è scherzare sulla letteratura – o su chi la fa, o dice di farla.

Visto che sono una burlona, mi sono chiesta: perché? Cosa spinge Baricco, Saviano e questa giovane autrice di cui ho dimenticato il nome a pubblicare istantanee dei loro retroscena, a rispondere all’augurio di un fan (o meglio, di numero variabile tra 50 e 20000 fan) e a gettare una rete giornaliera dei propri opinioni, sentimenti, gioie e amarezze?

Non dovrebbe stupirmi: il web funziona così. La posta in gioco è la notorietà: per essere condiviso, per far condividere agli altri uno spezzone delle tue idee almeno per un secondo, è necessario indurre un volontario click del mouse. Non ho un’opinione su questo: non è bene e non è male. È una prassi: si fa così. Purtroppo, per deformazione professionale, questa spiegazione non mi lascia soddisfatta.

Per prima cosa, ho provato a immaginare cosa sarebbe accaduto se altri grandi, che prima di esserlo sono stati dei piccoli, infimi esordienti, avessero seguito questa prassi. Ed ecco il primo che mi è venuto in mente:

Anonymous_portrait_miniature_of_a_young_John_Keats

questo è John Keats. Bruttoccio, non è vero? È una fortuna, forse, che la sua faccia non sia stampata su ogni singola copia di Endimione. A lui non deve essere importato molto della propria immagine, vista la scarsità di ritratti che, mi auguro, non gli rendano giustizia e che sembrano essere stati eseguiti più per passare il tempo (vedi quello schizzato dall’amico Charles Brown) che per una volontà di immetterli in circolazione. Il poveretto, in vita, non ha goduto nemmeno dell’approvazione e del sostegno del pubblico: una prima pubblicazione tiepida, un solo grande amore (una ragazzina che sembrava essere l’unica a capirlo), un disastroso epilogo, la povertà, la morte. Per assurdo, sul social gli sarebbe andata meglio? Con quella faccia, non credo. E se anche gli fosse andata, forse avrebbe perso quella venatura intatta di malinconia, quella precisa abilità nel cristallizzare la caduca felicità e la bellezza in un susseguirsi di parole.

Questo ragionamento non mi ha comunque portato a niente: non si può dire che tutti gli autori che utilizzano i social siano belli e che pubblicizzino la propria immagine in quanto tale. E allora?

Ho letto una frase che mi ha illuminata:

“Poter pubblicare da sola (…) mi ha messo a stretto contatto con i miei lettori, in un modo che non credevo possibile. (…)auto-pubblicare significava poter credere in me stessa e portare avanti i miei progetti, scrivendo il genere di libri che i miei lettori amano.“

Potete leggere l’intervista completa a Bella Andre a questo indirizzo. La signora è una scrittrice americana di saghe familiari d’amore, amore e amore, già affermata e che ha scoperto il mondo del self-publishing. La sua pagina Facebook assomiglia a quelle di molti altri autori: domande dirette, ringraziamenti, qualche vignetta e pubblicità (autogena). La signora Andre ha fornito la risposta perfetta alla mia domanda: perché lo fanno? Non c’è dubbio: questo è il massimo grado di vicinanza con i lettori.

Quando leggo una poesia di Keats, non posso dire di sentirmi vicina a Keats. Mi sento vicina alla sua poesia, a me stessa, al mio comodino, ma lui, per quanto ci si possa sforzare, non si manifesta.

Quando invece sulla mia homepage appare un post firmato e controfirmato (da una selfie) di Roberto Saviano, io mi sento vicina a Roberto Saviano – e a nessuno dei suoi libri, visto che non ne ho letto nemmeno uno.

Sembra così bello: autori e lettori vicini, occhi negli occhi, che dialogano. Quella distanza incolmabile che ci separa da Goethe e da… (vorrei evitare di elencare altri autori defunti, ma è impossibile, perché quasi tutti gli autori attualmente viventi che conosco hanno una pagina su un social) è roba per chi cerca sensazioni forti e antiche.

Perché lo fanno? Loro scrivono di volerci bene e che siamo importanti. Certo che lo siamo: siamo i loro fan, i loro possibili compratori. Ecco perché lo fanno.

È tutto molto triste. È come un macigno – quella stramaledetta economia, che si infila sempre in ogni discorso per rovinarlo e renderlo amaro.

