“Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo” di R. Riordan pt.1 #recensione

“Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo” di R. Riordan pt.1 #recensione

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By Elen

Specifiche tecniche

Titolo della saga: Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo
Autore: Rick Riordan
Numero di Libri: 5

  • L’eroe perduto (The lost Hero)
  • Il figlio di Nettuno (The son of Neptune)
  • Il marchio di Atena (The Mark of Athena)
  • La casa di Ade (The Hause of Hades)
  • Il sangue dell’Olimpo. (The Blood of Olympus)

Lingua originale: inglese
Anni di pubblicazione inglese: 2010- 2015
Anni di pubblicazione italiana: 2012- 2015
Casa editrice italiana: Mondadori
Formato: ebook disponibile.



Eccoci qua! Mi scuso per l’attesa ma si dà il caso che Il sangue dell’Olimpo sia uscito in contemporanea o quasi alla saga sui vampiri che ho già recensito e poi sono stata rapita dal mondo di Dita di Polvere, quindi i nostri amati semidei sono momentaneamente sfuggiti dalla mia mente… ma, come si fa a resistergli? Quindi, pronta per un’altra saga che attende sul mio ebook reader, cominciamo invece a parlare del nostro Percy e dei suoi amici.

 “Sette mezzosangue alla chiamata risponderanno.

Fuoco o tempesta il mondo cader faranno.

Con l’ultimo fiato un giuramento si dovrà mantenere,

e alle Porte della Morte, i nemici armati si dovran temere.”

Questa la profezia con la quale Riordan ci ha lasciati alla fine degli Eroi dell’Olimpo, questa la profezia dalla quale riprendiamo, seppure alla lontana. Ma andiamo con ordine, dal momento che, in questa saga, le profezie di sprecano, così come pure i protagonisti.

Come ovviamente è prevedibile dalla profezia stessa, i personaggi passano da 3 (Percy, Annabeth, Grover) a 7, nuovi ragazzi e ragazze che entrano a far parte del mondo mezzosangue poco alla volta. Dal momento che la situazione è decisamente più intricata di quella della saga precedente, dovrò procedere andando libro per libro. A seguire, la recensione dei primi 3 volumi.


L’eroe perduto.3Dnn+9_2C_gra_9788804627715-eroi-dell-olimpo-l-eroe-perduto_original

 “Attento alla terra, figlio della saetta.

I sette verranno alla luce con i giganti e la loro vendetta.

Fucina e colomba la gabbia spezzeranno,

e con la furia di Era la morte scateneranno.”

Jason si sveglia su un autobus della scuola non ricordando nulla del suo passato, nemmeno chi è. Si ritrova seduto accanto a Piper McLean, che dice di essere la sua ragazza, e a Leo Valdez, che dice di essere il suo miglior amico. I tre stanno facendo una gita al Grand Canyon con la loro scuola, ma mentre sono lì, degli spiriti della tempesta li attacano. Inteviene un insegnante supervisore, Gleeson Hedge, che si rivela essere un satiro e li aiuta a combattere: Jason sorprende tutti, incluso sé stesso, utilizzando una moneta che si trasforma in spada d’oro che usa per combattere gli spiriti. Inoltre, per salvare Piper che stava cadendo giù dal Grand Canyon, scopre di poter volare. Alla fine della battaglia arriva un carro volante trainato da due pegasi con a bordo Annabeth e un ragazzo di nome Butch, figlio di Iride. Annabeth è venuta al Canyon a causa di una visione in cui le si indicava di cercare un “ragazzo con una scarpa sola” (Jason nei fatti) ma la ragazza è arrabbiata con lui dal momento che credeva che fosse Percy, scomparso da tre giorni.

Jason, Piper e Leo scoprono di essere semidei e vengono accolti al Campo Mezzosangue. Lì Efesto riconosce Leo, si scopre che Piper è una figlia di Afrodite e Jason un figlio di Giove. Jason capisce inoltre di essere il fratello di Talia Grace, che però è figlia di Zeus, la versione greca del re degli dei, ma hanno la stessa madre mortale.

Jason riceve una missione per salvare Era, che è stata catturata, e decide che Piper lo accompagnerà, però i due hanno bisogno anche di un mezzo di trasporto. Allora Leo si mette a cercare il drago di bronzo perso dalla casa di Efesto e lo incontra nel bosco. Dopo averlo aggiustato e chiamato Festus, i tre partono.

Scoprono che il padre di Piper è stato catturato da Encelado, un gigante al servizio di Gea, la dea della terra. I loro nemici intendono risvegliare la Madre Terra e rovesciare gli dei dell’Olimpo. Sul loro cammino, Jason, Piper e Leo incontrano molti nemici che riescono a battere, scoprendo che però i mostri per una qualche motivazione non restano nel Tartaro che per poco tempo. Mentre vanno da Eolo per chiedere consiglio, si imbattono nelle Cacciatrici di Artemide, guidate da Talia, che incontra per la prima volta dopo anni suo fratello Jason. La giovane racconta al fratello quanto accadde il giorno che la madre decise di lasciarlo alla Casa del Lupo poiché, per placare l’ira di Giunone, il bambino era stato consacrato alla dea. Spiega inoltre al fratello cosa accadde alla madre. Giunti al castello di Eolo, Jason, Leo e Piper si separano da Talia, la quale promette di reincontrarli alla Casa del Lupo.

Dopo i colloqui con Afrodite nei sogni di Piper, il trio e Hedge si muovono verso il Monte Diablo per combattere il gigante Encelado e salvare il padre di Piper. Durante la lotta riescono a liberare il prigioniero e uccidere il gigante. Piper dà a suo padre una pozione che cancella tutti i ricordi e, dopo essersi assicurati che sia al sicuro, il trio raggiunge la Casa del Lupo per liberare Era la cui forza vitale era stata sfruttata per sollevare il re dei Giganti, Porfirio. In questo modo riescono a bloccare momentaneamente i piani della dea della terra.

Jason recupera un po’ di memoria e capisce di essere un eroe della controparte romana del Campo Mezzosangue, il Campo Giove, che si trova vicino a San Francisco; Giunone lo ha scambiato con Percy , che ora si trova al Campo Giove senza più alcuna memoria della sua vita al Campo Mezzosangue, poichè i due campi hanno sempre avuto una rivalità spietata ed ogni volta che si sono incontrati, hanno finito per combattere. Era vuole che greci e romani si alleino per fermare i piani di Gea e si risolva una volta per tutte la spaccatura che divide le personalità degli dei e che li sta facendo impazzire.


