Libro Generazionale Cercasi

Forse perché disto un ‘-3′ dalla soglia dei trent’anni (o forse perchè da una vita mi guardo allo specchio con preoccupazione), ultimamente mi sono chiesta se esista un libro che rappresenti la generazione nata tra la metà degli anni ottanta ed i primi anni duemila.

Diciamocelo, è arduo rappresentarci tutti, visto che negli ultimi trent’anni il mondo – i mezzi di comunicazione, la geopolitica, la moda, la moneta, le relazioni – è andato incontro ad una metamorfosi che avremmo bisogno, forse, di riguardare in slow-motion.

La nostra vita quotidiana è piena zeppa di elementi ormai irrinunciabili o inevitabili (i social-network, gli acquisti online, i voli low-cost, le relazioni a distanza, i mobili di ikea) che tuttavia mancano ancora di una rappresentazione, almeno nella mia esperienza di lettrice. Ciò che costella la nostra vita non è ancora diventato un elemento narrativo, lasciandomi a volte la sensazione che questa letteratura scritta “dai padri e dalle madri” – sì, perché sappiamo bene che il mondo dell’editoria ha aderito al blocco delle assunzioni – viva questi elementi come innaturali ed un po’ vuoti.

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Visto che l’assenza del montalatte ikea Produkt potrebbe essere dovuta alla sua sostanziale irrilevanza, possiamo considerare anche i “grandi” eventi del nostro tempo: ho la sensazione che gli eventi che ancora ci emozionano, commuovono e fanno pensare risalgano ad un’epoca nella quale non eravamo nati o non possiamo ricordare. Quanti chili di carta si scrivono ancora sulla caduta del Muro di Berlino, e quante trame invece ritraggono l’11 settembre? O l’attentato alla metropolitana di Londra? O il maremoto in Indonesia?

Mi è stato suggerito di cercare in altre forme di racconto, “più inconsce”, che rivelano un tema più nascostamente, come i film o le serie tv (ed i video-game, aggiungerei). Credo in effetti che potremmo enumerare molti film o serie che ci rappresentano, indipendentemente dal loro successo. Ma in quanto a libri… è davvero possibile che ci sia questo vuoto?

Ho cominciato a porre la domanda ad amici e conoscenti ed eccoci qui: lo chiedo a chi legge. Qual è, secondo voi, giovani adulti tra i 18 ed i 30 anni, il libro che abbiamo letto più o meno tutti e che rappresenta qualcosa che ci accomuna e fa parte della nostra identità?

Ho incluso nel sondaggio alcuni titoli che mi sono stati suggeriti dagli amici. Ognuno ha proposto liberamente con il primo titolo che gli è capitato in mente. Se conoscete un libro che secondo voi è trasversale e anche molto letto, aggiungetelo alla lista e commentate!

Grazie e a presto 🙂

She

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“Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo” di R. Riordan pt.1 #recensione

“Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo” di R. Riordan pt.1 #recensione

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By Elen

Specifiche tecniche

Titolo della saga: Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo
Autore: Rick Riordan
Numero di Libri: 5

  • L’eroe perduto (The lost Hero)
  • Il figlio di Nettuno (The son of Neptune)
  • Il marchio di Atena (The Mark of Athena)
  • La casa di Ade (The Hause of Hades)
  • Il sangue dell’Olimpo. (The Blood of Olympus)

Lingua originale: inglese
Anni di pubblicazione inglese: 2010- 2015
Anni di pubblicazione italiana: 2012- 2015
Casa editrice italiana: Mondadori
Formato: ebook disponibile.



Eccoci qua! Mi scuso per l’attesa ma si dà il caso che Il sangue dell’Olimpo sia uscito in contemporanea o quasi alla saga sui vampiri che ho già recensito e poi sono stata rapita dal mondo di Dita di Polvere, quindi i nostri amati semidei sono momentaneamente sfuggiti dalla mia mente… ma, come si fa a resistergli? Quindi, pronta per un’altra saga che attende sul mio ebook reader, cominciamo invece a parlare del nostro Percy e dei suoi amici.

 “Sette mezzosangue alla chiamata risponderanno.

Fuoco o tempesta il mondo cader faranno.

Con l’ultimo fiato un giuramento si dovrà mantenere,

e alle Porte della Morte, i nemici armati si dovran temere.”

Questa la profezia con la quale Riordan ci ha lasciati alla fine degli Eroi dell’Olimpo, questa la profezia dalla quale riprendiamo, seppure alla lontana. Ma andiamo con ordine, dal momento che, in questa saga, le profezie di sprecano, così come pure i protagonisti.

