Delusioni letterarie, o di come ho odiato Cime Tempestose

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By Eliza

La situazione è questa: un esame di letteratura inglese, un modulo unico dedicato al romanzo britannico dell’Ottocento. Jane Austen, Stevenson, Wilde. Pane per i miei denti.

A rendermi particolarmente felice è il fatto che in programma ci sia anche Wuthering Heights, imperdonabile lacuna nella mia cultura letteraria. Da anni mi ripeto che prima o poi devo leggerlo, che come ho fatto in tutto questo tempo a non averlo mai letto, giuro che è il prossimo che leggo. Adesso non ho più scuse. Cathy e Heathcliff, eccomi a voi.

Ho grandi aspettative per questo libro. Ho amato visceralmente Jane Eyre, capolavoro di Charlotte Brontë, e da sua sorella Emily non posso che aspettarmi qualcosa che sia all’altezza di tanto genio letterario. Ho pianto, sofferto e sperato con Jane, figura di eroina anticonvenzionale e indipendente, ne ho ammirato la forza, l’autonomia, l’anelito alla libertà. Ho sospirato e trepidato per Rochester, per il fascino e la statura del suo personaggio, per il mistero che lo circonda, per l’imprevedibilità delle sue azioni, per la volubilità che confonde e ferisce l’ignara Jane, per la sua passione e la sua tenerezza. Ho sognato castelli, corridoi e stanze misteriose, brughiere e cieli sconfinati. E quel poco che so di Wuthering Heights è molto promettente: comprende un’eroina ribelle, un eroe dannatamente romantico e i paesaggi impervi della brughiera. Lo amerò, me lo sento.

Ebbene, è ora di dichiararlo, a testa alta e urlando di petto, senza vergogna e senza sensi di colpa:

è una cagata pazzescaEcco, l’ho detto. Proprio così. L’ho detto e lo ripeto e lo rivendico. L’eroina ribelle era un’isterica viziata, l’eroe romantico uno stalker patologico e violento, la brughiera un posto deprimente e desolato, teatro di abusi, maltrattamenti, odi familiari, abbandono e alcolismo. E magari fosse solo questo il problema.

Ho letteralmente faticato per arrivare alla fine. La trama avanza a rilento, per accumulo di episodi, personaggi, narratori, e da un certo punto in poi sembra sdoppiarsi e chiudersi su se stessa in una ripetizione della prima parte del romanzo. I dialoghi sono pesanti, dilatati, retorici e fiacchi. Non ho creduto neanche per un momento all’irrefrenabile passione fra Heathcliff e Cathy. E raramente credo di aver odiato un personaggio quanto ho odiato Heathcliff. Nei pressi degli ultimi capitoli continuavo a contare quante pagine mi mancavano per finire e nel momento in cui la vicenda è finalmente giunta a una conclusione, ho avuto l’impulso di scattare in piedi e fare un balletto della vittoria.

Danza della vittoriaMa procediamo con ordine. Partiamo dai protagonisti.

Il mio errore, probabilmente, è stato quello di cercare di vedere in Heathcliff un nuovo Rochester: burbero, solitario, sarcastico, ma fondamentalmente positivo. Effettivamente, per essere burbero è burbero. E anche solitario. E sembra avere quell’aria selvaggia, ribelle, non convenzionalmente attraente che tanto mi aveva colpito in Rochester. Ma risulta ben presto chiaro che Heathcliff non è Rochester e Wuthering Heights non è Thornfield Hall. Heathcliff non è solo burbero e tagliente, è proprio antipatico. Nel momento in cui lascia che i suoi cani attacchino Lockwood, l’affittuario della sua proprietà attigua di Thrushcross Grange, e resta a guardare ridendo senza far nulla per aiutarlo, inizio a cogliere anche qualche traccia di sadismo.

Resami conto dell’errore, tuttavia, ho cercato di non emettere giudizi affrettati e ho deciso di dare un’altra possibilità a Heathcliff. D’accordo, non è un Rochester e su questo non ci piove. Cerco di liberarmi dall’idea romantica dell’eroe di Jane Eyre e di non ritagliare su Heathcliff figure letterarie che non gli si confanno. Dopotutto può ancora risultare un personaggio, se non positivo, almeno interessante, profondo, tormentato, capace di conquistare, con cui è possibile identificarsi.

Per un po’ questo tentativo regge. Si torna indietro nel tempo per ripercorrere l’infanzia solitaria di Heathcliff, e i maltrattamenti che patisce a opera del fratellastro Hindley, la silenziosa rassegnazione con cui li subisce (che però nulla a che fare con la mansuetudine o la gentilezza) spiegano almeno in parte il comportamento ai limiti della sociopatia dell’Heathcliff adulto. Anche il muto sentimento che lega Heathcliff alla coetanea Catherine, sorvolando gli aspetti vagamente incestuosi di questo legame, riescono ad addolcirne almeno un po’ l’immagine.

Tutto quello che Heathcliff subisce durante l’infanzia basterebbe a rendere rancoroso chiunque, non c’è dubbio. Arriva però il momento, man mano che si procede nella trama, in cui sorge un dubbio legittimo: Heathcliff non sta un po’ esagerando? Piano piano la rabbia, unitamente alla passione per Catherine, sembra diventare l’emozione dominante del personaggio, il motore delle sue azioni, fino a sfociare in una vera e propria ossessione monotematica di vendetta e possesso. Sono riuscita, a fatica, a mantere un minimo di empatia nei confronti del personaggio fino al momento in cui torna da Catherine dopo tre anni di assenza, durante i quali si è misteriosamente arricchito. Non oltre. Da quel momento in poi, Heathcliff non ha più una sola qualità positiva. La rabbia e il desiderio di vendetta l’hanno trasformato in un automa guidato da un unico desiderio ossessivo, quello di riappropriarsi di Catherine (ormai sposata a Linton) e di vendicarsi delle angherie subite. Un’ idea possessiva e morbosa dell’amore che per qualche motivo sembra esercitare un fascino particolare nell’immaginario collettivo. Non so perché, ma mi ricorda qualcuno…

Creepy...