 Il Figlio di Nettuno.3Dnn+9_2C_med_9788804633693-gli-eroi-dell-olimpo-2.-il-figlio-di-nettuno_original

 “Andate in Alaska.

Trovate Thanatos e liberatelo.

Tornate entro il tramonto del 24 Giugno o morirete.”

“Al di là degli dei, a settentrione, sta la corona della legione.

Cadendo dal ghiaccio, il figlio di Nettuno affogherà…”

Percy è inseguito da due mostri, ma il ragazzo non ricorda niente, eccetto il suo nome, il fatto di essere figlio del dio del mare e il nome della sua ragazza: Annabeth.I mostri hanno intenzione di ucciderlo per vendicare la morte della loro sorella Medusa. Percy riesce a fuggire e si imbatte in Giunone, travestita da vecchia hippie, che gli dà due opzioni: la prima è portarla al tunnel Caldecott attraverso il piccolo Tevere che può portargli dolore, la seconda di ritirarsi per la sicurezza del mare e vivere una vita lunga e felice ma lasciando la vecchia in balia delle Gorgoni. Percy ovviamente la porta e quando arriva a Caldecott Tunnel incontra altri due semidei: Hazel Levesque e Frank Zhang. La vecchia avvisa Percy che il piccolo Tevere cancellerà il Marchio di Achille poiché è un potere greco e non è ammissibile in territorio romano.

Mentre attraversano il fiume, Percy vede le Gorgoni catturare Frank e controlla l’acqua per uccidere i mostri. Viene poi accompagnato dal Pretore del Campo Romano, detto Campo Giove, una ragazza di nome Reyna, ed incontra per caso Nico Di Angelo, chiamato dai Romani “Ambasciatore di Plutone”, senza però riconoscerlo.

Percy viene assegnato alla Quinta Coorte, al più scrausa, e partecipa, come da tradizione romana, ai ludi di Guerra. (per intendersi è la controparte romana del ruba bandiera, con tanto di fortezza da assediare). Durante il gioco Frank, Percy, Hazel guidano la coorte nella prima vittoria da anni e impressionano tutti con le loro abilità. Alla fine del gioco appare Marte, protettore di Roma. Riconosce Frank e lo incarica di una missione: liberare Thanatos, il dio della morte, che è stato imprigionato in Alaska dal gigante Alcione. Il dio mette in chiaro che devono esserci tre eroi, di cui uno Percy e l’ultimo su decisione di Frank; il ragazzo sceglie Hazel.

Il giorno seguente viene indetta una riunione di emergenza al Senato durante la quale Percy chiede una barca per il trasporto e la missione viene approvata, i tre partiranno per liberare Thanatos e cercare il simbolo della legione, l’aquila, andata perduta proprio in Alaska negli anni ottanta.

Il trio giunge a Portland dove trovano il vecchio Finea, il cieco veggente, ritornato in vita con l’apertura delle Porte della Morte. Finea promette che rivelerà la posizione di Thanatos in cambio della cattura di un’arpia di nome Ella. Prima di catturala però, i semedei si rendono conto che Ella è in grado di memorizzare tutto ciò che legge, e decidono di giocare con Finea poiché il veggente è interessato solo a sfruttare l’arpia per la sua enorme conoscenza delle profezie (ha memorizzato il libro sibillino, andato perduti secoli orsono). Finea e Percy dovranno bere una fiala di sangue di Gorgone di cui una uccide e l’altra guarisce. Il veggente finisce per morire e il trio scopre la posizione di Thanatos: il ghiacciaio di Hubbard.

Durante il viaggio che li porta in Alaska, incontrano le Amazzoni, che si trovano ad affrontare un problema interno al gruppo: Otrera, la fondatrice delle Amazzoni sfida Hylla, sorella di Reyna e attuale capo del gruppo, a un duello che deciderà chi sarà la regina. Hylla si mette subito dalla parte di Percy, Hazel e Frank mentre Otrera vorrebbe ostacolarli. Con uno stratagemma i tre riescono a fuggire e portano con loro Arion, il cavallo più veloce del mondo degli dei, che si affeziona subito a Hazel, ricambiato dalla semidea romana che ha sempre desiderato un cavallo.

Il viaggio prosegue e Frank rivela che la sua vita dipende dal pezzo di legno che si porta sempre dietro: una volta bruciato del tutto egli morirà. Hazel racconta della sua vita passata, ella è figlia di Plutone (in quanto tale è sorellastra di Nico) ed è morta decenni orsono. Il padre la ha riportata in vita con uno scopo preciso, quello di sconfiggere il gigante Alcione che, nella sua vita precedente, Hazel stessa, costretta dalla madre impazzita e controllata da Gea, aveva aiutato a ridestare.

Quando finalmente raggiungono il ghiacciaio trovano Thanatos (il sexy dio della morte, mi chiedo il perchè la morte in versione maschile sia sempre sexy) in catene. Queste non possono essere rotte se non fuse dal “fuoco della vita”, ovvero quello che brucia sul pezzo di legno di Frank. Il ragazzo comincia a sciogliere le catene mentre Hazel attacca Alcione, che a sua volta evoca una legione fantasma che viene sconfitta da Percy entrato in possesso dell’aquila dorata della legione. Frank libera Thanatos bruciando gran parte del suo bastone, poi va ad aiutare Hazel e impara ad usare il suo potere di parte materna: può trasformarsi in qualunque animale desideri. Riesce a stordire il gigante e lo trascinano al di là del confine, in Canada, dove Hazel può ucciderlo (Alcione è l’unico gigante che può essere ucciso dai semidei senza l’intervento divino, poiché strettamente legato a un luogo, l’Alaska).

Il trio si affretta a tornare al Campo Giove grazie ad Arion. I ricordi di Percy sono ormai quasi tutti tornati al loro posto e giunto al Campo romano, con l’aiuto di Tyson e della signora O’Leary (mandati lì da Jason), della legione romana e delle Amazzoni, respingono l’esercito del gigante Polibote. Percy affronta il capo dell’esercito nemico a duello, mentre il resto del Campo combatte i mostri, e lo sconfigge. Alla fine della battaglia al Campo arriva una nave volante con quattro semidei e il coach Hedge. Mentre Percy prega che ci sia Annabeth, i romani si preparano a qualunque evenienza. Scendono Piper, Jason, Leo e Annabeth che propongono un’alleanza: Campo Mezzosangue e Campo Giove per concludere la Seconda Grande Profezia e combattere contro Gea.