Come ovviamente è prevedibile dalla profezia stessa, i personaggi passano da 3 (Percy, Annabeth, Grover) a 7, nuovi ragazzi e ragazze che entrano a far parte del mondo mezzosangue poco alla volta. Dal momento che la situazione è decisamente più intricata di quella della saga precedente, dovrò procedere andando libro per libro. A seguire, la recensione dei primi 3 volumi.


L’eroe perduto.3Dnn+9_2C_gra_9788804627715-eroi-dell-olimpo-l-eroe-perduto_original

 “Attento alla terra, figlio della saetta.

I sette verranno alla luce con i giganti e la loro vendetta.

Fucina e colomba la gabbia spezzeranno,

e con la furia di Era la morte scateneranno.”

Jason si sveglia su un autobus della scuola non ricordando nulla del suo passato, nemmeno chi è. Si ritrova seduto accanto a Piper McLean, che dice di essere la sua ragazza, e a Leo Valdez, che dice di essere il suo miglior amico. I tre stanno facendo una gita al Grand Canyon con la loro scuola, ma mentre sono lì, degli spiriti della tempesta li attacano. Inteviene un insegnante supervisore, Gleeson Hedge, che si rivela essere un satiro e li aiuta a combattere: Jason sorprende tutti, incluso sé stesso, utilizzando una moneta che si trasforma in spada d’oro che usa per combattere gli spiriti. Inoltre, per salvare Piper che stava cadendo giù dal Grand Canyon, scopre di poter volare. Alla fine della battaglia arriva un carro volante trainato da due pegasi con a bordo Annabeth e un ragazzo di nome Butch, figlio di Iride. Annabeth è venuta al Canyon a causa di una visione in cui le si indicava di cercare un “ragazzo con una scarpa sola” (Jason nei fatti) ma la ragazza è arrabbiata con lui dal momento che credeva che fosse Percy, scomparso da tre giorni.

Jason, Piper e Leo scoprono di essere semidei e vengono accolti al Campo Mezzosangue. Lì Efesto riconosce Leo, si scopre che Piper è una figlia di Afrodite e Jason un figlio di Giove. Jason capisce inoltre di essere il fratello di Talia Grace, che però è figlia di Zeus, la versione greca del re degli dei, ma hanno la stessa madre mortale.

Jason riceve una missione per salvare Era, che è stata catturata, e decide che Piper lo accompagnerà, però i due hanno bisogno anche di un mezzo di trasporto. Allora Leo si mette a cercare il drago di bronzo perso dalla casa di Efesto e lo incontra nel bosco. Dopo averlo aggiustato e chiamato Festus, i tre partono.

Scoprono che il padre di Piper è stato catturato da Encelado, un gigante al servizio di Gea, la dea della terra. I loro nemici intendono risvegliare la Madre Terra e rovesciare gli dei dell’Olimpo. Sul loro cammino, Jason, Piper e Leo incontrano molti nemici che riescono a battere, scoprendo che però i mostri per una qualche motivazione non restano nel Tartaro che per poco tempo. Mentre vanno da Eolo per chiedere consiglio, si imbattono nelle Cacciatrici di Artemide, guidate da Talia, che incontra per la prima volta dopo anni suo fratello Jason. La giovane racconta al fratello quanto accadde il giorno che la madre decise di lasciarlo alla Casa del Lupo poiché, per placare l’ira di Giunone, il bambino era stato consacrato alla dea. Spiega inoltre al fratello cosa accadde alla madre. Giunti al castello di Eolo, Jason, Leo e Piper si separano da Talia, la quale promette di reincontrarli alla Casa del Lupo.

Dopo i colloqui con Afrodite nei sogni di Piper, il trio e Hedge si muovono verso il Monte Diablo per combattere il gigante Encelado e salvare il padre di Piper. Durante la lotta riescono a liberare il prigioniero e uccidere il gigante. Piper dà a suo padre una pozione che cancella tutti i ricordi e, dopo essersi assicurati che sia al sicuro, il trio raggiunge la Casa del Lupo per liberare Era la cui forza vitale era stata sfruttata per sollevare il re dei Giganti, Porfirio. In questo modo riescono a bloccare momentaneamente i piani della dea della terra.