Creepy…

Ormai completamente preso dalla sua missione, Heathcliff perde ogni forma di umanità e le sue azioni diventano sempre più crudeli e disumane, al punto che sembra quasi perdere di vista il suo obiettivo, cioè Catherine. E la perderà, a tutti gli effetti, la Catherine da lui tanto amata e così vessata, e sarà proprio la sua inesorabile vendetta a perderla e a perdere anche se stesso. E fin qui potrebbe anche essere affascinante la cosa. Non un personaggio positivo, ma un personaggio tormentato, oscuro, terribile, distrutto dalla sua stessa brama di potere e di vendetta. Il problema è che Heathcliff non è per nulla credibile nemmeno in questa veste. La sua passione, i suoi furori, le sue azioni sono sempre talmente eccessivi e teatrali da risultare quasi ridicoli. Il top è stato, per citare solo un esempio, quando, alla notizia della morte di Catherine, Heathcliff inizia a sbattere la testa contro un albero ululando. Ecco, lì la mia reazione è stata più o meno questa:

Non parliamo poi dell’eroina, in cui avevo vanamente sperato di trovare un’altra figura di proto-femminista alla Jane Eyre. Anche qui l’errore è stato in parte mio, lo ammetto. Avevo già deciso in partenza chi fossero Heathcliff e Catherine e non avevo preso in considerazione la possibilità che si rivelassero personaggi completamente diversi. Ma al di là delle aspettative che mi ero fatta, c’è da dire che quei due sono oggettivamente insopportabili. Se Heathcliff è uno psicopatico con la mania del controllo e del possesso, Catherine è prima una mocciosetta viziata e crudele, poi una drama queen isterica ed egocentrica. L’egocentrismo, in effetti, è parte integrante dei caratteri dei due protagonisti e del legame che li unisce: un legame che nelle intenzioni dell’autrice immagino dovesse essere assoluto, esclusivo, sconfinato, ma che di fatto risulta come l’affinità  fra due ego smisurati, che si scelgono l’un l’altro per rafforzarsi a vicenda nella loro autoreferenzialità quasi patologica. Pensiamo, per esempio, alla sprezzante crudeltà con cui Catherine si rivolta contro suo marito Linton nel momento in cui questi, a giusto titolo, impone a Heathcliff di lasciare la sua casa, o della crisi di nervi che sembrerebbe quasi farsi venire di proposito per ammalarsi e fare dispetto a tutti.

E la passione fra i due? Non l’ho sentita neanche per un momento e fino all’ultimo sembra coincidere in buona parte con il rancore, la vendetta e il ricatto. Non ho mai visto due amanti amarsi così poco. Nemmeno con tutta la mia buona volontà sono riuscita a prenderla sul serio, a raggiungere quella suspension of disbelief che forse mi avrebbe consentito di credere a battute iperboliche e ampollose come:

«Because misery, and degradation, and death, and nothing that God or Satan could inflict would have parted us, you, of your own will did it. I have no broken your heart – you have broken it; and in breaking it, you have broken mine.»

o ancora:

«It is hard to forgive, and to look at those eyes, and feel those wasted hands,’ he answered. ‘Kiss me again; and don’t let me see your eyes! I forgive what you have done to me. I love MY murderer – but YOURS! How can I?»

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Insomma, i protagonisti sono insopportabili. Ma il fatto è che in questo libro non c’è neanche un personaggio con cui è possibile identificarsi. Quelli che a tutti gli effetti sono i protagonisti della seconda parte dell’opera, Cathy e Hareton, figli rispettivamente di Catherine e di Hindley, e che rappresentano il coronamento in chiave positiva della passione distruttiva fra Catherine e Heathcliff, sebbene non sgradevoli quanto i loro predecessori, non suscitano comunque particolare simpatia (piuttosto capricciosa e sventata lei, selvatico e abbrutito lui) e nemmeno il lieto fine riesce del tutto a riscattarli. Non parliamo poi di Linton Heathcliff, figlio di Heathcliff e di Isabella Linton, primo marito di Cathy, impostole con la forza da Heathcliff. Un personaggio talmente odioso che per un attimo ho trovato Heathcliff adorabile al suo confronto: capriccioso, egoista, vigliacco, manipolatore e patetico. Hindley Earnshaw, fratello maggiore di Catherine e padre di Hareton, si pone fin dall’inizio come personaggio negativo, sviluppando un odio feroce e immotivato nei confronti di Heathcliff, che perseguita implacabile finché la situazione non si rovescerà e sarà Heathcliff a spingerlo nel degrado più avvilente e umiliante. Edgar Linton, marito di Catherine e padre di Cathy, è forse l’unica figura del romanzo per la quale ho provato una certa simpatia: una figura che sembra quasi giungere dalle schiere degli integerrimi e decorosi eroi austeniani ma che al cospetto di una personalità titanica e distruttiva come quella di Heathcliff impallidisce fino a diventare un’ombra e a sparire. Troppo poco perché il lettore possa veramente fare il tifo per lui.