Il Marchio di Atena.3Dnn+9_2B_gra_9788804647539-eroi-dell-olimpo-3-il-marchio-di-atena_original

 “La figlia della Saggezza da sola camminerà.

Il marchio di Atena su Roma brucerà.

Il respiro dell’angelo che ha la chiave dell’eterna morte,

i gemelli soffocheranno, se lo vorrà la sorte.

La rovina dei giganti si erge pallida e dorata,

e sarà vinta col dolore in una prigione intricata.”

Annabeth, Jason, Leo, Piper e il coach Hedge, a bordo della “Argo II”, raggiungono il Campo Romano. Dopo aver superato Terminus, il dio dei confini, sbarcano al campo, dove la figlia di Atena atterra Percy indecisa se ucciderlo o baciarlo. Reyna, convinta dai ragazzi (sopratutto da Jason che è a sua volta Pretore) accetta la missione e decide di mandare Percy, Hazel e Frank con gli altri quattro semidei.

Sono ancora a terra che però iniziano i problemi: Leo, rimasto sulla nave, fa fuoco su Campo Giove con le baliste. I sei semidei a terra si affrettano a salire sulla nave e scappano, inseguiti dai Romani, mentre cercano di capire perchè Leo abbia fatto fuoco.Scoprono infatti durante il viaggio, con l’aiuto di Hazel che riesce a vederli e con quello di Pipier che, grazie al dono della madre (la lingua ammaliatrice) riesce a obbligare a rispondergli, che Leo (e in seguito Percy e Jason che arrivano persino a scontrarsi fra loro) sono stati possseduti da alcuni spiriti, i cosiddetti “eidolon”, mandati da Gea con lo scopo preciso di instigare una guerra fra i due campi. Scopo che è stato raggiunto perfettamente dal momento che non solo ci si mettono mostri dei più disperati, ma persino i romani con le loro aquile a cercare di fermare il viaggio dei sette semidei.

Dopo varie difficoltà (fra cui un incontro con il grande Ecole) riescono a raggiungere Roma, consapevoli che la profezia che si trovano ad affrontare obbligherà Annabeth a separarsi dal gruppo per ordine della madre, che le ha affidato il compito di seguire il suo marchio, cosa che a Percy non va per niente a genio. Nel frattempo Leo, Hazel e Frank vanno alla ricerca di Nico, catturato da due giganti Efialte e Oto, e a cui resta poco da vivere dal momento che i due giganti gemelli lo hanno rinchiuso in na specie di botte e il figlio di Ade, per sopravvivere, sta andando avanti mangiando dei semi magici che, però, sono quasi finiti. Finiscono però nell’antico covo di Archimede e cadono in una trappola di Gea da cui riescono a liberarsi solo grazie a Leo e alla sua abilità. Il ragazzo riesce infatti a rimettere in sesto e ad usare le macchine del grande inventore.

Percy, Piper e Jason raggiungono Nico, dopo essere quasi annegati in un ninfeo, e si ritrovano ad affrontare i giganti fissati con lo spettacolo. Con un ottimo lavoro di squadra i tre ce la mettono tutta fino all’arrivo di Leo, Hazel e Frank e infine, grazie all’intervento di Dioniso, riescono a sconfiggere i due giganti e salvare Nico. Risalgono poi a bordo dell’Argo II, per andare a cercare Annabeth.

La figlia di Atena ha seguito la sua strada, percorrendo la strada degli eroi che prima di lei sono rimasti uccisi nel tentare l’impresa, ella riesce grazie alle sue abilità a superare le prove che le si parano davanti e raggiunge il luogo dove si trova la statua della Athena Parthenos. Si tratta della famosa statua di 12 metri, rubata dai romani dopo la sconfitta di Atene. Atena ed Era pensano che la statua sia il solo modo per far riappacificare i greci e romani. Questi ultimi infatti, dopo l’assalto al campo, hanno deciso di muovere guerra al campo Mezzosangue. Al comando adesso è Ottaviano, figlio di Apollo che, approfittando della situazione, vuole diventare imperatore e distruggere i greci che considera da sempre nemici giurati dei romani.

Annabeth si trova però a dover fronteggiare il nemico giurato della madre, la sua più grande paura, la guardiana della statua: Aracne. Ella ha giurato che avrebbe ucciso ogni figlio di Atena che avesse anche solo provato ad iniziare la ricerca della statua, come vendetta verso Atena che la trasformò in ragno. Annabeth, nonostante la fobia e il terrore che la attanaglia, si rende presto conto che Aracne è piena di sé e orgogliosa delle sue splendide tessiture. La ragazza gioca così d’astuzia e sfruttando il desiderio di gloria di Aracne, la convince a tessere una enorme trappola cinese per le dita. Aracne, pregustando già di vedere la sua enorme scultura sull’olimpo e ignara della trappola, non se lo fa ripetere due volte, consapevole che in ogni caso la figlia di Atena non avrà scampo. Termina in poco tempo ed Annabeth, figendo un difetto nella tessitura, la porta ad entrare nella trappola che blocca l’enorme ragno al suo interno. Vani i tentativi di questa di liberarsi dal momento che, più uno si agita per cercare di sbrogliarsi, più uno resta impigliato.

Raggiunta dagli altri semidei, i ragazzi si preparano a trasportare la statua ma il peso di questa e la lotta con Aracne sfonda il pavimento ed apre un baratro nel vuoto che conduce dritto al Tartaro. I sette semidei e Nico cercano di recuperare la statua ma Aracne lancia una ragnatela e blocca Annabeth cominciando a trascinarla con sé nella caduta. Percy riesce ad afferrarla ma non ha modo di salvarla e quindi decide di lasciarsi cadere insieme a lei nel Tartaro, non prima di far promettere a Nico di condurre gli altri semidei alle Porte della Morte, in Grecia, mentre loro due avrebbero attraversato il Tartaro e raggiunto l’altro lato delle Porte che si trova lì poichè per chiuderle ed impedire ai mostri di tornare in vita di continuo, l’unico modo è farlo da entrambi i lati contemporaneamente.