Jason recupera un po’ di memoria e capisce di essere un eroe della controparte romana del Campo Mezzosangue, il Campo Giove, che si trova vicino a San Francisco; Giunone lo ha scambiato con Percy , che ora si trova al Campo Giove senza più alcuna memoria della sua vita al Campo Mezzosangue, poichè i due campi hanno sempre avuto una rivalità spietata ed ogni volta che si sono incontrati, hanno finito per combattere. Era vuole che greci e romani si alleino per fermare i piani di Gea e si risolva una volta per tutte la spaccatura che divide le personalità degli dei e che li sta facendo impazzire.


 Il Figlio di Nettuno.3Dnn+9_2C_med_9788804633693-gli-eroi-dell-olimpo-2.-il-figlio-di-nettuno_original

 “Andate in Alaska.

Trovate Thanatos e liberatelo.

Tornate entro il tramonto del 24 Giugno o morirete.”

“Al di là degli dei, a settentrione, sta la corona della legione.

Cadendo dal ghiaccio, il figlio di Nettuno affogherà…”

Percy è inseguito da due mostri, ma il ragazzo non ricorda niente, eccetto il suo nome, il fatto di essere figlio del dio del mare e il nome della sua ragazza: Annabeth.I mostri hanno intenzione di ucciderlo per vendicare la morte della loro sorella Medusa. Percy riesce a fuggire e si imbatte in Giunone, travestita da vecchia hippie, che gli dà due opzioni: la prima è portarla al tunnel Caldecott attraverso il piccolo Tevere che può portargli dolore, la seconda di ritirarsi per la sicurezza del mare e vivere una vita lunga e felice ma lasciando la vecchia in balia delle Gorgoni. Percy ovviamente la porta e quando arriva a Caldecott Tunnel incontra altri due semidei: Hazel Levesque e Frank Zhang. La vecchia avvisa Percy che il piccolo Tevere cancellerà il Marchio di Achille poiché è un potere greco e non è ammissibile in territorio romano.

Mentre attraversano il fiume, Percy vede le Gorgoni catturare Frank e controlla l’acqua per uccidere i mostri. Viene poi accompagnato dal Pretore del Campo Romano, detto Campo Giove, una ragazza di nome Reyna, ed incontra per caso Nico Di Angelo, chiamato dai Romani “Ambasciatore di Plutone”, senza però riconoscerlo.

Percy viene assegnato alla Quinta Coorte, al più scrausa, e partecipa, come da tradizione romana, ai ludi di Guerra. (per intendersi è la controparte romana del ruba bandiera, con tanto di fortezza da assediare). Durante il gioco Frank, Percy, Hazel guidano la coorte nella prima vittoria da anni e impressionano tutti con le loro abilità. Alla fine del gioco appare Marte, protettore di Roma. Riconosce Frank e lo incarica di una missione: liberare Thanatos, il dio della morte, che è stato imprigionato in Alaska dal gigante Alcione. Il dio mette in chiaro che devono esserci tre eroi, di cui uno Percy e l’ultimo su decisione di Frank; il ragazzo sceglie Hazel.

Il giorno seguente viene indetta una riunione di emergenza al Senato durante la quale Percy chiede una barca per il trasporto e la missione viene approvata, i tre partiranno per liberare Thanatos e cercare il simbolo della legione, l’aquila, andata perduta proprio in Alaska negli anni ottanta.

Il trio giunge a Portland dove trovano il vecchio Finea, il cieco veggente, ritornato in vita con l’apertura delle Porte della Morte. Finea promette che rivelerà la posizione di Thanatos in cambio della cattura di un’arpia di nome Ella. Prima di catturala però, i semedei si rendono conto che Ella è in grado di memorizzare tutto ciò che legge, e decidono di giocare con Finea poiché il veggente è interessato solo a sfruttare l’arpia per la sua enorme conoscenza delle profezie (ha memorizzato il libro sibillino, andato perduti secoli orsono). Finea e Percy dovranno bere una fiala di sangue di Gorgone di cui una uccide e l’altra guarisce. Il veggente finisce per morire e il trio scopre la posizione di Thanatos: il ghiacciaio di Hubbard.

Durante il viaggio che li porta in Alaska, incontrano le Amazzoni, che si trovano ad affrontare un problema interno al gruppo: Otrera, la fondatrice delle Amazzoni sfida Hylla, sorella di Reyna e attuale capo del gruppo, a un duello che deciderà chi sarà la regina. Hylla si mette subito dalla parte di Percy, Hazel e Frank mentre Otrera vorrebbe ostacolarli. Con uno stratagemma i tre riescono a fuggire e portano con loro Arion, il cavallo più veloce del mondo degli dei, che si affeziona subito a Hazel, ricambiato dalla semidea romana che ha sempre desiderato un cavallo.