C’è poi tutta la questione della struttura narrativa raddoppiata, suddivisa com’è fra le due generazioni di personaggi, i cui nomi si ripetono o si richiamano l’un l’altro e i cui destini risultano speculari e profondamente diversi al tempo stesso. L’idea sembrerebbe accattivante – la generazione più giovane che impara dagli errori di quella precedente, la passione votata alla distruzione di Catherine e Heathcliff che trova riscatto in quella fra Cathy e Hareton – ma a conti fatti risulta pesante e di difficile comprensione, complice anche la scelta di usare sempre gli stessi nomi. Basta leggere il paragrafo precedente di questo articolo per rendersi conto di quanto sia complessa e cervellotica la mappa dei personaggi e delle relazioni che li legano: Catherine, Cathy, Hindley, Hareton, Heathcliff, Edgar Linton, Linton Heathcliff…

Avevo iniziato questo romanzo convinta di scoprire un nuovo, grande amore e invece si è rivelato uno dei libri che ho più odiato leggere, non solo per la mancanza di personaggi positivi e per la durezza dei temi trattati, ma anche perché, semplicemente, brutto e scritto male. In tutta onestà, non capisco e non capirò mai come un romanzo del genere possa essere tanto amato né come possa essere tutt’oggi annoverato fra i classici della letteratura. La mia idea è che, probabilmente, c’entri qualcosa anche il successo di Jane Eyre. Il capolavoro di Charlotte, infatti, uscì nel 1847, lo stesso anno in cui Emily pubblicò Cime Tempestose e una terza sorella Brontë, Anne, diede alle stampe il suo Agnes Grey. I tre romanzi furono firmati, rispettivamente, sotto gli pseudonimi di Currer, EllisActon Bell e il successo fu immediato. Motore trainante di questo trionfo, tuttavia, fu proprio Jane Eyre, mentre la critica si divise su Cime Tempestose. Forse, dunque, è proprio a Charlotte Brontë e al suo romanzo che dobbiamo, almeno in parte, la longevità di Cime Tempestose. Che dire, grazie Charlotte. Senza di te, avrei sicuramente dato il mio esame di letteratura inglese con meno patemi.

E a proposito di sorelle Brontë, non posso non segnalarvi l’esilarante vlog di Branwell Brontë, quarto fratello ed emerito sconosciuto (anche più della povera Anne), che propone consigli sentimentali dispensati direttamente dalle nostre tre autrici. Quale sarà il modo migliore di fare colpo sull’altro sesso, accogliere in casa propria l’orfana di un’ex amante che non si era tenuti ad adottare o uccidere un cane senza motivo?

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Elizabeth Barrett Browning #profilo letterario

Elizabeth Barrett Browning #profilo letterario

Italiani che fuggono nel Regno Unito, Camden Town presa d’assalto da passeggiatori italiani, strade anglofone pullulanti di insegne alla belpaese, camerieri che ti rispondono nel tuo stesso dialetto (dopo che ti eri tanto impegnato a sfoggiare il tuo british!)…

Basta!

Se sei stanco della fuga dei cervelli, è ora di cambiare storia – così, per gioco.

Per gioco, potremmo immaginare che gli inglesi fuggano in Italia, un risuonare di “sorry!” sul sagrato di Santa Croce a Firenze, romanzi tascabili in lingua inglese dimenticati sui sedili dell’autobus, un coinquilino che beve una tazza di black tea, accompagnato da un pezzo di torta alle cinque del pomeriggio…

In effetti, nel tempo che fu l’Italia fu un luogo di fuga per inglesi romantici e scavezzacollo. Se ne contano innumerevoli: Shelley, Byron, Charles Dickens, John Keats – soltanto per nominare alcuni dei più famosi.

Tra loro, vi è un’inglesina molto speciale, Elizabeth Barrett Browning, che visse, scrisse e figliò a Firenze, dopo aver vissuto una vita intensa nel paese natale. Elizabeth nasce in una famiglia possidente nel 1806 e nell’infanzia alterna la classica cavalcata sul pony all’erudizione. A otto anni studia il greco antico, legge i poemi di Omero. Si dà all’epica, oltre che all’ippica. Durante questi teneri anni, la sua salute comincia a incrinarsi: le costanti saranno dolore, debolezza muscolare e dipendenza da antidolorifici (laudano e morfina). Malgrado ciò, espande le proprie letture ai temi politici attuali, come la rivendicazione dei diritti femminili e l’antischiavismo. Nel 1835, la famiglia è investita dal dissesto economico e abbandona il lusso campagnolo; si trasferisce a Londra, dove affitta una casa dopo l’altra prima di stabilirsi. Elizabeth conosce diverse personalità letterarie dell’epoca e ne diventa una anch’essa. Come se non bastasse, contrae una malattia polmonare, probabilmente tubercolosi. Nel 1844, la raccolta di “Poems” le regala il successo definitivo e le procura quello che sarà il personaggio decisivo dell’esistenza.

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Robert Browning, trentaduenne, le scrive, la incontra, la ama. I due si fidanzano e si sposano in segreto. Dulcis in fundo: fuggono in Italia. Elizabeth viene diseredata e la coppia si stabilisce a Firenze, nell’ora museo Casa Guidi, grazie al denaro guadagnato da Elizabeth.

Una vita ben avventurosa, per la figlia di un proprietario terriero in Jamaica, invalida, quasi moribonda fino alla fine. E da dove abbia tratto la forza… noi, lo sappiamo immaginare?

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Edward Morgan Forster #profilo letterario

Edward Morgan Forster #profilo letterario

Mi sono innamorata di Camera con Vista, sono passata attraverso Passaggio in India e ho assistito alle relazioni di Casa Howard. Se l’amore è presente in tutti e tre i romanzi, non si può dire che ne sia l’indiscusso protagonista. L’educazione, le convenzioni sociali, il carattere incerto di personaggi venuti su contornati da manichini appartenenti alla stessa casta, quella impagabile ironia: tutti gli amori, tutti i dubbi e gli intenti si trasfigurano, incomprensibili, se non li si ascolta dalla viva voce di Edward Morgan Forster.

