Libro Generazionale Cercasi

Forse perché disto un ‘-3′ dalla soglia dei trent’anni (o forse perchè da una vita mi guardo allo specchio con preoccupazione), ultimamente mi sono chiesta se esista un libro che rappresenti la generazione nata tra la metà degli anni ottanta ed i primi anni duemila.

Diciamocelo, è arduo rappresentarci tutti, visto che negli ultimi trent’anni il mondo – i mezzi di comunicazione, la geopolitica, la moda, la moneta, le relazioni – è andato incontro ad una metamorfosi che avremmo bisogno, forse, di riguardare in slow-motion.

La nostra vita quotidiana è piena zeppa di elementi ormai irrinunciabili o inevitabili (i social-network, gli acquisti online, i voli low-cost, le relazioni a distanza, i mobili di ikea) che tuttavia mancano ancora di una rappresentazione, almeno nella mia esperienza di lettrice. Ciò che costella la nostra vita non è ancora diventato un elemento narrativo, lasciandomi a volte la sensazione che questa letteratura scritta “dai padri e dalle madri” – sì, perché sappiamo bene che il mondo dell’editoria ha aderito al blocco delle assunzioni – viva questi elementi come innaturali ed un po’ vuoti.

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Visto che l’assenza del montalatte ikea Produkt potrebbe essere dovuta alla sua sostanziale irrilevanza, possiamo considerare anche i “grandi” eventi del nostro tempo: ho la sensazione che gli eventi che ancora ci emozionano, commuovono e fanno pensare risalgano ad un’epoca nella quale non eravamo nati o non possiamo ricordare. Quanti chili di carta si scrivono ancora sulla caduta del Muro di Berlino, e quante trame invece ritraggono l’11 settembre? O l’attentato alla metropolitana di Londra? O il maremoto in Indonesia?

Mi è stato suggerito di cercare in altre forme di racconto, “più inconsce”, che rivelano un tema più nascostamente, come i film o le serie tv (ed i video-game, aggiungerei). Credo in effetti che potremmo enumerare molti film o serie che ci rappresentano, indipendentemente dal loro successo. Ma in quanto a libri… è davvero possibile che ci sia questo vuoto?

Ho cominciato a porre la domanda ad amici e conoscenti ed eccoci qui: lo chiedo a chi legge. Qual è, secondo voi, giovani adulti tra i 18 ed i 30 anni, il libro che abbiamo letto più o meno tutti e che rappresenta qualcosa che ci accomuna e fa parte della nostra identità?

Ho incluso nel sondaggio alcuni titoli che mi sono stati suggeriti dagli amici. Ognuno ha proposto liberamente con il primo titolo che gli è capitato in mente. Se conoscete un libro che secondo voi è trasversale e anche molto letto, aggiungetelo alla lista e commentate!

Grazie e a presto 🙂

She

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“Con il cuore a Kobane” #recensione

“Con il cuore a Kobane” #recensione

Specifiche tecnicheinternazc

Titolo originale: “Con il cuore a Kobane”
Lingua originale: Italiano
Anno di pubblicazione: 2015
Editore italiano: inserto gratuitamente distribuito con la rivista “Internazionale”
Colori disponibili: bianchetto (parete invecchiata)
Connettività: ghenga-style
Dimensioni:
Pagine: 44
Peso: piuma
Spessore: fazzoletto tempo
Copertina: sblescia
Espansione memoria: in avanti
Formato ebook: non ancora
Funzioni avanzate: una voce fuori dal blog

Oggi è una giornata particolare e questa è una recensione particolare – molto personale.

Non si può negare l’universalità del contenuto, tuttavia la finestra temporale nella quale è stato letto me l’ha reso molto intimo, a scapito dell’obbiettività del commento, probabilmente.

La premessa è breve: per me il tempo è una mesata, neologismo derivato dall’unione della parola “mese” e “pesata”. Non distinguo le settimane tra loro, visto che i giorni che le compongono costituiscono la cosiddetta “routine”, e non mi affatico a tenere il conto fino a quando non arriva quel weekend in cui scendo a casa. Nei tre giorni che seguono, entro ed esco da una condizione delicata, nella quale le mie percezioni di ingigantiscono. Sto parlando del viaggio, in treno, quel lungo viaggio che mi porta dal nord al centro. Il treno per me è una sorta di bolla mistica, nel quale una ragazza con le scarpe di Calvin Klein pesta pesta la tracolla del mio zaino e attraverso la stazione di Bologna in formazione con sessanta pendolari che trascinano un trolley – il rumore è quello di un jet, ma il movimento è simile a quello di uno stormo di uccelli migratori.