Così si è concluso il mio volo pindarico sugli autori nell’epoca dell’iper-riproducibilità delle immagini: si tratta di zuccherosa operazione di mercato. L’operazione di bravi autori come Baricco, Saviano, Ken Follett e Bella Andre: ci danno uno spazio per scrivere un commentino, ci fanno vedere la loro faccia da un’inquadratura strana e con una grana oscena e vogliono che compriamo il loro libro, compriamo il loro libro, compriamo il loro libro. Perché questo, in fondo, è quello che ogni autore vuole.
E visto che è ormai così difficile, diventa un pochino più facile se noi li amiamo e loro sanno il genere di libro che noi amiamo. Non mi permetto di affermare che non vada bene, ma è bello concludere una giornata dando a persone famose dei filistei.

Un sarcofago filisteo

Un sarcofago filisteo

 

Jogging con il vichingo puntata 2 #inedito

Jogging con il vichingo puntata 2 #inedito

Tre uomini si sedettero di fronte a Mr Smith.

Il rumore della porta e quello delle sedie coprirono i saluti. Al centro si accomodò il produttore Alan Crane, che aveva sfornato, con serrata ricorrenza, telefilm fantasy-romantici che avevano reso gli ultimi cinque anni negli anni d’oro del romantico-fantasy.

Secondo un modo di procedere poco ortodosso ma redditizio, per la sua scorrevolezza, il romanzo sulla scrivania di Mr Smith gli era stato consegnato in versione integrale, affinché le sue impressioni diventassero le indicazioni per gli sceneggiatori. Le ultime uscite di Mr Crane erano le stesse di Mr Smith e per entrambi avevano rappresentato i loro più grandi successi: casse piene, pubblico adorante. Per questo, Mr Crane riponeva piena fiducia nel regista, tanto che non era rimasto per niente turbato dalle voci che riportavano una presunta relazione con la sua ex-moglie. Questo romanzo aveva una narrazione robusta che gli era valsa la vendita su larga scala, il rapido diffondersi su numerosi mercati linguistici. Mr Smith avrebbe elevato le radici del libro, nelle quali milioni di lettori erano rimasti invischiati, a un labirinto celeste da cui nessuno spettatore sarebbe potuto uscire – mai più.

Accanto a Mr Crane, si era seduto l’agente dell’autore del libro in ballo, il romanzo fantasy, screziato di storia, noir e romanticismo che aveva dominato le classifiche dell’ultimo anno. L’agente era un bel ragazzo dall’aria brillante e dinamica, che non stonava come terza voce nel duetto che Mr Smith e Mr Crane si apprestavano ad eseguire intorno al best-seller da trasformare in cult.

Tuttavia, il terzo nuovo arrivato, accomodatosi alla sinistra di Mr Crane, fu squadrato dal regista con disappunto: non amava discutere delle fasi delicate di tagli e modifiche al lavoro di un altro di fronte ad uno sconosciuto. Mr Smith strinse una mano grande e paffuta e gettò uno sguardo al sobbalzo della panzona quando quello si sedette. I capelli biondi ed appiccicati, la t-shirt indossata sotto alla giacca e le converse rosse, assolutamente inadatte a quei lunghi piedi, potevano significare una cosa soltanto, e tre o quattro sue declinazioni – un appassionato di romanzo fantasy, il presidente di un comitato di fans, il nipote dell’autore e depositario della sua viva volontà, un chiappone esperto di effetti speciali e scenografie digitali con manie da regista. Se Mr Crane lo aveva portato con sé, era assai probabile che quel tipo portasse soldi, e molti, per cui Mr Smith avrebbe dovuto accettarlo (senza per questo rinunciare ad essere se stesso e a consigliargli un buon nutrizionista).

“Mr Smith. Non perdiamoci in convenevoli e procediamo. Ci esponga a caldo le sue impressioni su questo romanzo.”

Non vi erano stato convenevoli, tuttavia tutti annuirono in risposta alle parole di Mr Crane, tranne il ciccione. Il regista appoggiò le spalle allo schienale, lasciando scivolare la pelvi in avanti. Sorrise e strizzò gli occhi, come ad ostentare la gratitudine per tanta fiducia, quindi schiaffò il palmo della mano sulla copertina del libro.