Forster ha un suo registro: le storie sono da leggere nell’ottava alta, così che suonino acute, brevi, cristalline.

Il paragrafo finale di Camera con Vista, che conclude il capitolo “La fine del Medioevo” ha una chiara sfumatura erotica (neppure così velata), che introduce finalmente nel racconto dell’amore il suo compimento fisico (e con naturalezza):

“Youth enwrapped them; the song of Phaethon announced passion requited, love attained. But they were conscious of a love more mysterious than this. The song died away; they heard the river, bearing down the snows of winter into the Mediterranean. –

La giovinezza li avviluppò; il canto di Fetonte annunciava che la passione sarebbe stata ricompensata, l’amore raggiunto. Ma erano a conoscenza di un amore che era più di questo. La canzone si spense in lontananza; sentirono il rumore del fiume, che trasportava via la neve fino al Mediterraneo.”

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E’ fisico, è spirituale, tuttavia non si tratta dell’amore della giusta Jane Eyre, il cui romanzo si conclude con un passo delle sacre scritture – Amen – né del diluvio sensoriale poetico di Romeo e Giulietta, o di un’altra di quelle storie che eleva il nostro spirito al di sopra di noi, facendoci aspirare alle nuvole. Ci fa pensare che l’amore è stato potenzialmente sempre così, simile a come lo viviamo nella contemporaneità, e non è un’invenzione dei media moderni. Fino ad allora, comunque, se ne era taciuto o comunque non se ne era scritto.

Lucy e George, i protagonisti di Camera con Vista, sono due personcine comuni. La giovane si innervosisce e diventa intrattabile quando suona Beethoven al pianoforte… a chi non è mai capitato di sentirsi irritato dopo aver ascoltato o suonato una musica che lo coinvolge particolarmente?

E chi non si è fidanzato con la persona sbagliata, un Cecil, maschio o femmina che sia, che amava dimostrarsi una spanna sopra gli altri ma alla fine non era che un cretino capace soltanto di ammirarvi come una scatola d’avorio?

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Perdio, cara, calmati!

 

Infine… chi non si è mai innamorato in vacanza?

Se questo non bastasse, è universale l’ingiustizia e la delusione di scoprire che la propria camera d’albergo non ha la vista.

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“Avevano detto che avremmo avuto la vista.” “Imperdonabile.”

Si potrebbe continuare con i personaggi degli altri romanzi (quando ho letto Casa Howard, ho avuto l’impressione di aver conosciuto un esercito di signorine Schlegel, il cui motto era “Only connect!” E mi sono sentita in grado di prevedere il loro avvenire!).

Forse, Forster stesso non era che un borghesone dallo spiccato senso dell’osservazione, non colorito da particolari ambizioni e angustie. Non spietato come la Austen, tuttavia egualmente chirurgico. Anche se, andando a rinvangare la sua biografia, troviamo che qualche motivo di turbamento lo deve pur aver avuto: omosessuale, con un pallino per i viaggi e per la comunicazione tra classi sociali diverse (tema scottante della sua produzione letteraria).

Dunque, per quale motivo non possiamo gettare a mare e dimenticare Lucy Honeychurch, Margaret Schlegel e Mr. Aziz?

Ho letto un articolo interessante che trattava della relazione tra Forster, il suo amante Bob Buckingham e la moglie di lui May Buckingham: durante il ricovero della donna in un sanatorio, Forster intrattenne con lei una corrispondenza epistolare che fu alla base di un’intesa e un’amicizia che la rese una figura centrale negli ultimi anni di vita dello scrittore. La biografa Wendy Moffat osserva che scrivendo a a Ms Buckingham, forse Forster la immaginò come uno dei suoi personaggi, e finì per amarla.

Non è così forse? Scrivendoci, Forster ci ha immaginati come suo personaggi e ha finito per amarci.

E ha pensato a noi come a un “quite wonderful muddle”.

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Profilo letterario: Virginia Woolf

Chi non conosce la sua faccia? Il placido profilo, il morbido chignon, il sopracciglio alzato e quell’aria un po’ scanzonata incorniciata dall’eccentrico pellicciotto: è Virginia, la Virginia – la nuova scoperta della letteratura (il sesso femminile) e la regina Elisabetta I½.

Alzi la mano chi ha letto un libro scritto da Virginia Woolf – e le ore passate a cercare di superare un paragrafo per conto di una ignobile professoressa di inglese non contano.

Se dobbiamo cominciare a parlare di Virginia a partire dalla sua scrittura, facciamolo male: ostica, intricata, periodi lunghi, nessuna trama, elettroencefalogramma piatto. Eppure piace: la conoscono, la citano e stampano la sua faccia su tazze e magliette. Si tratta forse di un destino alla Che Guevara, che ha scritto dei bei diari, era un medico, sparava ai nemici, fumava il sigaro e ha dichiarato alle Nazioni Unite che lo stato cubano avrebbe fucilato chi riteneva di fucilare – eppure alle marce la sua faccia è sovrapposta alla bandiera della pace.

Chiariamo: amo Ernesto Che Guevara e Virginia Woolf. Ho letto i Diari di Cuba e Gita al Faro. Visto, che il motivo inconscio di questo accoppiamento sarebbe materia per uno psicanalista, tralasciamo Che Guevara e sintonizziamoci sulla nostra Adelina (il primo nome di Virginia Woolf).