Il viaggio prosegue e Frank rivela che la sua vita dipende dal pezzo di legno che si porta sempre dietro: una volta bruciato del tutto egli morirà. Hazel racconta della sua vita passata, ella è figlia di Plutone (in quanto tale è sorellastra di Nico) ed è morta decenni orsono. Il padre la ha riportata in vita con uno scopo preciso, quello di sconfiggere il gigante Alcione che, nella sua vita precedente, Hazel stessa, costretta dalla madre impazzita e controllata da Gea, aveva aiutato a ridestare.

Quando finalmente raggiungono il ghiacciaio trovano Thanatos (il sexy dio della morte, mi chiedo il perchè la morte in versione maschile sia sempre sexy) in catene. Queste non possono essere rotte se non fuse dal “fuoco della vita”, ovvero quello che brucia sul pezzo di legno di Frank. Il ragazzo comincia a sciogliere le catene mentre Hazel attacca Alcione, che a sua volta evoca una legione fantasma che viene sconfitta da Percy entrato in possesso dell’aquila dorata della legione. Frank libera Thanatos bruciando gran parte del suo bastone, poi va ad aiutare Hazel e impara ad usare il suo potere di parte materna: può trasformarsi in qualunque animale desideri. Riesce a stordire il gigante e lo trascinano al di là del confine, in Canada, dove Hazel può ucciderlo (Alcione è l’unico gigante che può essere ucciso dai semidei senza l’intervento divino, poiché strettamente legato a un luogo, l’Alaska).

Il trio si affretta a tornare al Campo Giove grazie ad Arion. I ricordi di Percy sono ormai quasi tutti tornati al loro posto e giunto al Campo romano, con l’aiuto di Tyson e della signora O’Leary (mandati lì da Jason), della legione romana e delle Amazzoni, respingono l’esercito del gigante Polibote. Percy affronta il capo dell’esercito nemico a duello, mentre il resto del Campo combatte i mostri, e lo sconfigge. Alla fine della battaglia al Campo arriva una nave volante con quattro semidei e il coach Hedge. Mentre Percy prega che ci sia Annabeth, i romani si preparano a qualunque evenienza. Scendono Piper, Jason, Leo e Annabeth che propongono un’alleanza: Campo Mezzosangue e Campo Giove per concludere la Seconda Grande Profezia e combattere contro Gea.


Il Marchio di Atena.3Dnn+9_2B_gra_9788804647539-eroi-dell-olimpo-3-il-marchio-di-atena_original

 “La figlia della Saggezza da sola camminerà.

Il marchio di Atena su Roma brucerà.

Il respiro dell’angelo che ha la chiave dell’eterna morte,

i gemelli soffocheranno, se lo vorrà la sorte.

La rovina dei giganti si erge pallida e dorata,

e sarà vinta col dolore in una prigione intricata.”

Annabeth, Jason, Leo, Piper e il coach Hedge, a bordo della “Argo II”, raggiungono il Campo Romano. Dopo aver superato Terminus, il dio dei confini, sbarcano al campo, dove la figlia di Atena atterra Percy indecisa se ucciderlo o baciarlo. Reyna, convinta dai ragazzi (sopratutto da Jason che è a sua volta Pretore) accetta la missione e decide di mandare Percy, Hazel e Frank con gli altri quattro semidei.

Sono ancora a terra che però iniziano i problemi: Leo, rimasto sulla nave, fa fuoco su Campo Giove con le baliste. I sei semidei a terra si affrettano a salire sulla nave e scappano, inseguiti dai Romani, mentre cercano di capire perchè Leo abbia fatto fuoco.Scoprono infatti durante il viaggio, con l’aiuto di Hazel che riesce a vederli e con quello di Pipier che, grazie al dono della madre (la lingua ammaliatrice) riesce a obbligare a rispondergli, che Leo (e in seguito Percy e Jason che arrivano persino a scontrarsi fra loro) sono stati possseduti da alcuni spiriti, i cosiddetti “eidolon”, mandati da Gea con lo scopo preciso di instigare una guerra fra i due campi. Scopo che è stato raggiunto perfettamente dal momento che non solo ci si mettono mostri dei più disperati, ma persino i romani con le loro aquile a cercare di fermare il viaggio dei sette semidei.