TO BE CONTINUED…

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“Inkheart” – “Cuore d’inchiostro” #recensione

“Inkheart” – “Cuore d’inchiostro” #recensione

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By Elen

Specifiche tecniche

Titolo della saga: Cuore d’Inchiostro

Autore: Cornelia Funke

Numero di Libri: 3

  • Cuore d’Inchiostro (Tintenherz)
  • Velendo d’inchiostro (Tintenblut)
  • Alba d’inchiostro (Tintentod)

Lingua originale: tedesco

Anni di pubblicazione tedeschi: 2003- 2007

Anni di pubblicazione italiana:2005- 2008

Casa editrice italiana: Mondadori

Formato: ebook disponibile; singoli disponibili; malloppone economico disponibile

Colori delle copertine: malloppone ocra sfumato con nero e grigio

Copertina: Inerente alla storia e con colori giusti a descriverla.

Sono presenti illustrazioni dell’autrice.

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Mi sono accostata alla saga dopo aver visto il film, mi era piaciuto, l’autrice ha fatto esattamente quello che ogni lettore sogna fin dalla prima volta che si innamora di un personaggio: gli ha dato vita… e che vita! E quando trovi il malloppone in sconto beh… come si fa a non comprarlo? Ma andiamo con ordine.newproject

Cuore d’Inchiostro.

È notte fonda e piove a dirotto quando all’improvviso davanti alla porta di Meggie e di suo padre Mortimer si presenta uno sconosciuto. Meggie, appassionata di libri e appena dodicenne, viene subito spedita nella sua camera mentre il padre parla con il nuovo arrivato: Dita di polvere.

La ragazzina, che è anche una delle protagoniste della saga, non ne vuole sapere di seguire i dettami paterni e si mette ad origliare. Capta poche parole e molto enigmatiche e il padre, quando il visitatore se ne va, la riaccompagna a dormire. La desta però all’alba, chiedendole di fare le valigie per accompagnarlo in uno dei suoi viaggi: Mortimer, Mo come lo chiama sua figlia, è un rilegatore e ha deciso di andare in Italia a sistemare i libri della zia della madre di Meggie, scomparsa circa nove anni prima e di cui la ragazzina non sa che quelle cose che le racconta il padre.

Con i due parte anche Dita di Polvere, il quale comincia ad accennare a Meggie qualche segreto del padre: c’è un certo Capricorno che, insieme alla sua banda di sgherri incendiari, vuole catturare Mo. Il loro quartier generale sembra essere momentaneamente in nord Europa, motivo per cui loro stanno viaggiando verso sud.

Il viaggio si rileva tranquillo un po’ meno lo è l’arrivo nella tenuta della zia Elinor, una donna scontrosa che per tutta la vita ha avuto un solo ed unico amore: i libri rari. Ne colleziona a migliaia e ne ha la casa piena, ma non permette a nessuno di toccarli e impone rigidissime regole alla nipote, a cui si accosta come se fosse una marmocchia pronta a strappare tutte le pagine dei sui tesori. Non potrebbe sbagliarsi di più: Meggie ama i libri, sono per lei una via di fuga, il suo modo per conoscere il mondo, è stato suo padre a insegnarle a leggere ma mai in dodici anni ha letto qualcosa a voce alta. Il motivo tormenta la ragazzina.

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Dita di polvere si rivela essere un Mangiafuoco e allestisce uno spettacolo per Meggie ed Elinor, che rimangono incantate dalla maestria con la quale danza con le fiamme, tuttavia durante lo spettacolo si scatena in casa una gran confusione. Gli sgherri di Capricorno, fra cui spicca Basta, sono venuti a prendere Mo e il libro che egli custodisce gelosamente e che ha portato apposta a casa di Elinor poiché la dimora è dotata di sofisticati antifurto (tanto è il terrore che prova la donna verso chiunque si avvicini ai suoi inestimabili tesori). Riescono a rapire il rilegatore che loro chiamano Lingua di Fata, e con lui ottengono il libro “Cuore d’inchiostro”.

Meggie è distrutta dalla scomparsa del padre a cui segue quella di Dita di Polvere. Con la zia chiamano la polizia ma non sanno cosa altro fare fino a che la ragazzina non scopre che la zia ha sostituito il libro con un altro. Non appena torna Dita di Polvere la decisione è presa: andranno da Capricorno a consegnare il vero “Cuore d’Inchiostro”, e liberare in questo modo Mortimer.

Non sanno tuttavia che a Capricorno non interessa solo il libro, ma anche il rilegatore! E per ottenere tutti i suoi scopi, promette a Dita di Polvere la sola cosa con cui avrebbe mai potuto far leva sui suoi sentimenti: riportarlo a casa.

Mo’ non accenna a voler leggere una singola parola delle pagine ma quando Capricorno rapisce la figlia ed Elinor la musica cambia. Mo’ è costretto a raccontare alle due la verità: fin da piccolo ha avuto la capacità di far uscire dai libri personaggi, oggetti e animali. Ma il prezzo da pagare per l’apparizione di qualcuno è la scomparsa di qualcosa a lui vicino. Nove anni fa, mentre leggeva con la moglie e la figlia piccola “Cuore d’Inchiostro”, sono comparsi Capricorno, Basta e Dita di Polvere, ma è scomparsa Resa, sua moglie, insieme ai due loro gatti. Da allora egli ha provato a riportarle indietro a ogni costo senza mai riuscire e ha giurato a se stesso che mai più avrebbe letto qualcosa a voce alta.

Meggie è scioccata dalla verità, ma ama il padre alla follia (e scopriremo presto che, a mio parere, soffre di un non proprio celato complesso di Edipo, tanto è la gelosia che prova verso il padre). Quando per la prima volta egli legge ad alta voce per accontentare Capricorno, nella speranza che li lasci andare, egli fa apparire una enorme quantità di denaro dalle “Mille e una notte” e un ragazzo, Farid. Meggie si innamora perdutamente della capacità del padre di far prendere vita alle parole. Quando legge, la sua voce è come una melodia arcana e bellissima da cui non si riesce a staccarsi e così, come tutte le ragazzine della sua età, vorrebbe essere in grado di fare altrettanto, e chi, dico io, non vorrebbe con la sua voce poter far apparire i personaggi che tanto ama?

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Mo’ non è però la sola Lingua di Fata, Capricorno ne ha un’altra, un uomo di nome Dario che tuttavia quando fa comparire le persone, essendo terribilmente spaventato da Capricorno, finisce con il mutilarle in qualche maniera: uno sgherro zoppica, a uno manca il naso, una delle serve ha perso la voce etc. Quindi Capricorno non vuole mollare la presa su Mo’ e soprattutto, poiché si trova troppo bene nel mondo moderno, decide di bruciare ogni copia esistente del libro, con grande orrore di Dita di Polvere che vede bruciare letteralmente ogni possibilità di tornare a casa.