Nicole Kidman interpreta Virginia Woolf nel film "Le ore"

Nicole Kidman interpreta Virginia Woolf nel film “Le ore”

Ammettiamo di conoscere Virginia più per quello che è stato costruito su di lei, piuttosto che per quello che lei ha ha vissuto. Si tratta di una rappresentazione parziale che ha superato la prova del tempo, il cui movente non sminuisce l’importanza della persona. E’ stato ciò che ha affermato e come lo ha fatto: i contenuti si sono smaterializzati, la donna si è cristallizzata e gli argomenti di discussione (importanti) che lei ha contribuito a risaltare sono adesso centrali nel nostro quotidiano confronto con le consuetudini.

Nasce da una famiglia benestante, intellettuale in seno alla quale sviluppa intelletto, ansia e una fisiologia spiantata. Vive una giovinezza moderna, in un appartamento di Londra dove vivono ragazze e ragazzi, che scrivono lettere e parlano di tabù come se si trattasse della ricetta del pudding (siamo ai primi del ‘900!).

E’ un’aggregatrice, carismatica e fragile. Unisce le persone con le idee e ne è profondamente sconvolta (dalle persone, dalle idee e da tutto ciò che è contaminato da esse – come la città di Londra).

Malata incostante, scrive di donne che vivono una vita piena e vuota di senso, nella quale si affaccia la trasgressione del sesso, dell’inerzia, del suicidio: figure felici ma non allegre, bambole nelle casette il cui pensiero si snoda in quello che verrà battezzato “flusso di coscienza”. Questo stile segnerà tutta la letteratura del novecento.

Il tema – quello del “che ce stanno a fa’ le femmine?” – si manifesta come un miracolo nelle pagine di Virginia. Anziché un canto del cigno, è il canto del risveglio ed assume tratti assolutamente profetici:

Fra cento anni, d’altronde, pensavo giunta sulla soglia di casa, le donne non saranno più il sesso protetto. Logicamente condivideranno tutte le attività e tutti gli sforzi che una volta erano stati loro negati. La balia scaricherà il carbone. La fruttivendola guiderà la macchina. Ogni presupposto basato sui fatti osservati quando le donne erano il sesso protetto sarà scomparso; ad esempio (in strada stava passando un plotone di soldati) l’idea che le donne, i preti e i giardinieri vivano più a lungo. Togliete questa protezione, esponete le donne agli stessi sforzi e alle stesse attività, lasciatele diventare soldati, marinari, camionisti e scaricatori di porto, e vi accorgerete che le donne muoiono assai più giovani e assai più presto degli uomini; cosicché si dirà: “Oggi ho visto una donna”, come si diceva “Oggi ho visto un aereo”. Può accadere qualunque cosa quando la femminilità cesserà di essere un’occupazione protetta, pensavo, aprendo la porta. – Da “Una stanza tutta per sé”

Fermiamoci qui, a quando il tic-tac di Virginia si è fermato e lei ha toccato il fondo dello stagno.

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Il Natale si tinge di giallo: Agatha Christie e il Christmas pudding

Il Natale si tinge di giallo: Agatha Christie e il Christmas pudding

Buon appetito, Agatha Christie!

Non so voi, ma a me il periodo natalizio fa sempre venire voglia di leggere un bel giallo, di quelli classici, da caminetto acceso e tazza di tè fumante a lato. Sarà forse per le riunioni di famiglia che creano quel clima intimo, raccolto e…saturo di tensioni e acredine. Il clima ideale per un bell’omicidio sotto l’albero. Pensateci: la situazione è ideale per un giallo. Tutti sono riuniti nella sala da pranzo, ci si scambiano regali, chiacchiere e frecciatine, ci si siede a tavola, qualcuno si alza per andare in bagno…non ci vuole molto a immaginare che all’improvviso un urlo rompa il chiacchiericcio e che la scoperta di un cadavere al piano di sopra faccia andare di traverso il panettone a tutti. Gli ospiti si guardano attoniti, si accusano l’un l’altro, si scrutano con sospetto: chi sarà il colpevole?

Del resto se si dice che in periodo natalizio si registra un aumento del tasso di omicidi e suicidi, un motivo ci sarà. Tutti quegli interminabili cenoni, quelle chiacchiere di circostanza con parenti che se si vedono una volta l’anno è già troppo, quei regali mai azzeccati che bisogna accogliere con il sorriso sulle labbra…diciamolo, c’è chi uccide per molto meno!

Sicuramente non sono l’unica a subire il fascino dell’accoppiata Natale-crimine, almeno a giudicare dalle numerose variazioni sul tema in cui si sono cimentati autori del calibro di Conan Doyle, Rex Stout e Georges Simenon. E fra i tanti che hanno scelto di ordire le loro trame delittuose proprio sotto le feste, non poteva naturalmente mancare lei, la signora del crime novel, la più classica degli autori di gialli: Agatha Christie.

L’idea è intrigante perché al fascino della narrativa della Christie, con i suoi enigmi e i suoi intrecci così sapientemente congegnati, unisce le delizie e i sapori di un vero Natale inglese. Già, i sapori; perché, per quanto vituperata, la cucina d’Albione vanta una tradizione ricca e antica, scandita da riti e usanze ben precise. E Agatha Christie ne sapeva qualcosa.

La regina del mistero, infatti, sapeva apprezzare i piaceri della tavola e del mangiar bene. Hubert Gregg, regista teatrale che negli anni Cinquanta mise in scena Trappola per topi, ricorda così il suo primo incontro con l’autrice all’hotel Savoy di Londra:

«Non avevo mai visto una donna mangiare con tanto appetito e un piacere così palese»

Non solo: come sottolineano Anne Martinetti e François Rivière, autori di Creme & crimini, che raccoglie le ricette deliziose e mortali della Christie, “esiste un curioso legame tra la scrittura di gialli e il cibo”, un’affinità grazie alla quale un piatto apparentemente innocuo può contribuire a delineare un’atmosfera, caratterizzare un personaggio e finanche trasformarsi nell’arma del delitto.