Dopo varie difficoltà (fra cui un incontro con il grande Ecole) riescono a raggiungere Roma, consapevoli che la profezia che si trovano ad affrontare obbligherà Annabeth a separarsi dal gruppo per ordine della madre, che le ha affidato il compito di seguire il suo marchio, cosa che a Percy non va per niente a genio. Nel frattempo Leo, Hazel e Frank vanno alla ricerca di Nico, catturato da due giganti Efialte e Oto, e a cui resta poco da vivere dal momento che i due giganti gemelli lo hanno rinchiuso in na specie di botte e il figlio di Ade, per sopravvivere, sta andando avanti mangiando dei semi magici che, però, sono quasi finiti. Finiscono però nell’antico covo di Archimede e cadono in una trappola di Gea da cui riescono a liberarsi solo grazie a Leo e alla sua abilità. Il ragazzo riesce infatti a rimettere in sesto e ad usare le macchine del grande inventore.

Percy, Piper e Jason raggiungono Nico, dopo essere quasi annegati in un ninfeo, e si ritrovano ad affrontare i giganti fissati con lo spettacolo. Con un ottimo lavoro di squadra i tre ce la mettono tutta fino all’arrivo di Leo, Hazel e Frank e infine, grazie all’intervento di Dioniso, riescono a sconfiggere i due giganti e salvare Nico. Risalgono poi a bordo dell’Argo II, per andare a cercare Annabeth.

La figlia di Atena ha seguito la sua strada, percorrendo la strada degli eroi che prima di lei sono rimasti uccisi nel tentare l’impresa, ella riesce grazie alle sue abilità a superare le prove che le si parano davanti e raggiunge il luogo dove si trova la statua della Athena Parthenos. Si tratta della famosa statua di 12 metri, rubata dai romani dopo la sconfitta di Atene. Atena ed Era pensano che la statua sia il solo modo per far riappacificare i greci e romani. Questi ultimi infatti, dopo l’assalto al campo, hanno deciso di muovere guerra al campo Mezzosangue. Al comando adesso è Ottaviano, figlio di Apollo che, approfittando della situazione, vuole diventare imperatore e distruggere i greci che considera da sempre nemici giurati dei romani.

Annabeth si trova però a dover fronteggiare il nemico giurato della madre, la sua più grande paura, la guardiana della statua: Aracne. Ella ha giurato che avrebbe ucciso ogni figlio di Atena che avesse anche solo provato ad iniziare la ricerca della statua, come vendetta verso Atena che la trasformò in ragno. Annabeth, nonostante la fobia e il terrore che la attanaglia, si rende presto conto che Aracne è piena di sé e orgogliosa delle sue splendide tessiture. La ragazza gioca così d’astuzia e sfruttando il desiderio di gloria di Aracne, la convince a tessere una enorme trappola cinese per le dita. Aracne, pregustando già di vedere la sua enorme scultura sull’olimpo e ignara della trappola, non se lo fa ripetere due volte, consapevole che in ogni caso la figlia di Atena non avrà scampo. Termina in poco tempo ed Annabeth, figendo un difetto nella tessitura, la porta ad entrare nella trappola che blocca l’enorme ragno al suo interno. Vani i tentativi di questa di liberarsi dal momento che, più uno si agita per cercare di sbrogliarsi, più uno resta impigliato.

Raggiunta dagli altri semidei, i ragazzi si preparano a trasportare la statua ma il peso di questa e la lotta con Aracne sfonda il pavimento ed apre un baratro nel vuoto che conduce dritto al Tartaro. I sette semidei e Nico cercano di recuperare la statua ma Aracne lancia una ragnatela e blocca Annabeth cominciando a trascinarla con sé nella caduta. Percy riesce ad afferrarla ma non ha modo di salvarla e quindi decide di lasciarsi cadere insieme a lei nel Tartaro, non prima di far promettere a Nico di condurre gli altri semidei alle Porte della Morte, in Grecia, mentre loro due avrebbero attraversato il Tartaro e raggiunto l’altro lato delle Porte che si trova lì poichè per chiuderle ed impedire ai mostri di tornare in vita di continuo, l’unico modo è farlo da entrambi i lati contemporaneamente.

TO BE CONTINUED…

“Caro Bogart” di Jonathan Coe #recensione

“Caro Bogart” di Jonathan Coe #recensione

 

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By She

Si va a trovare il nonno e si finisce per portare a casa dei libri, come se uno non ne avesse abbastanza a casa propria.

Edizioni economiche con illustrazioni di copertina in stile Roy Lichtenstein e volantini pubblicitari di eventi datati estate 1977 come segnalibri dimenticati a parte, si scova un titolo super-universale e super-economico (così si chiama la collana) uscito nel 2004 per la Feltrinelli –  i tempi corrono e il mercato si allontana dall’immagine in salotto: a quanto vedo dal sito, ha già cambiato copertina.