“Questa è merda, signori. Ma che dico, non è merda pura, è sterco misto a sabbia e detriti. Lei non si offenderà di certo, agente, in quanto questo libro è fonte di guadagno per molte persone, lei compreso e anche noi. Non deve ricevere molti commenti schietti e forse questo le renderà più appetibile il mio punto di vista.”

Mr Smith intercettò lo sguardo del produttore e vi lesse una fulminea scheggia di vermiglia incredulità. Ciò lo allarmò, ma soltanto per un secondo: forse non si aspettava un incipit tanto brusco… ma tanto valeva mettere le carte in tavola. Non avrebbe avuto senso elogiare l’opera per poi annunciarne un disboscamento seriale.

“Prendiamo l’inizio, con questo misero uomo con cui il vichingo fa il primo incontro. L’entrata del vichingo è perfetta, intendiamoci, in questo contesto desertico… ma questo… questo… Panteras? Nessuno spettatore potrebbe affezionarsi a un personaggio del genere. Del tutto irrilevante, privo di ironia o del suo contrario, il pathos, totalmente casuale. Un incontro casuale, ecco, come capra e cavoli. Per questo io propongo di cassare questo greco di cui non fotte niente a nessuno (questi girotondi e flashback, lo sproloquio sul nome di battesimo e un passato privo di interesse…) e passerei direttamente a Costantinopoli e trasformerei la storia del vichingo e della bambina nell’introduzione stessa della serie. I vichinghi alla corte dell’imperatore bizantino intorno ad un fuoco che si raccontano sotto voce la storia di quel loro lontano parente che è appena arrivato a piedi a Costantinopoli. Con questa modifica, possiamo dire di essere passati dalla palla di sterco spiaggiata a un groviglio di alghe che qualche occidentale ritardato potrebbe masticare in un ristorante giapponese.”

L’agente dell’autore tossicchiò e si agitò sulla sedia, mormorò qualcosa di incomprensibile, mentre anche Mr Crane non riusciva ad articolare una sola parola. La salvezza venne dal biondo panzone, che alzò una mano in segno di pace per tutti.

“Molto interessante, Mr Smith. Senza dubbio lei esprime al meglio la logica drammatica della rappresentazione televisiva. Forse… i colleghi non si aspettavano un eloquio tanto schietto. Dico però di concentrarci sulla sostanza. Per me, visto che Mr Smith non ha intenzione di capovolgere i cardini della trama, possiamo procedere senza indugi o imbarazzi.”

Mr Smith rise fragorosamente e si alzò per battere una mano sulla spalla tornita dello sconosciuto.

“Indugi o imbarazzi! Non abbia paura, amico, non ce ne saranno mai! Tuttavia la ringrazio per quello che ha detto, il suo aspetto non rende merito alla sua saggezza!”

Si sedette e lanciò uno sguardo interrogativo a Mr Crane e all’agente, che non solo conservavano un’aria contrita ma stavano rapidamente diventando paonazzi. Mr Smith alzò le spalle e rivolse un sorriso al suo inaspettato alleato.

“Che ne dice, amico, bastiamo noi due per andare avanti? I nostri compari hanno deciso di arrestarsi dove la nostra comprensione non può attardarsi. Come ha detto di chiamarsi?”

L’uomo non sorrideva, eppure aveva un’aria estremamente mite ed arrendevole mentre rispondeva a quella domanda piuttosto facile.

“Odgen Johnson, al suo servizio.”

Mr Smith aggrottò la fronte.

“Non mi dice niente, ma mi è familiare. Ci conosciamo, per qualche strano motivo?”

 


 

Milan Tourette, l’agente di Mr Odgen Johnson, autore del bestseller “Il cerchio d’ambra”, stava trangugiando un bicchierino di vodka trasparente all’angolo della strada ed era furioso.

Odgen gli stava accanto, con le mani nelle tasche del cappotto, la testa bassa e i sottili capelli biondi sollevati dal vento. L’agente gettò il bicchiere sul bancone con tanta violenza che quello andò in pezzi. Quando si voltò a guardare Odgen, che svettava sopra di lui di circa venti centimetri, aveva le lacrime agli occhi ed era paonazzo.