Creme & crimini

Pensiamo a un personaggio come Hercule Poirot, il detective protagonista di tante avventure della Christie, caratteristico sotto molti aspetti, in particolare quello gastronomico: Poirot è un grande estimatore della buona tavola, diffidente nei confronti della cucina inglese e, da vero belga, ghiotto di cioccolata e di lumache. Miss Marple, dal canto suo, intrattiene le sue ospiti del Club del Martedì Sera con ricevimenti a base di tè, crostini, scones e…misteri. Del resto, basti leggere la minuziosa descrizione della colazione ordinata dalla nostra anziana ma energica detective in Miss Marple al Bertram Hotel:

«La colazione che Miss Marple aveva ordinato arrivò cinque minuti dopo. Sul grande vassoio c’erano una teiera panciuta, del latte cremoso, un bricco d’argento colmo d’acqua calda, due belle uova in camicia sui tostini e due rondelle di burro modellate a forma di cardo, miele, marmellata d’arance e due pagnottelle rotonde d’aspetto delizioso. Miss Marple diede mano al coltello, fiduciosa.»

Si può forse dubitare dell’autentico piacere che la Christie deve aver provato nel descrivere con tanta cura le portate servite a Miss Marple?

Angela Lansbury as Miss Marple Poirot a tavola

Qui si chiude il nostro cerchio: Natale, mistero e cibo. Una combinazione davvero gustosa, che ritroviamo nella raccolta di racconti Appuntamento con la paura. In sede di prefazione, la Christie paragona il suo libro a un pranzo di Natale:

«Questo libro è come un pranzo di Natale preparato da un vero chef. E lo chef sono io! E il piatto forte è L’avventura del dolce di Natale.»

In questo racconto troviamo tutti e tre gli ingredienti che abbiamo visto poco sopra – c’è il mistero di un gioiello scomparso, c’è “un tipico Natale inglese” in un’elegante casa di campagna (che il freddoloso Poirot sarebbe ben felice di evitare) e soprattutto c’è il piatto forte, fulcro del mistero e ghiottoneria emblema della cucina inglese: il Christmas pudding. “NON MANGIATE IL PUDDING SE TENETE ALLA VOSTRA VITA” dice il biglietto che Poirot trova in camera sua la vigilia di Natale; ed è proprio all’interno del Christmas pudding che il giorno dopo viene trovato un pezzo di vetro rosso che assomiglia a un grosso rubino. Ed è forse per una strana coincidenza che l’indomani un cadavere viene rinvenuto a insanguinare la neve del giardino?

Christmas Pudding

Tutto, in questo racconto, sembra ruotare intorno al dolce di Natale, che troneggia sulla tavola e sulla trama della vicenda, tanto maestoso e seducente che perfino Poirot, sempre reticente nei confronti della gastronomia britannica, ignorerà l’avvertimento e cederà alla tentazione di assaggiarlo; e sempre dal dolce arriverà la chiave di tutto il mistero. E non è certo la prima volta che il cibo, spesso i piatti preferiti della Christie, giocano un ruolo fondamentale nelle sue storie. A volte è la golosità di un personaggio per una particolare pietanza a determinarne la sorte fatale; a volte i piatti sembrano ‘parlare’ dei personaggi che li cucinano e li assaggiano e forniscono indizi decisivi; a volte la morte irrompe improvvisa proprio durante i pasti, profanandone il carattere quasi sacro e rituale. In ogni caso, traspare l’interesse e la passione che la Christie riservava all’arte culinaria, consacrandone il ruolo di agente attivo, mai di elemento di sfondo, nelle sue narrazioni e in generale nella vita.

Se questa lettura vi avesse fatto venire un certo languorino e se vi avesse messo voglia di provare i sapori di un autentico Natale inglese, di seguito troverete la ricetta del Christmas pudding. È un po’ laboriosa, ma quale stagione migliore se non quella natalizia per passare giornate a impastare e mescolare nel caldo della cucina di casa?

Non mi resta che augurarvi un felice Natale in giallo e aggiungere, citando Jeffery Deaver dalla presentazione di Creme & crimini:

«Leggete con gioia, cucinate con passione e, cosa più importante, buon appetito!»

Ingredienti:

200 g margarina

350 g uvetta secca di Corinto

200 g uva sultanina

200 g uva passa

50 g di canditi misti

25 g di mandorle tritate

175 g farina

2 cucchiaini di spezie miste in polvere (chiodi di garofano, cannella, zenzero)

1 cucchiaino di noce moscata in polvere

175 g di briciole di pane fresco (pane al latte, senza crosta)

700 g di zucchero di canna

2 uova grosse, sbattute

la buccia ed il succo di 1 limone

1 cucchiaio di melassa

4 cucchiai di latte

2 cucchiai di brandy

1 stampo da budino dalla capacità di 1 litro

carta oleata

agrifoglio per decorare

1 cucchiaio di brandy per flambare

Preparazione: Imburrate lo stampo da budino con abbondante burro ed a parte anche un foglio doppio di carta oleata che vi servirà poi da coperchio per il pudding. In una ciotola grande mescolate tutti gli ingredienti con un cucchiaio di legno per circa 5 minuti fino ad ottenere un composto omogeneo e riempite con questo la forma imburrata. Pareggiate la superficie che deve rimanere al disotto del bordo per circa 2,5 cm e coprite con il doppio foglio di carta oleata (la parte imburrata rivolta verso l’interno) ben ripiegato tutt’intorno al bordo e legato con dello spago da cucina.