Questo è l’inzio delle avventure di Meggie, Mo’, Dita di Polvere, Elinor, Dario, Farid, Resa e Fenoglio (l’autore di “Cuore d’Inchiostro”), coprotagonisti in un romanzo che si svolge dapprima in un paesino sperduto della Liguria e che vede come antagonista il terribile e senza cuore Capricorno, il suo braccio destro Basta, e la madre di Capricorno la Gazza.

Non posso certo raccontarvi tutto, altrimenti sarei giustamente accusata di spoiler, ma il primo libro della saga si conclude lasciando aperte troppe domande e il secondo e il terzo volume hanno il compito di risolvere tutta la confusione lasciata.

Veleno d’inchiostro.

“Arriva un momento in cui un personaggio dice o fa qualcosa a cui tu non avevi pensato. In quell’istante prende vita e non resta altro che lasciargli fare” Graham Greene.

Non c’è citazione migliore per esemplificare quello che uno scrittore sa fin dalla prima volta che le sue dita cominciano a scorrere su un foglio bianco: un personaggio farà e dirà sempre quello che vuole e per quanto lui abbia deciso che la storia debba avere un certo ritmo, debba seguire certi binari, ci sarà sempre qualcuno che manderà all’aria i suoi piani.

Questo è quello che si trovano ad affrontare nel secondo e nel terzo capitolo della saga i nostri protagonisti. Dita di Polvere ha scovato un altro lettore, un certo Orfeo, che gli ha promesso di portarlo nel suo mondo, cosa che egli effettivamente fa ma non rispettando i termini dell’accordo del mangiafuoco: lascia indietro Farid e la martora Gwin. Tuttavia gli spedisce dietro Basta, scampato alla fine di Capricorno, il cui solo obiettivo è vendicarsi di Colui che danza con il fuoco.

Farid fa l’unica cosa logica: va da Meggie e da suo padre nella speranza che leggendo le parole che hanno fatto sparire il Mangiafuoco, possano mandare anche lui nel mondo di Cuore d’Inchiostro per stare con il maestro e avvertirlo del pericolo.

L’apprendista si rivolge alla bella Meggie, di cui è da sempre innamorato e la ragazza, innamorata del mondo creato da Fenoglio e desiderosa di vederlo con i suoi occhi, si appresta ad aiutare Farid e, con un breve biglietto di spiegazioni lasciato ai genitori e alla prozia, legge le parole di Orfeo che la catapultano nel mondo di Cuore d’Inchiostro.

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Ed ecco che qui la storia si divide su due piani: Meggie e Farid e tutti i personaggi del libro da un lato e dell’altro Mo’, Resa, Elinor e Dario. Una separazione che dura ben poco, dal momento che entrano in gioco Orfeo e la Gazza, la quale vuole vendetta per suo figlio ed è certa che, all’interno del romanzo, egli esista ancora.

Si fa riportare nel suo mondo insieme a Resa e Mo’ solo per scoprire che Capricorno è morto anche lì e che i giochi di potere sono cambiati in maniera notevole! La storia, rivela l’autore Fenoglio, ha preso una vita propria, ben diversa da quella che lui le aveva dato: ha creato personaggi e ne ha distrutti altri, riscrivendo completamente il finale. Fenoglio si trova a dover rimettere insieme i fili e cercare di non far collassare il tutto nel peggior happy ending che si sia mai visto.

A riprova di ciò, Mo’ viene quasi ucciso dalla Gazza e insieme a Resa viene salvata dal Popolo dei mille colori che scambia Mo’ per un noto brigante le cui ballate Fenoglio narra da quando è arrivato, ballate che hanno tratto ispirazione nella mente dello scrittore proprio dalla sua conoscenza nell’altro mondo con Mo’, d’altronde non c’è personaggio migliore di quello che ha, come base, qualcuno di vero e reale, sempre che questa persona non finisca dentro il libro stesso e rischi di rimetterci la pelle.

Meggie e Farid nel frattempo hanno raggiunto Dita di Polvere, che ha ritrovato più o meno la sua felicità domestica e Basta si è riunito alla Gazza e con lei ha cominciato a servire il nuovo cattivo della situazione: Testa di Serpente il quale, saputo della comparsa del suo odiato nemico Glandarius, il fuorilegge di cui scrive Fenoglio e che spesso è stato interpretato dagli uomini del popolo dei mille colori per cercare di migliorare lo stile di vita dei poveri (alla Robin Hood per intendersi) decide di catturarlo e ci riesce anche. Sarà Fenoglio, con le suppliche di Meggie, a scrivere le parole che la ragazza dovrà leggere e che sono destinate a salvare capra e cavoli, anche se, come sempre, avranno il loro contraccolpo da parte di una storia che ormai non vuole essere scritta ma ama scriversi da sola.

In tutto questo si inseriscono Elinor e Dario, rimasti nella villa della donna dove sono tenuti prigionieri da Orfeo che, geloso del potere di Meggie, che è stata in grado di trasportarsi dentro l’amato Cuore d’Inchiostro, le prova tutte per cercare di raggiungerli e nel frattempo tormenta Elinor e Dario. La donna invece si strugge di nostalgia e di preoccupazione per la nipotina e i suoi genitori: sono finiti i tempi in cui contavano solo i libri, adesso, per quanto piena di tesori, la casa sembra vuota e senza vita per Elinor che altro non sogna che raggiungere i suoi cari.

Alba d’Inchiostro.

In fin dei conti, è questo che si cerca in un libro: grandi sentimenti mai provati nella propria vita, dolore al quale, se diventa troppo straziante, si può porre fine semplicemente chiudendo un volume. Consunzione e morte avevano un sapore piacevolmente reale, se evocate con le giuste parole, e li si poteva centellinare a piacimento per poi relegarli fra le pagine, senza alcun pericolo.

 La situazione è degenerata così velocemente nel finale del secondo volume, da aver costretto Meggie, Farid e Fenoglio a una decisione quanto mai avventata: far arrivare Orfeo nella speranza che trovi le parole giuste per riportare in vita Colui che danza con il fuoco che si è sacrificato per Farid.

Il giovane apprendista, che ormai è bravo quanto il maestro, si tormenta all’idea di essere stato la causa della sua morte e Roxenne e Brianna non lo aiutano di certo. Entrambe lo accusano della morte di Dita di Polvere e il giovane si sottomette quindi ad Orfeo, promettendo di fargli da schiavo se lui riuscirà a riportare Dita di Polvere fra i vivi.