“Perché non mi licenzi, Od? Spiegami perché devo assistere a queste pietose scene in cui il tuo lavoro viene insultato e ridotto a paccottiglia da canale di serie B… Licenziami, Odgen, non ce la faccio più!”

Odgen sospirò e scosse il capo.

“Non posso licenziarti, Milan, mi dispiace.”

“E perché?”

“Perché mi dispiace! Piangi ogni volta che accade qualcosa di spiacevole. Piangeresti, se ti licenziassi. Perché non ti licenzi da solo?”

Milan batté un pugno sul bancone, attirando l’attenzione del barman, che gli servì un altro bicchierino senza che lui ne chiedesse.

“Ho un codice morale, Od. Se tu mi chiedessi di lasciarti solo nella stanza degli squali, allora ti rispetterei. Ma se io devo abbandonarti… Lo affronteremo insieme. Hai firmato la concessione dei diritti, questa è la realtà. Forse mi sono lasciato trasportare, avrei dovuto sconsigliarti fin dal principio, ma pazienza. Questo però non significa che devi subire gli insulti di quel borioso regista senza reagire! Cavolo, Od, anche gli ippopotami si infuriano!”

“Gli ippopotami?”

“Sì, Odgen, gli ippopotami! Sai quegli animali glabri che se ne stanno a mollo tutto il giorno e pascolano come pecorelle durante la notte?”

“So cosa è un ippopotamo, Milan! Potresti soltanto evitare il paragone con un animale fuori forma? Non avresti potuto chiamare in causa la furia del pulcino?”

“Mr Smith può darti del ciccione e io no? Comunque, voglio sperare che tu preferisca invocare la furia dell’ippopotamo piuttosto che quella del pulcino, quando si tratta di farti valere.”

Odgen sospirò nuovamente e si coprì il volto con le mani. Dopo qualche istante prese il bicchierino di vodka da sotto il naso di Milan e la buttò giù. Rimase con gli occhi chiusi e corrugati per qualche secondo, quindi scosse la manica del cappotto dell’agente.

“Ma sentici… stiamo qui a questionare di ippopotami e pulcini. Dovremmo festeggiare, Milan! Una produzione milionaria! La distribuzione negli Stati Uniti!”

Milan storse la bocca, emettendo un’esclamazione di disgusto.

“Non sono abbastanza i soldi ricavati dal romanzo? Ne hai così bisogno da accettare la messa in onda di una serie basata sul tuo libro senza il tuo incipit originale? E chissà cos’altro.”

Odgen scosse il capo, mentre rideva divertito.

“Mr Smith ha pienamente ragione sull’inizio. È noioso, puramente casuale. Pandarus è un personaggio inconsistente. Funziona molto meglio la versione di Mr Smith. Ha più grinta, fascino. E’ stata pensata.”

“Non capisco, Od, è il tuo libro! Se pensi che quell’inizio faccia schifo, perché lo hai scritto così?”

Odgen cercò un paio di monete nella tasca e le depositò sul bancone.

“Costretto dal realismo, amico, dalla storia.”


Licenza Creative Commons
Jogging con il vichingo puntata 2 di Teresa Del Bianco è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://sulloscaffalesbagliato.wordpress.com/.