Mettete il pudding in una pentola e aggiungete dell’acqua calda in modo che ricopra la forma per 1/3. Coprite col coperchio e fate cuocere a fuoco bassa per circa 6 ore non dimenticando di aggiungere sempre l’acqua calda che mano a mano evapora. Trascorso questo tempo, togliete il pudding dall’acqua e fate raffreddare. Sostituite poi il coperchio di carta oleata con un altro che legherete come il precedente. Conservate il pudding in un luogo fresco e arieggiato.

La mattina di Natale riscaldate il pudding per circa 2 o 3 ore con lo stesso metodo che avete usato per la prima cottura, ricordandovi di sostituire di tanto in tanto l’acqua che evapora. Quando è ben caldo, rovesciatelo sul piatto di portata, decorate con l’agrifoglio, versate sulla cima un cucchiaio di brandy riscaldato in un pentolino e flambate (infiammate) a tavola. È tradizione inserire nel composto del dolce delle monetine, avvolte nella carta d’alluminio, che porteranno fortuna a chi le troverà il giorno di Natale. C’è anche chi inserisce un anello, premonitore di matrimonio entro un anno, oppure ditali e bottoni, che invece “condannano” le signore a rimanere zitelle.

 

Emily Brontë #profile

Emily Brontë #profile

Le nostre passioni ci dirottano su vie inaspettate: per un misterioso motivo, dopo pranzo mi sono seduta alla scrivania e ho controllato il meteo del villaggio di Haworth, nel distretto di Bradford, West Yorkshire, nel quale vivono poco più di 6000 persone.

La descrizione del tempo fornito da BBC Weather ha qualcosa di poetico, che irresistibilmente mi spinge a citarlo:

Today

After a frosty start the day should be mostly dry with some good sunny spells, although rather cold. However the odd wintry shower can’t be ruled out over the Pennines in the afternoon.

Tra le quindici e le diciotto, la temperature oscillerà tra 2 e 3 gradi, potrebbe piovere in serata. La notte calerà precocemente alle 15:46. Tra circa un’ora, dunque, le tenebre scioglieranno i profilo dei monti Pennini, l’erba diverrà un calpestio indistinto, il rumore a pochi passi dalla nostra gelida soglia lo scivolare di un’immateriale fantasia.

Questo appeno descritto, il luogo in cui la famiglia Brontë si trasferì nel 1820. Dei figli del pastore Brontë, tutti perderanno la vita durante gli anni della giovinezza e due conquisteranno fama letteraria ad aeternum: Charlotte Brontë, autrice del romanzo Jane Eyre, ed Emily Brontë, creatrice di Cime Tempestose. Le ragazze Brontë crebbero esercitando la fervida fantasia inventando storie e componendo poemi mitologici, fino a quando la bellezza dei versi di Emily non convinsero Charlotte a tentarne la pubblicazione.

Come si legge su Wikipedia e su qualsiasi biografia delle sorelle, l’idea generò un aspro contrasto tra le sorelle, in quanto Emily si irritò a dismisura per l’invadenza della sorella maggiore, che aveva letto le sue poesie a sua insaputa, e perché si oppose caparbiamente alla possibilità di spedire i versi ad un editore.

Il litigio data 1845: Emily era una giovane donna non sposata di 27 anni, quinta di sei figli, indigente, religiosa tanto quanto legata, con mistica passione, al brumoso paesaggio, spazzato da venti selvaggi, che la conteneva – e che lei portava dentro di sé. Turbolenta, si allontanò da Haworth per lavorare e studiare in Belgio con l’intraprendente Charlotte, ma tornò sempre al luogo d’origine, dal quale si sentiva morbosamente posseduta. La poesia ci aiuta ad immaginare il tormento di quest’anima creativa, che avrebbe potuto essere una fredda, casalinga zittella, ed invece fu dominata dall’ispirazione per tutta la sua breve vita:

The night is darkening round me,

The wild winds coldly blow;

But a tyrant spell has bound me,

And I cannot, cannot go.

Emily Brontë non visitò il mondo, non ebbe relazioni al di fuori della propria famiglia e morì a soli 30 anni di tubercolosi: i sentimenti dei personaggi del suo unico romanzo, tuttavia, sorprendono per la vividezza, l’intensità e l’estrema violenza. Emily ha forse imparato l’aggressività dal vento, la bellezza dal cielo color zaffiro, l’angosciante desiderio dell’amato dalla veloce discesa del freddo sole invernale?

Non lo sappiamo, ma qualsiasi cosa lei abbia fatto, questo ha lasciato traccia nelle pagine di Cime Tempestose.

Per scusarmi del mio imbarazzante romanticismo quando parlo delle sorelle Brontë, vi fornisco la carta personaggio di Emily, così che possiate battere tutti i vostri nemici con maggiore facilità.

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“La vergine nel giardino” di Antonia Susan Byatt #recensione

“La vergine nel giardino” di Antonia Susan Byatt #recensione

Specifiche tecniche

coverBYATT

Titolo originale: “The virgin in the garden”
Lingua originale: Inglese
Anno di pubblicazione: 1979
Editore italiano: Einaudi tascabili
Colori disponibili: Bianco
Connettività: Buona (tende ad aumentare dopo i primi capitoli)
Dimensioni:
Pagine: 512
Peso: 340g
Spessore:
Copertina Flessibile:
Espansione memoria: Esponenziale
Formato: ebook Disponibile
Funzioni avanzate: Selvaggiamente inglese


Concluso il libro e voltata l’ultima pagina, quella bianca, ho avuto come l’impressione di aver letto un gran numero di libri. Ho fatto conoscenza con “L’amante di lady Chatterley”, con “Il Paradiso Perduto” di Milton e le poesie di Racine – tutti libri che nei miei 26 anni non ho avuto ancora il tempo di sfogliare. Questi gran pezzi di letteratura non vengono soltanto nominati o enumerati, ma sono parte integrante del racconto: i personaggi riflettono sulle proprie situazioni di vita richiamando immagini e luoghi descritti in quelle pagine, tanto che non si riesce più a distinguere chi è metafora di cosa. La letteratura inglese non è un riferimento bibliografico che trapunta le vicende dei professori e degli studenti, ma si fa presente come una corposa ispirazione, addirittura come un movente o una giustificazione. Non c’è bisogno di sapere esattamente di cosa si sta parlando – come del verso alessandrino del poeta Racine che ritorna nei pensieri, nella dichiarazione d’amore e nel colloquio per l’esame di maturità della diciassettenne Frederica Potter: l’alessandrino è un carattere preciso, intonato con il colore della chioma della protagonista, la cadenza del passo della nostra eroina ed il metro dei suoi movimenti, interiori e fisici.