L’autore è Jonathan Coe (La famiglia Winshaw, La banda dei brocchi), biografo, in questo caso, di un personaggio. La storia di Humprey Bogart non potrebbe essere raccontata meglio da Coe della biografia inventata di un personaggio fittizio.

Tempo di lettura: un pomeriggio.

E’ breve, ma per quanto Bogart “Bogey” fosse attore la spinta maggiore che si prova, anche solo a conoscerlo ricordato, è di mettersi nei suoi panni.

Scoprendo il suo debutto disordinato, le collaborazioni mal digerite e i vizi capitali di Bogey, non posso far altro che chiedermi: “Come è possibile che Casablanca sia uno dei film più famosi della storia e che io stessa lo abbia apprezzato senza sospettare che la buona riuscita fu dovuta soprattutto alla fortuna?”

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Una ragionevole dose di pericolo fa bene alla salute. (cit. Sam Spade – Humphrey Bogart ne “Il Mistero del Falco”)

A dare ascolto a Coe, la Hollywood degli anni ’30 e ’40 era un ammasso di scrittori, registi, attori che si aggiravano in un mondo per noi inimmaginabile. Per trent’anni, l’immaginario collettivo sembra essere stato plasmato da sceneggiatori che potevano abbandonare baracca e burattini a pochi giorni dalle riprese, registi e collaboratori abituati esperti nella tecnica patchwork, tanto che a volte l’insuccesso del film era attribuibile alla sua incomprensibilità. Produttori ed artisti che confondevano “il farabutto” sullo schermo con l’attore alcolizzato e in cerca di lavoro che lo interpretava.

Cosa ha reso Bogey un divo? Dietro alla spessa coltre costituita da lui stesso, si intravede la sua bravura, sensibilità, tenacia. Forse, l’insofferenza per le leggi del mercato, che lo resero uno stoico o un cinico piuttosto che un ribelle. Proprio come per i personaggi di fantasia, bisogna scavare tra le righe per incontrare Bogart l’attore: lui stesso, con i suoi tic, la faccia segnata e la stempiatura, è un ruolo abnorme e la sua più grande interpretazione.

Guardando Casablanca o il Mistero Del Falco, non si ha l’impressione di entrare in contatto con Rick o con Sam Spade, ma che Bogart abbia colmato il vuoto lasciato da questi personaggi di fantasia con se stesso e faccia del suo meglio per mostrarci “cosa avrebbe fatto Bogart se fosse stato Rick”.

Bogart è un personaggio fuori dal comune, fatto di immagini, suono ed immaginazione – grazie a Coe, anche di parole, infine.

Malgrado gli anni ’40, con i loro bianchi e noir, siano andati da un pezzo, Bogey ritorna e noi lo conosciamo bene, non solo grazie ai classici in dvd ma a (re)interpretazioni e (ri)visitazioni. Il Bogart amico immaginario di Woody Allen in Provaci ancora, Sam è proprio lo stesso Bogart che indossa lo smoking spezzato al club Rick’s.

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Se ti va bene, uscirai di prigione fra vent’anni, e allora potrai cercarmi di nuovo. Sempre che non decidano di stringere il tuo grazioso collo con un cappio… Sì, tesoro, ti faccio andare in vacanza. Avrai qualche speranza di salvare la vita: il che vuoi dire che se fai la brava ci rivedremo più o meno tra una ventina d’anni. Se invece t’impiccano, ti ricorderò per sempre. – cit. “Il Mistero del Falco”

Una curiosità: una farsa imperdibile di Humphrey e della moglie Lauren Bacall risale alla fine degli anni ’40. Nel cartone animato “Click Hare” (1947), parodia di un esclusivo club di Los Angeles e dei suoi frequentatori, in cui Bogart ordina per cena coniglio e viene in cambio beffato da Bugs Bunny.

“Bacall to Arms” (1946) è invece una parodia del primo film che vide Bogart e la Bacall insieme, “To have and have not” del ’44.

A conclusione, non posso non ricordare la profondissima ordinazione di Bogey del calzone tonno e funghi:

Fare ricerca: roba da poeti! #noialtri

Fare ricerca: roba da poeti! #noialtri

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by She

SPOILER ALERT: In questo articolo non si tiene conto di ruoli standard e socialmente accettati – perdete la speranza o voi che leggete! (E fatevi una risata…)

Mi è capitato di concedermi la visione di una serie BBC il cui titolo è tutto un programma – Desperate Romantics – ficton ad alti contenuti romanzati sulla lega dei pittori preraffaeliti andata in onda su Laeffe.