Jogging con il vichingo, puntata 1 #inedito

Jogging con il vichingo, puntata 1 #inedito

L’uomo camminava nervosamente avanti ed indietro, incrociando le braccia al petto e poi lasciandole andare, giù, lungo il corpo.
Pandarus, quello era il nome di suo padre, credeva.
Da bambino, aveva domandato a giorni alterni a sua madre chi fosse suo padre.
Altrettanto alterne erano state le risposte: all’inizio della settimana la donna sosteneva di non ricordarlo, mentre l’inattività del sabato la induceva a pronunciare quel nome, il suo, quello del figlio.
Pandarus aveva creduto, allora, di chiamarsi come suo padre.
Non era un nome del suo popolo, quello: Pandarus senior era un greco circonciso, nato e cresciuto per le contrade di Salonicco. Un giorno, quando era ormai nei suoi dieci anni, la madre indicò il padre di Pandarus con il dito, magnanima e commossa. Pandarus aveva stentato a riconoscersi in quell’ uomo lontano due angoli di strada, prematuramente invecchiato, foderato in una corazza di cuoio abbastanza resistente per contenere un immenso addome globoso.
La curiosità si placò: era Pandarus figlio di Pandarus, straniero con armatura di cuoio, indicato all’angolo di strada.
Nessun altro avrebbe potuto crederci, a parte lui stesso: tutti coloro che conosceva lo pensavano come il figlio del caso e di una prostituta. Fu un bambino impertinente e un giovane imperterrito: la famiglia gli era negata ma lui era convinto di conoscere la verità. Tuttavia, non la considerò mai ideale e se ne allontanò quando decise di vivere su una spiaggia e guadagnarsi da vivere pescando. Mandava cibo a sua madre, ogni tanto, per ripagarla della sincerità e dell’amore.
Erano passati molti anni: dalla sua città natale Salonicco, da sua madre, dalle domande sulla paternità e le risate del volgo.
Avevano riso di lui, certamente, vivi e morti.
Ne aveva visti tanti di perenni sorrisi di morte da dimenticarsi tutta la sofferenza delle frustate e delle dita torte, che avevano da tempo cancellato l’emozione del pensiero dei genitori.
Eppure, in quel momento, Pandarus stava letteralmente rinvangando il passato: si rivedeva mentre, poco più che quindicenne, stingeva tra le mani grassi e unti pesci, sceglieva il più piccolo per la madre. Riproduceva il gesto di gettare il dono nel suo povero cesto, l’offerta per quell’ossessiva bulimica che aveva invocato su lui molte maledizioni per la rovina della propria esistenza.
“Oh, mamma, mamma…”
Si toccò il cuore e sentì il vecchio astio, la curiosità insoddisfatta di sapere il motivo della scelta di un nome così diverso da quello degli altri bambini del quartiere. A quel tempo, il quartiere era come il suo cuore. Straniero, il sangue che vi scorreva lo raggelava, a causa di quel nome lungo e irto, italico.
Pandarus si apprestava staccarsene, una volta per tutte, a seppellire il nome con il corpo di un altro uomo. Quell’uomo non gli avrebbe dato un nome degno del pulcioso quartiere dove era nato, ma avrebbe fatto comunque al caso suo.
Pandarus, negli anni, era diventato un buon pescatore: aveva ideato un metodo sopraffino per distinguere il pesce buono da quello cattivo. Pessimista, non per scelta, buttava tutti a mare, vivi o morti, e proseguiva da sé. Quel corpo ai piedi della collina non era diverso dagli altri: odore di pesce, pelle di pesce, sguardo vacuo di pesce. Pandarus tuttavia desiderava rubargli il nome e l’identità, poi seppellirlo. Sarebbe diventato un pesce anche lui, ma vivo, e avrebbe nuotato nel mare del pericolo.
E di quel nome, quel suo nome che non sapeva di niente, cosa ne avrebbe fatto? L’ansia lo prese ed egli si lasciò tentare dalle lusinghe delle vecchie menzogne.
Come avrebbe potuto dimenticarlo, visto che era appartenuto a quello che lo aveva generato? Sua madre lo aveva pronunciato, con tenerezza o per rimprovero, doppiamente: verso suo padre e verso di lui.
Due generazioni si erano identificate con Pandarus ed il nome gli pesava, ora, visto che in un modo o nell’altro sarebbe finito lì, su quel colle, sepolto in una terra desertica.
Pandarus si era immaginato figlio di un mercante di vini, che era ricco possedeva schiavi.