Mi è successo questo, mentre attraversavo l’appennino su un regionale animata dal suono di risate dalla prosodia familiare (toscane e cinesi): la collina nera si è appiattita su un cielo blu cobalto e mi sono sentita infinitamente rapita e triste. Mi sono chiesta, spontaneamente, come faccio ad affrontare questo, io, che non ho nulla dietro? La bellezza, la tristezza, la partenza, il tempo che passa, la distanza, la necessità: la mia immagine riflessa nel finestrino mentre il paesaggio va e va. Una domanda simile me la aveva posta mio padre, uomo sinceramente credente ed impegnato – termine in disuso: come fa la vostra generazione a fare le cose? Come è possibile che abbiate un fine?

Lui si riferiva alle scelte della vita: il lavoro, l’amore, la famiglia e noccioline di cip e ciop. Non mi ha dato propriamente della “senza dio”, ma in pratica è quello che sono: una senza una fede ben riposta. Non sono vuota, in quanto ho buttato la lattina di birra e quindi non mi sento senza birra.

Ho continuato a chiedermelo, mentre attraversavo la stazione di Bologna – sì, immaginatemi come una fighissima Katniss Everdeen che corre verso la foresta, vi prego.

Come faccio, io che non ho nulla dietro?

Fattostà che avevo qualcosa dietro, nello zainetto, schiacciato tra il computer e due quaderni, il fumetto di Zerocalcare, “Con il cuore a Kobane”. E l’ho sentito proprio, come quando sento le cose quando viaggio in treno, come ho sentito l’odore dell’hamburger quando qualcuno l’ha tirato fuori nello scompartimento, come la sigla di Peter Pan proveniente dal tablet della bambina seduta a quattro sedili di distanza.

Il fumetto è un reportage del viaggio di Zerocalcare sul confine turco-siriano tra i combattenti Curdi che difendono la città di Kobane dal gruppo Stato islamico (ho copiato il sottotitolo, ho giusto aggiunto “di Kobane”). Quando ho sentito della sua uscita, morivo dalla voglia di comprarlo e la mia tirchiaggine ha fatto maturare la voglia fino alla settimana successiva, quando è stata distribuita una provvidenziale ristampa. L’ho letto e ho riso all’andata. Mi sono portata dietro il pensiero al ritorno, quando ho percepito il vuoto alle mie spalle, “con quel terrore da ubriaco” a cui diamo il nome a memoria.

Quello che Zerocalcare disegna-racconta è l’incontro tra due realtà che si tengono un po’ a distanza, non si piacciono, un po’ per dispetto e un po’ per noia: la mia generazione e la realtà, il presente.

Non fanno altro che parlare degli ostacoli che si frappongono tra noi e il futuro, tra noi e quello che succede là fuori, al di là della porta della nostra cameretta.

Il monitor sopra alla mia testa, mostra una foto del Ponte Vecchio a Firenze e due belle ragazze, in posa, sorridenti: mi ricordano Greta e Vanessa ritratte a quella manifestazione, quando il loro “avere qualcosa dietro” è stato denigrato e superficializzato. Piuttosto beffardo, il trattamento che ci riservano: ci prendono in giro, Michele Serra scrive un libro su di noi e Baricco apre una scuola a pagamento per accendere la miccia di una creatività buona, forse, per partecipare a un reality o comparire in un programma su laeffe. E intanto, scrivono che neppure in Inghilterra ci vogliono più, che di commessi sorridenti che ti servono la hola hola hon la hannuccia horta horta ne hanno abbastanza.

E Kobane?

Io credo a quello che Zerocalcare ha scritto: che quei Curdi hanno parlato con lui, che si sono scambiati saluti e tè, che alla fine qualcuno ha detto grazie. Questa è roba più vera di tutta quella merda che ci disegnano addosso, a noi piccoli di periferia – periferia europea, italiana, cittadina. Questo filo invisibile che c’è è bello, perché fa sorridere ed avvicina. Non mi sento più la caricatura di me stessa, una puffetta cattiva appena fuggita dal castello di Gargamella.

Non andrò a Kobane e continuerò a fare la trottola per fare questo mio strano, ingiustificabile lavoro (la ricercatrice) e tante tante altre volte dovrò sforzarmi di mettere a fuoco “cosa ho dietro”, perché cazzo me ne sto qua e me ne vado di qua e di là.

E la risposta è proprio quella suggerita da Zerocalcare, quella che accomuna questi giovani così lontani che lottano con demoni dalla risposta pronta: è il cuore.

E’ l’unica giustificazione ragionevole per ogni viaggio, ogni contatto, visto che solo chi ha cuore è capace di compiere il bene con coraggio.

Buona domenica, e buon lunedì, di cuore (sperando che Nicholas Sparks non ci chieda il copyright).

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I miei coinquilini apprezzano le mie letture