Sono troppo sexy...

Sono troppo sexy…

Sento che potrebbe far storcere il naso agli esperti e ai veri Appassionati, quelli con la A maiuscola: Aiden Turner è un po’ troppo palestrato per il ruolo di Gabriel Rossetti, come lo era anche per il ruolo del nano belloccio ne Lo Hobbit (un bello che si trova sempre nel ruolo sbagliato al momento sbagliato, a quanto pare). Ma non vogliamo concederci una divertente, farsesca rappresentazione di una confraternita di pittori rivoluzionari di due secoli fa?Eppure, la mia vena carnevelesca non era abbastanza per spiegare il mio coinvolgimento: c’era qualcosa che mi faceva sentire estremamente solidale.

Ripercorro le immagini, come se le stessi ricordando: tre giovani che sfidano la teoria consolidata della pittura perché credono nel progresso dell’arte, l’amicizia che ci intreccia al lavoro, le sbicchierate per celebrare conquiste futili e consolarsi di tutto il resto, mangiare poco e rinunciare al riscaldamento (senza perdere il buon umore), dipendere, per la propria carriera, dall’approvazione di un mentore e dalla risonanza del pubblico. Infine, la mostra: i quadri dei giovani appesi alla parete, di fronte ai quali passeggiano vecchi accademici e critici parzialissimi che sono assai scettici che questi sbarbatelli che pensano solo a fare sesso possano mettere a frutto il loro talento, sempre che lo abbiano! L’ho vista e l’ho riconosciuta: questa non è una mostra, è una fiera della scienza.

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Ecco un’affollata poster session

Mi sono chiesta: nel nostro mondo, quello dei social e del self publishing, chi è che vive ancora nella condizione di “pubblicare o perire”? La risposta è “i ricercatori”.

Gli scienziati e i ricercatori annegano in un mare di letteratura e devono avere doti di scrittura notevoli – quando gli si richiede un articolo breve, si chiedono 6000-7000 parole.

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“Il bando per la presentazione del progetto scade tra 5 minuti”

“Se vuoi provare a te stesso di essere capace di essere uno scrittore, mettiti di fronte al computer una notte e scrivi 20000 caratteri” – non è un citazione letterale, ma è stato Ian McEwan a dirlo.

Oltre alla scrittura, alla pubblicazione e alla spada di Damocle dei revisionatori e degli accademici, lo stile di vita del ricercatore è di sicuro disperatamente romantico: può ingerire litri di birra in un fine settimana, migrare verso un ateneo che dista come minimo 300 chilometri da casa e dalla più vicina conoscenza, non ha fissa dimora, continua a cercare strenuamente di consolidare la propria posizione fino ai 35-40 anni e fa economia sul cibo.

I ricercatori non sono solo scienziati (come se gli scienziati fossero tutti uguali poi: provate a mettere in una stanza un ricercatore di ingegneria e uno di etologia – ne può venir fuori un trattato, un figlio o un tentato omicidio), ci sono anche umanisti di ogni specie, dall’egittologia, all’anglistica, alla teologia, alla storia dell’arte. All’interno di ogni disciplina, infinite correnti e tipi umani, contrattazioni e convivenze, soprattutto scrivanie disordinate e cassetti in cui si dimenticano spazzolini, cartoline, caramelle – non è romantico?

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Abbiamo ottenuto il finanziamento europeo… NO.

Inoltre, se vi capita di andare a perlustrare le mansarde parigine e londinesi, affittate a caro prezzo ed in pessimi quartieri, alla ricerca dell’artista dei vostri sogni… ricordate di chiedere al coinquilino cosa fa nella vita. Se non fa il cameriere per imparare la lingua, è probabile che sia un ricercatore.

Anche la caratterizzazione “negativa” che una volta si affibbiava allo scrittore di poesie che rinunciava a portare avanti l’impresa di famiglia e al pittore che sceglieva di ritrarre prostitute è stata ereditata da questa manciata di avventurieri: puerili, illusi, sanguisughe, snob. Quando poi il ricercatore è donna il ritornello dei luoghi comuni potrebbe essere facilmente scambiato per quello che, centinaia di anni fa, si deve essere sorbita Jane Austen: “Ma non pensi a farti una famiglia? Deve aver scelto di lavorare con il cervello perché è orribile! E’ inutile che si lamenti dei ritmi… si è scelta un lavoro da uomo!” per poi arrivare in gloria alle famose battute sulle lacrime.