Da giovane pescatore, divenne soldato per due volte. Tra le tenaglie con gli altri schiavi, aveva conosciuto l’amarezza della condizione ma non aveva rinunciato ad immaginare il piacere del padrone, specialmente di quello crudele.
Il fatto di non essere cresciuto tra i militari gli generava disprezzo e diffidenza per quel tipo di vita. Si era lasciato assorbire da loro soltanto per sfuggire al padrone troppo annoiato al quale era appartenuto.
Lo presero come recluta e Pandarus immaginò che sua madre avrebbe pianto nel vederlo partire, disonorandolo e disonorandosi. Codardo, lo avrebbero chiamato, figlio di una vite tagliata. Pandarus non si sentiva degno di tali accuse: lui non era figlio di una vite tagliata, era un figlio di puttana. Nessuno gli aveva insegnato quella regola per la quale sui campi di battaglia esistono soltanto uomini, senza alcuna possibilità di allegare spiegazioni: se erano vivi, dovevano soltanto difendersi, se erano morti, avevano cessato di farlo.
Non aveva saputo difendersi, eppure non era morto. Lo avevano scambiato per un popolano, forse per la sua magrezza: chi avrebbe potuto immaginare un tale scricciolo tenere un’arma e uno scudo. Pandarus udì le urla dei suoi compagni che lo avevano deriso, mentre venivano finiti. Tacque, finse d’esser sordo, ma continuò a sognarle per molti anni a venire. La prospettiva della vita da schiavo lo rese disperato: per questo, quando si presentò l’occasione, si arruolò nuovamente.
Quando si presentò, il comandante della guarnigione lo scambiò per un evaso e lo minacciò di morte, ma la disperazione ispirò a Pandarus una storia: raccontò al comandante di come era riuscito ad intrufolarsi e rubare segreti, di come aveva ucciso senza che nessuno lo vedesse e aveva aperto le porte delle città agli eserciti.
“Questi tuoi grandi crimini spiegano le tue ferite, greco.”
La spiegazione, l’accento, il rachitismo e la schiettezza nel parlare di nefandezze piacquero al comandante che lo prese con sé.
Pandarus non dovette fare altro che esaudire ciò che aveva semplicemente inventato: mise insieme l’altezzoso e menzognero cipiglio di sua madre, la camminata guardinga di quel vecchio misogino del suo presunto padre, il sorriso privo di denti del padrone di schiavi e l’abilità a pigliar pesci. Non era una recita: per la prima volta, li accoglieva tutti dentro di sé come se lui stesso fosse un quartiere nel quale le lingue, i passi e il sangue si incrociavano armoniosamente per le strade. Gli riuscì meglio di quello che avrebbe creduto e per lungo tempo. Potrei morire, si diceva, ma che importa? Non aveva casa né parenti e la sua storia personale si era già esaurita per eccessiva povertà di contenuti.
Il comandante conquistò gloria grazie ai servigi di Pandarus e ne fece uno dei suoi luogotenenti. In segreto, dapprima, poi apertamente. I soldati rispettavano il greco ed inventavano storie a loro volta. Tutta la vita di Pandarus era diventata una grande, epica fandonia.
Due settimane prima, il greco si era diretto con il comandante ed un piccolo drappello in un distretto pericoloso dell’impero, popolato da barbari nervosi ed affamati di terra, pecore, donne.
Il proposito del comandante era di inscenare un piccolo attentato a spese proprie e dei propri uomini: sterminare un capo e la sua scorta, chiamati a colloquio, ed accusarli di averli tratti in trappola.
Purtroppo, i topolini reagirono a quell’inganno che era stato ordito per custodirli per sempre sotto terra: le sorti si rivelarono a loro favore ed essi non restituirono il favore che era stato prestabilito per loro. Macellarono i corpi, si portarono via le teste e lasciarono il resto all’aria.
Pandarus cadde prematuramente dal cavallo imbizzarrito e venne colpito da una freccia infuocata. Il fuoco ferì il suo volto e il suo collo: il dolore lo accecava. Il comandante era caduto accanto a lui: Pandarus lo raccolse e si mise a correre. Nella baraonda che ne era esplosa, nessuno fece caso a loro.