Nel frattempo Mo’, Resa e Meggie, in fuga da Testa di Serpente che ha cominciato a star male, dal momento che il libro rilegato da Mo’ ha cominciato a distruggersi, trovano rifugio in una casetta nel mezzo di una valle, circondati dal popolo dei mille colori all’ordine del Principe Nero e del suo formidabile Orso. Lingua di fata ha però cominciato a compiere seriamente le scorrerie che prima solo nelle ballate erano attribuite a Glandarius e poco a poco sta cominciando a diventare il brigante stesso, cosa che terrorizza Resa, preoccupata che il marito voglia restare per sempre in quel mondo e fare il brigante a vita, rischiando la pelle ogni giorno e che non possa veder crescere il figlio che porta in grembo.

La situazione politica del regno è disperata: con la morte di Cosimo e la nascita di un erede maschio, Testa di Serpente mette sul trono suo genero, prevaricando il diritto di sua figlia a regnare e portando Violante a decidere di fare un accordo con Glandarius stesso per sconfiggere il padre che tanto odia.

Orfeo nel frattempo crede di aver capito come liberare Dita di Polvere, è intenzionato a consegnare alla Morte Glandarius, che gli è sfuggito già una volta, in cambio del mangiafuoco. Lo scambio però non va come previsto e tutti pensano che sia Mo’ che Dita di Polvere siano morti e irraggiungibili. Il rilegatore però stringe un patto con la Morte: in cambio di testa di serpente che ha reso immortale e quindi intoccabile dall’eterno silenzio, lui e Colui che danza con il fuoco potranno tornare indietro, ma se non riuscirà nel suo intento, allora la Morte si riprenderà entrambi e anche Meggie.

Ovviamente Glandarius si mette subito all’opera per cercare di risolvere la situazione, ma Testa di Serpente fa rinchiudere tutti i bambini di ombra nel castello e, tramite suo genero e i suoi sgherri, fa sapere che se Glandarius non si consegnerà, i bambini moriranno. Mo’ si consegna e decide di accettare l’offerta di Violante per sconfiggere il di lei padre, in questo viene seguito come un ombra da Dita di Polvere mentre Orfeo si allea con la Gazza per cercare di uccidere Mo’ e vendicarsi di Dita di Polvere.

Riusciranno i nostri eroi a dare un lieto fine ad una storia che non solo si scrive da sola, ma che si scrive quasi sempre nel modo sbagliato?

“Cuore d’inchiostro” sembra essere un romanzo intenzionato a non far spazio alla luce, ogni volta che accade qualcosa di buono e che gli eroi sono, per così dire, sulla buona strada, ecco che qualcosa e spesso più di una cosa, sorge dal nulla per abbatterli e scoraggiarli. Lo scrittore stesso del romanzo, un personaggio vanaglorioso e pieno di sé, non sa più come trattare la sua storia e come sistemarla, insomma it’s a mess.

La scrittrice è riuscita a creare un mondo fosco, dove i cattivi sono in maggioranza e spesso meglio caratterizzati dei buoni. Sono loro a plasmare la storia e gli eroi non possono far altro che cercare di sistemarla. Un romanzo a tinte fosche dove la protagonista, che si suppone sia Meggie, è una ragazzina che sembra pensare solo a sé stessa e a suo padre più che “a ciò che è giusto”. I veri eroi del romanzo sono Mo e il Principe Nero, nonché Dita di Polvere sebbene anche quest’ultimo sia macchiato all’inizio dal tradimento.

Insomma un fantasy non così scontato come può apparire e che rivela quanto gli autori siano consapevoli del fatto che i loro personaggi facciano quello che vogliono e quando vogliono! Una saga da leggersi tutta d’un fiato, di quelle che ti sogni la notte quando vai a dormire e che lascia scritto col fuoco il suo nome nel cuore.

 

“Risvegli” di Oliver Sacks #recensione

Specifiche tecniche

Titolo originale: “Awakenings”
Lingua originale: Inglese
Anno di pubblicazione: 1973
Editore italiano: Adelphi
Colori disponibili: Verdolino, violetto
Connettività: Empatica
Dimensioni:
Pagine: 513 (comprese le note)
Peso: 458 g
Spessore:
Copertina: Flessibile
Espansione memoria: paradossale
Formato ebook: Disponibile
Funzioni avanzate: una strana finestra


 

risvegli

 “Ma nessuna scala, nessun regolo, nessuna misura può operare se non opera personalmente, in modo vivo. La postura, possiamo dire, è un riflesso della gravità e di altre forze fisiche e fisiologiche che agiscono su una persona; è la risultante e l’espressione di tali forze; ma è una rappresentazione ed espressione individuale, un’espressione attiva e assolutamente personale, e non puramente qualcosa di meccanico o matematico. Ogni postura, oltre a essere meccanica e razionale, è unica e personale: ogni postura è un “io”, non meno che un “esso”. Ogni postura, ogni azione, è soffusa di sentimento, di grazia (…) Ed è precisamente questo che manca nel parkinsonismo.”

La postura: la mia, la vostra, quella dei malati del morbo di Parkinson. Se esiste un “io”, perché dovrebbe risiedere in quell’effimero concetto di anima e non nel modo in cui teniamo la schiena?

Non dobbiamo questa intuizione a un guru della scienza della scoperta (si chiama così?) o da un maestro haiku in preda a scrittura compulsiva a paragrafi multipli. Si tratta di un medico, un neurologo americano, che alla fine degli anni sessanta ha somministrato il farmaco Levodopa, allora sperimentale, su pazienti affetti da parkinsonismo e ricoverati da decenni nel cronicario dove lavora. Questi pazienti sono i protagonisti del libro “Risvegli”; ad ognuno è dedicato un capitolo-biografia, nel quale il dott. Oliver Sacks racconta della loro nascita, dell’infanzia, della giovinezza e della malattia. Nell’introduzione, Sacks richiama la dimenticata epidemia di febbre encefalica degli inizi del 1900 che uccise milioni di persone e ne rese invalidi decine di migliaia (nel nostro mondo Occidentale, non in Africa o in India). Gli invalidi, “postencefalitici”, a distanza anche di anni dall’infezione, mostrarono sintomi psichiatrici o neurologici che si evolvettero inesorabilmente all’immobilità del morbo di Parkinson. Oggigiorno, conosciamo il Parkinson come la malattia neurodegenativa dell’anzianità, questa storia ci appare dunque un po’ strana e distante, soprattutto per essere il racconto di un medico, dei malati e un farmaco che dopo decenni li libera dai sintomi del Parkinson.