La letteratura partecipa della vividezza del narrare della signora Byatt: chiacchierandone con un altro che aveva letto il libro, ci hanno domandato se stavamo parlando di un telefilm. Si potrebbe quasi definire tale, abbiamo risposto, perché la lettura diventa immancabilmente una “visione” di ciò che i personaggi stanno facendo.
Oltre che essere selvaggio ed in alcuni passi piuttosto crudo, il libro è toccante: se Frederica è l’agente dell’immedesimazione del lettore, che non può rimanere insensibile al suo percorso verso l’iniziazione sessuale, la sorella maggiore Stephanie Potter è il punto dolente e muto della commozione. Ho iniziato a leggere il libro lentamente e con una certa difficoltà, a causa della densità delle informazioni, e perdendomi qualche passaggio per strada: mi è stato possibile raggiungere una vera consonanza con la narrazione a pagina 90, capitolo VIII “Ode a un’urna greca”. Stephanie, giovane professoressa di letteratura nel liceo di Blesford, neolaureata a Cambridge, riflette sull’insegnamento:
“Si poteva dire: io insegno, e sentire odore di inchiostro, serge ammuffito, e di lisoformio. Nella stanza dei professori c’erano troppe sedie dozzinali, sporche e vistose, blu pavone, giallo limone, rosso pomodoro, e un forte odore di tè. Finestre troppo alte, affacciate su niente. Si poteva dire: io insegno, e sentire melodie inudite e vedere forme bianche rincorrersi sotto fronte scure.”
Poco prima, Stephanie aveva letto alle studentesse e discusso con loro della poesia di Keats, “A un’urna greca”, e svuotando volontariamente la mente aveva evocato un’immagine e una sensazione ben più articolata, richiamata così: “melodie inudite e vedere forme bianche rincorrersi sotto fronte scure”. L’antitesi tra le due definizioni dell’insegnamento sono una fotografia cristallizzata della miseria esteriore e della ricchezza interiore che caratterizzano questo mestiere, oltre alla profonda intelligenza della giovane che le permette di comprendere e vivere la pienezza di tale contrasto. Grazie a questo breve paragrafo, apparentemente insignificante, il lettore sensibile può letteralmente entrare nel liceo di Blesford, percorrere il sentiero che conduce alla soglia dei Potter, calzare la pelle di Stephanie e scivolare poi negli altri, rimanendo discreto tanto quanto lo sono loro.
Vediamo all’aspetto “selvaggio” di questo romanzo: apparentemente, Frederica ne è l’artefice e l’oggetto esclusivo, anche se un gran numero di personaggi sono caratterizzati da una certa irruenza, come il padre, Bill Potter, il professore di Biologia Lucas Simmonds ed il vicario Daniel Orton. Questi gridano, sudano, si spostano con pesantezza, velocità, sono vistosi – per il colore dei capelli, per la stazza, per il vestito inconsueto indossato. Dominano e provocano eventi: sesso, amore, disamore, matrimonio, follia. Gli eventi generati si fanno problematici e si intorbidiscono: la signora Byatt descrive con perizia chirurgica l’allontanamento delle fanciulle e dei fanciulli dall’innocenza e dalla passiva accettazione dell’infanzia e della dipendenza dai genitori, dai sogni – belli o brutti che siano. Il lettore può invocare il bene per i propri eroi, ma è tutto vano e crudelmente conscio: niente avviene che non sia registrato, non una sola goccia di sudore si perde e mai per un attimo si sconfina con un mondo immaginato ed irreale. No, sta accadendo tutto, come è accaduto a noi, un tempo, ed è tanto incredibile che lo abbiamo voluto, deciso, accettato allora. Il senso di responsabilità e di coinvolgimento con sé stessi e con gli altri degli adolescenti esplode in noi come una memoria riproposta come è, originata dall’emotività dei fatti.
Per quanto tutto ciò possa sconvolgere, c’è qualcosa che sconvolge di più: la incommensurabile inglesità con cui tutto ciò viene vissuto.
La deflorazione, l’emorragia post-coitale, l’erezione, le mutande sono parole frequenti e tecniche: non c’è scandalo, né giudizio, hanno a che fare con ciò che accade, non con le persone. Eppure si tratta di una storia ambientata negli anni cinquanta! Le signore e le signorine consumano un tè a fine capitolo, a una pagina di distanza si consuma un rapporto sessuale. Per quanto qualcuno dei personaggi possa dimostrare una certa riluttanza, nessuno appare sconvolto. La tragedia finale – preannunciata fin dall’inizio – viene presentata più come un problema da risolvere che come un’occasione di disgusto, disgregazione ed infrangimento dei tabù più elementari. Se provo ad immaginare una situazione simile ambientata in Francia, in Spagna o in Italia… oh no, non è pensabile.
In conclusione: una storia inglese di figli partoriti da una maestosa regina inglese, le cui conseguenze materiali sono tanto enormi quanto un rinfresco di nozze rovinato da un padre cocciuto ma ben educato.