Depose il comandante morente ai piedi di una collina. Lavò la sua fronte con una pezza imbevuta di acqua fangosa, presa da una pozzanghera. Si guardò riflesso, per un attimo: la freccia aveva scalfito la guancia e un taglio univa l’angolo della bocca all’attaccatura dell’orecchio. Il capelli si erano staccati dallo scalpo raggrinzito e ricadendo erano rimasti appiccicati alla ferita. Dall’occhio chiuso eruttava un siero denso e trasparente.
“Così brutto, eppure mia madre mi avrebbe scopato.” Si disse, caparbiamente consolando quel po’ di amor proprio che gli era rimasto.
Pandarus dormì presso il comandante mentre moriva e rimase al suo fianco una notte e una mattina. La sua faccia doleva ed egli invidiava quel gran capo per essersi tolto di mezzo con tutti i fastidi della loro professione.
Il sole di mezzogiorno del giorno dopo e un rumore di zoccoli di antilopi furono i messaggeri della sua più grande idea.
Soltanto io, si disse, conosco la sorte del generale. I barbari non ne hanno ritrovato il corpo ed egli risulta disperso. Lui e… Pandarus il greco, sulla cui fine di certo nessuno si interrogherà.
Scrutò attentamente il volto dell’uomo: non aveva pelle scura né bei lineamenti. Pochi capelli sormontavano una testa lucida e tonda. Occhi piccoli, bocca piccola, un naso tirato dalla vecchiaia. Pandarus gli assomigliava: aveva occhi e bocca di sua madre, minuscoli, e un naso tirato dagli stenti e dalla magrezza. In quanto ai capelli, quelli non erano più. La ferita, inoltre, rendeva l’esame del suo volto ancora più difficoltoso. Misurò il comandante con le mani: un poco più basso di lui, tuttavia avrebbe potuto mostrarsi ingobbito, viste le gravi ferite patite. L’uomo era vestito di tutto punto: armatura, scudo, vessillo, stemma. Soltanto l’elmo e la spada erano rimasti sul campo.
Che potesse lui, Pandarus, figlio di un abituale cliente di prostitute, due volte soldato e una volta schiavo, reclamare quelle insegne come sue?
A che pro concederle alla morte, perché si beffasse di un comandante che non la aveva mai temuta? Avrebbe potuto proseguire al suo posto e fare come lui e meglio di lui, ne era certo: conosceva la disperazione e mentiva per difendere la propria incolumità.
Pandarus parlò a voce alta come il comandante e il risultato gli sembrò compatibile con una truffa. Inoltre, l’uomo era sempre stato di poche parole e l’accaduto sarebbe stato un ulteriore motivo per parlar poco.
Pandarus aveva già deciso ma si aggirava sulla collina in preda ai rimorsi: già da tempo sapeva che non avrebbe messo al mondo figli per continuare una stirpe che di fortune ne aveva conosciute poche.
Ora, lo stava letteralmente gettando la vento, il suo nome, per diventare un altro: vestire i sui vestiti, abitare la sua casa, la sua tenda.
Avrebbe dovuto cambiare tutti i servitori, oh sì. Non avrebbe potuto rischiare che qualcuno di loro riconoscesse lo scambio.
Pandarus, alto, nervoso, pelato e ferito si preparava a vestire i panni del comandante e tornare a piedi a Costantinopoli.
Tuttavia, un evento inconsueto lo fermò: infine non si trattò né dell’attaccamento alla famiglia o al nome.
Pandarus incontrò un uomo.
O meglio, l’uomo venne verso di lui, mentre l’altro si contorceva nei pensieri sulla cima della collinetta.
Come aveva potuto fidarsi, di sé stesso, del tempo e di quella landa da rimanere tanto in vista in pieno sole? Che Dio gliela mandasse buona, visto che era stato tanto benevolo da mandargli compagnia.
Pandarus stentava a distinguerlo, tanto quello era pallido e biondo: si confondeva con i colori delle erbe secche e della polvere. Conservava un pugnale attaccato alla cintura: portò la mano all’impugnatura.
Lo sconosciuto si diresse ai piedi della collinetta, guardandolo fisso. Il greco si accorse che trasportava qualcosa: un corpo minuto, coperto di stracci, dai lunghi capelli biondi.
L’uomo biondo si inginocchiò a terra, sbarrando gli occhi e allungando le labbra, gettandogli una silenziosa preghiera. Scoprì il volto della bambina dagli stracci e sollevandola gliela mostrò. La piccola dormiva di un sonno innaturale: le palpebre pesanti e la bocca ricadevano verso il basso, come le braccia e le gambe. Il suo corpo era vuoto di acqua e cibo e pesava come piombo.
Lo straniero domandava pietà e aiuto allo straniero.