La rilevanza scientifica c’è, come anche c’è la poesia e l’introspezione. L’opera di Sacks non è un cocktail ma un equilibrato resoconto “fenomenologico”, che rappresenta la malattia come “esistenza”. Non ne siamo avvezzi e questa diventa materia da romanzo. Dopo duecento anni, la parola “romanzo” acquista di nuovo tinte fosche, da millantazione, se associato a un libro di medicina (perché proprio non parla d’altro). Se Oliver Sacks è un pazzo, lo è anche Aleksandr Lurija, storico neuropsicologo le cui scoperte sono studiate nelle facoltà di Medicina, Psicologia e Scienze. Sacks lo cita così:

“Una volta domandai a Lurija quale fosse per lui la cosa più interessante del mondo. Rispose: “Non posso esprimerla in una sola parola, devo usarne due. Dovrei parlare di “scienza romantica”. Fondare o rifondare una scienza romantica è stata la speranza di tutta la mia vita”.

Un punto di vista tanto eretico quanto interessante, sperimentato da grandi clinici… ed, in questo caso, diventato un bestseller.

 

A Jane Austen piacciono gli stronzi? #weirdliterature

«È cosa nota e universalmente riconosciuta che uno scapolo che tratti una fanciulla con sgarbo o indifferenza, debba essere segretamente, inevitabilmente innamorato della fanciulla stessa. E benché poco sia dato sapere delle vere inclinazioni e dei proponimenti di chi fin dall’inizio di una nuova conoscenza non dimostra alcun particolare interesse ad approfondirla ulteriormente, accade tuttavia che tale convinzione sia così saldamente radicata nelle menti delle giovani disprezzate da indurle a considerarlo una nuova conquista fin dalla prima scortesia o dal primo pretesto accampato per non rivederle.»

Jane Austen Silhouette

Lo dicono e lo ripetono ad nauseam, gli uomini come le rappresentanti del gentil sesso: alle donne piacciono gli stronzi. Riporto, a testimonianza, alcuni interventi postati dalle utenti di Yahoo Answers:

“L’uomo ******* conquista (al contrario di quello dolce) perché generalmente fa provare emozioni alle ragazze. Se ci aggiungiamo che i “dolci” mediamente sono meno belli, popolari e ricchi siamo a posto.”

“Forse perché specie per le ragazze molto giovani il bello impossibile è intrigante, e poi si crede che si riesce a cambiarlo (senso materno e di cura) e renderlo migliore.”

“Il ragazzo troppo dolce e che magari si fa anche zerbino dopo un po’ annoia; quello che ogni tanto fa il carino ma poi non si fa sentire, oppure una sera ti sta appresso e quella dopo manco ti considera fa indubbiamente aumentare l’interesse…sarà che non sai mai cosa aspettarti.”

D’altronde il fascino del bel tenebroso è tradizione consolidata, nella vita di tutti i giorni come in letteratura. Zia Jane ne sa qualcosa.

L’idea che Jane Austen, dietro la parvenza di emancipazione e di protofemminismo che accompagna tradizionalmente la sua figura, fosse in realtà né più né meno una delle tante donne che, contro ogni logica, perdono la testa per tizi che non se le filano neanche di striscio o le trattano come pezze da piedi, è formulata apertamente nel film Il club di Jane Austen, uscito nel 2007 per la regia di Robin Swicord e ispirato al romanzo omonimo di Karen Joy Fowler:

«Leggendo i suoi romanzi, ti chiedi se a Jane Austen non piacessero i mascalzoni»

The Jane Austen Book Club

Pensiamoci: chi è l’eroe romantico austeniano per eccellenza? Non c’è dubbio, la mente corre subito all’ombroso Mr. Darcy, protagonista di Orgoglio e Pregiudizio.
Del resto, quale premessa migliore per una delle più grandi storie d’amore della letteratura mondiale del commento che il nostro eroe riserva all’amata in occasione del loro primo incontro?

«È passabile, ma non bella abbastanza da tentarmi»

Se poi nel dichiararsi il cavalier cortese ammetterà di aver ceduto controvoglia ai propri sentimenti, insulterà la famiglia della sua bella, definendola indegna del suo rango, e infine confesserà di aver deliberatamente intralciato la felicità della sorella della dama, che ormai esterrefatta si starà chiedendo “Ma mi ama o gli sto sulle palle?”, allora potete starne certi: è vero amore.

Not handsome enough to tempt me

Anche Mr. Knightley, controparte maschile di Emma, non ci scherza: è noto, infatti, che un metodo di corteggiamento infallibile sia criticare, rimproverare e richiamare continuamente l’oggetto del proprio desiderio, principio che Knightley applica regolarmente nei confronti di Emma, la quale (sciocca e ingenua creatura!) si accorgerà solo alla fine del romanzo che queste prediche altro non sono che una dimostrazione d’amore.

Così pure l’arguto signor Tilney, in Northanger Abbey, inizia la sua conoscenza con l’ingenua Catherine Morland divertendosi a metterla in imbarazzo con battutine sarcastiche e a dirle cosa pensare e perché: palese segno di attrazione che l’inesperta Catherine capirà solo più avanti nel romanzo.

E, diciamolo, a nessuno importa nulla dello scialbo Edward Ferrars o del colonnello Brandon, pallide figure maschili di Ragione e sentimento. Molto più interessante è quell’adorabile mascalzone di Willoughby, tant’è che quando alla fine Marianne Dashwood convola a nozze con l’attempato Brandon, più di un lettore avrà storto la bocca pensando: “Meh”.

Insomma, anche zia Jane, confidente e dispensatrice di consigli in campo sentimentale per noi Janeites senza speranza, sembrerebbe allinearsi ai dettami della saggezza popolare: prendi una donna, trattala male.

Dobbiamo dunque considerare Jane Austen corresponsabile del mito deleterio per cui se un uomo ci ignora/punzecchia/risponde male/critica/offende/lascia è perché in realtà ci ama troppo? Anche Jane Austen avrà detto alle nipotine che correvano da lei in lacrime dopo una scaramuccia con qualche compagno di giochi: “Tesoro, se quel bambino ti ha fatto lo sgambetto e tirato i capelli è perché gli piaci”?

Procediamo con calma: innanzitutto è interessante ricordare la teoria avanzata da Jon Hunter Spence, nella biografia Becoming Jane Austen del 2003, a proposito delle fonti di ispirazione di Orgoglio e Pregiudizio. Qualunque ammiratore di zia Jane degno di definirsi tale conosce la storia di Tom Lefroy, amore giovanile dell’autrice che si celerebbe dietro la trama del capolavoro austeniano – complice anche un film largamente romanzato con Anne Hathaway interprete di Jane Austen ventenne e (dettaglio ben più importante) James McAvoy nel ruolo di Lefroy (e se non siete ammiratori di zia Jane degni di definirsi tali, potete colmare le vostre lacune al seguente link: http://en.wikipedia.org/wiki/Thomas_Langlois_Lefroy). Quel che è meno noto, tuttavia, e che Spence sottolinea nella biografia, è che Lefroy-Austen sarebbero sì serviti da modello per definire le personalità di Darcy e di Elizabeth, ma con un ribaltamento di ruoli: Jane Austen avrebbe modellato l’orgoglioso Darcy sul suo stesso carattere, mentre il più affabile Lefroy l’avrebbe ispirata per il personaggio di Elisabeth.

Becoming Jane

Colpo di scena! Se ciò fosse vero, a essere scostante e superba sarebbe la gentil donzella, e non il rappresentante del sesso forte! Del resto non dovrebbe stupirci il fatto che le protagoniste austeniane possano avere un caratterino niente male (Elizabeth, Emma, Marianne) o che sotto l’apparente remissività celino una forza e una passione inaspettate (Elinor, Anne, Fanny). L’unica che rimane forse un po’ in ombra è la povera Catherine Morland, anti-eroina per eccellenza di cui la Austen si serve per canzonare le fanciulle del suo tempo, avide lettrici di romanzi gotici dalla fantasia un po’ troppo accesa (delle Twilighters ante litteram, insomma).

E se le donne con pindarici voli di fantasia sono capaci di interpretare il più tiepido segnale di interesse come una dichiarazione d’amore e finanche una proposta di matrimonio imminente, c’è da dire in loro difesa che gli uomini ci mettono molto del loro: Elizabeth lo dice chiaramente, quando all’amara considerazione della sorella Jane (“Le donne si immaginano che l’ammirazione significhi più di quello che è”) replica graffiante: “E gli uomini si danno un gran da fare perché esse se lo immaginino.”

In generale, insomma, dai romanzi di Jane Austen emerge una lettura del rapporto uomo-donna ben più complessa di quella tracciata dai precetti di Ferradini e del suo teorema: è un rapporto che poco ha a che fare con le passioni violente, gli amori tormentati e le idealizzazioni del romanzo gotico in voga all’epoca. È un rapporto inquadrato sempre in una cornice realistica e ordinaria ed è, soprattutto, un rapporto basato sul rispetto reciproco e sulla conoscenza e l’accettazione dei difetti dell’altro. Come dice il Mr. Knightley interpretato da Jeremy Northam nell’adattamento cinematografico del 1996,

«Maybe it is our imperfections which make us so perfect for one another»

(Sì, va bene, lo so, non è una citazione originale di zia Jane, ma era funzionale alla mia argomentazione – bear with me.)

L’innamorato austeniano è dunque un uomo pratico e razionale, che conosce i difetti e i limiti della sua amata e non si perita di farglieli notare; ma appunto perché il rapporto si basa sulla fiducia e sul rispetto reciproco, lo stesso vale per la protagonista femminile, per conquistare la quale il cavaliere deve innanzitutto guadagnarsi la sua stima e il suo rispetto. Ho sempre trovato degna di nota una frase, pronunciata dal signor Bennet verso la fine del romanzo, quando in un colloquio con Lizzy a proposito della proposta di matrimonio di Darcy la invita a ponderare bene la sua scelta:

«Bambina mia, non darmi il dolore di vederti incapace di rispettare il compagno della tua vita.»

E alle vivaci proteste di Lizzy, che lo rassicura sul suo affetto per Darcy, conclude:

«Ebbene cara (…) non ho altro da dire. Se le cose stanno così, egli è degno di te. Non avrei potuto separarmi da te, Lizzy, per un uomo di minor merito.»

Dunque l’uomo deve dimostrarsi degno della donna amata, saperla rispettare e guadagnarsene il rispetto: e che una donna si trovi nella posizione di poter disprezzare un uomo, specie se di alto lignaggio e di cospicuo patrimonio, è una nozione niente affatto banale, soprattutto per l’epoca.

Gli eroi austeniani, insomma, non sono dei principi azzurri; sanno essere bruschi, sarcastici, a volte polemici, a volte dei veri e propri rompipalle. Di fondo, però, sono, come si suol dire, “dei bravi ragazzi”: onesti, corretti, generosi, leali. I veri mascalzoni sono, nei romanzi della nostra, quei gentiluomini che sorridono e lusingano, che corteggiano apertamente le protagoniste e spezzano cuori a destra e a sinistra: qui sta la sostanziale differenza fra un “mascalzone” alla Mr. Darcy, burbero ma sincero e onesto, e un mascalzone come Willoughby, che non si fa scrupoli ad amoreggiare con la povera Marianne ben sapendo di non poterla sposare.

He's just not that into you

Certo, il rischio è di prendere troppo alla lettera i precetti tramandatici da zia Jane attraverso i suoi romanzi e di iniziare a schifare qualunque malcapitato abbia l’ardire di dimostrarsi troppo garbato o troppo apertamente interessato a noi per preferirgli i musoni scontrosi o gli stronzi veri e propri, nella speranza che sotto la loro scorza da duri si nasconda il nostro Mr. Darcy; da qui l’equivoco sull’attrazione di Jane Austen per i mascalzoni.

Credo invece che Jane Austen fosse ben consapevole del fatto che, per dirla con una famosa commedia, “se un uomo si comporta come se non gliene fregasse un cazzo di te, non gliene frega un cazzo di te davvero”. Credo che avesse troppo acume e troppa capacità di introspezione per non saper misurare la distanza che corre tra la fantasia e la realtà, tra la fiction, l’invenzione narrativa, e le cose così come stanno nel mondo reale; saper operare questa fondamentale distinzione sta a noi e alla nostra intelligenza – come del resto ci insegna lei stessa attraverso Catherine Morland, che solo per questo meriterebbe di essere rivalutata da anti-eroina a eroina di tutto rispetto.