Il greco sospirò, alzò gli occhi al cielo, ma poi indicò all’altro il retro della collina, dove si trovava la pozzanghera.
“Attento, c’è un cadavere là dietro.”
Gli disse, ma da come lo sconosciuto si precipitò dall’altra parte intuì che non doveva comprendere la lingua. Scese la collinetta ed osservò il giovane uomo che cercava di fare bere l’acqua alla bambina. Fece scivolare poche gocce nella sua bocca fino a che quella non le mosse, mostrando un chiaro segno di vitalità.
Lo sconosciuto sorrise e voltò il capo verso Pindarus, piegandolo più volte. Lo stava ringraziando.
“If I were you, I wouldn’t look at her with such a pity. She is so hungry that she could eat you alive.”
Pandarus non rispose: non era abituato ad essere ringraziato da uomini della sua età.
Si avvicinò all’uomo e lo apostrofò con una frase nella lingua dei barbari che avevano avuto la meglio nello scontro.
L’altro non reagì, tuttavia Pandarus non si lasciò incantare: lui stesso era un gran mentitore, ma poteva esistere uno più bravo di lui. Si sedette in alto, sulla collinetta, ed osservò lo sconosciuto.
Era molto alto, più alto di tutti i soldati che aveva conosciuto in quegli anni. Le spalle erano proporzionatamente larghe, per la sua altezza. Le grandi mani sembravano contenere la bambina. I capelli biondi erano lunghi e avvolti in un intrico all’altezza del collo.
“Chi sei?”
Forse per l’intonazione interrogativa della voce di Pandarus, l’uomo si voltò.
Il greco osservò i suoi occhi grigi, sfuggenti come nuvole trasparenti.
“The first questioni is always identification. Well, brother, I cannot tell you who I am. Anyway, I can try to tell you what I want.”
Pandarus ascoltò il lungo sproloquio senza capire una parola. Tuttavia, non mosse un muscolo e proferì nuovamente, scandendo ogni parola.
“Chi-tu-essere-uomo-bianco?”
“I am looking for a relative. His father was a cousin of my father. His name is Johnsen, he lives in Costantinopoli.”
Disse. Indicò sé stesso e poi lontano.
“Me. Johnsen. Costantinopoli.”
Pandarus scosse la testa.
“Cosa vorrebbe dire? Chi sei? Da dove vieni?”
Lo sconosciuto scosse il capo a sua volta. Ripeté soltanto: Johnsen, Costantinopoli.
Pandarus si ricordò di una truppa di soldati scelti dai nomi strani e impronunciabili: pieni di consonanti.
Il loro alfabeto era incomprensibile e usavano scrivere brevi frasi su pietre, che Pandarus aveva visto infisse su una spiaggia, vicino alla città. Si spedivano i blocchi di pietra per miglia marine ed arrossivano quando ricevevano la commemorazione dedicata al cagnolino del proprio parente. Erano rossi, biondi, generalmente pallidi, avvinazzati, sempre accaldati, anche se dopo anni di permanenza come guardia dell’imperatore avevano finito per contaminarsi con i bizantini. Non conosceva il posto da dove provenivano, ma poteva rendersi conto facilmente che assomigliavano a quell’uomo e alla bambina che aveva di fronte.
“Vuoi andare a Costantinopoli? Lì ti aspettano i tuoi compari?”
L’altro ripeté nuovamente, Johnsen, Costantinopoli, Costantinopoli, Johnsen.
Pandarus pensò di nuovo al suo piano: doveva spogliare il comandante e seppellirlo. Il buon senso gli suggeriva di uccidere l’uomo. Tuttavia, non avrebbe potuto farlo mentre era sveglio, perché malgrado mostrasse segni di deperimento era più grosso di lui. E della bambina, che cosa ne avrebbe fatto?
No, li avrebbe portati con sé. Avrebbe seppellito il comandante durante la notte e l’altro non gli avrebbe chiesto niente, perché non ne era capace.

Mister Robert Smith, sedicente film-maker, chiuse il libro e sospirò. Aveva riletto il primo capitolo del bestseller senza alcuna speranza di rivalutarlo. Bussarono alla porta del suo ufficio ed egli si alzò ed andò ad aprire. Rimase impalato di fronte ai visitatori, sfoderando un professionale sorriso.
“Vi dà il benvenuto il miglior regista che questa merda poteva meritare.”

Sono pazzi questi barbari!

Sono pazzi questi barbari!

Licenza Creative Commons
Jogging con il vichingo, puntata 1 di Teresa Del Bianco è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at https://sulloscaffalesbagliato.wordpress.com/2014/11/27/jogging-con-il-vichingo-puntata-1-inedito/.