Non ho dubbi: potrei avere una conversazione con Gabriel Rossetti o John Keats sui fastidi della vita da libera pensatrice, progressista ed artist… ahem, ricercatrice scientifica.

Fantasticando sui miei eroi della sera, sono giunta alla conclusione di non essere poi così strana e che in fondo lo sconcerto dei miei parenti di fronte alla mia scelta di vita non è niente di nuovo nella storia delle scelte professionali.

Perché ho scelto di fare ricerca? Principalmente per lo stesso motivo per cui ho scelto di studiare Medicina. E per lo stesso motivo per cui amo la letteratura sopra ogni cosa. Un errore dopo l’altro, e uno più radicale dell’altro. Ma d’altronde, non è sempre stata così priva di logica, all’apparenza, la vita di chi non riesce a fare a meno di seguire la poesia? Tutto torna. E’ folle e disperatamente romantico.

"E questo è solo il primo anno di dottorato..."

“E questo è solo il primo anno di dottorato…”

Studiare letteratura: roba da donne? #noialtri

Studiare letteratura: roba da donne? #noialtri

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By Eliza

TRIGGER WARNING: questo articolo contiene riferimenti alla teoria del giender!!1!1

Astenersi deboli di cuore.

Quando, ormai molti (troppi) anni fa, dopo l’esame di maturità, venne il momento di decidere quale facoltà scegliere per il mio futuro percorso accademico, avevo molte idee confuse, ma una sola ben chiara e definita: non sarebbe stato niente di scientifico.
matilda
Fin da bambina mi ero distinta per la mia natura sognatrice e fantasiosa. Divoravo libri uno dietro l’altro, passavo ore davanti alla vecchia macchina da scrivere di mio nonno inventando storie e fiabe e non amavo particolarmente dover tenere i piedi per terra. La mia testa fluttuava continuamente in un empireo popolato dalle mie fantasie infantili e dai personaggi dei libri che amavo, un paradiso tutto mio dal quale venivo bruscamente richiamata quando la realtà mi si parava davanti e io ero troppo impegnata a fantasticare per notarne l’incombere minaccioso – una volta sotto forma di un palo, l’incontro con il quale fu particolarmente doloroso.

Fu quasi inevitabile per me, nell’iniziare la scuola elementare, decidere con una certa risolutezza che avrei passato il resto della mia vita ad amare materie come italiano o educazione artistica e odiare la matematica, cosa che mi impegnai a fare sin dal primo problema di matematica (“Luca e Mara hanno 5 mele. Se Luca ne mangia 2, quante mele rimangono a Mara?”).
Questa mia ferma risoluzione fu stimolata dal fondamentale apporto di una disastrosa serie di insegnanti che, dalle medie in poi e con rarissime eccezioni, fecero sì che la matematica e, successivamente, la fisica, diventassero per me bestie nere e materie mortalmente noiose e aride.
Si può dunque immaginare l’euforia con cui conclusi la mia ultima interrogazione di fisica: da quel momento in poi, ufficialmente, non avrei mai più dovuto avere a che fare con niente di anche solo vagamente matematico!

Con gli anni ho fatto pace con le materie scientifiche, tanto che ultimamente mi sono dedicata alla lettura di un saggio divulgativo di fisica. Se l’avessero raccontato alla me stessa di otto anni fa, non ci avrebbe mai creduto! Fatto sta che, otto anni fa, dopo la maturità e ancora provata da anni di lotte contro la matematica e la fisica, scelsi la triennale in Lettere e iniziai il mio percorso di studi (che allora non immaginavo sarebbe stato accidentato e faticoso quanto poi si è rivelato essere).

Fin qui tutto bene, giusto? Avevo scelto di assecondare la mia natura, giusto? Avevo scelto un campo di studi che mi interessava, giusto?
Più o meno.

Tralasciando il fatto che, per motivi che non starò a elencare, ho finito per odiare il corso di laurea in Lettere, ma che fortunatamente sta andando molto meglio con la specialistica in Traduzione, in tutti questi anni di studi umanistico-linguistici un tarlo ha continuato a tormentarmi, ossia il pensiero di aver scelto un percorso di studi “tipicamente femminile”.

Questo senso di inadeguatezza, di dover continuamente dimostrare qualcosa, mi accompagna in molti momenti e aspetti della mia vita: quando guido e mi sento in dovere di dimostrare che so guidare bene, perché se sbagliassi un parcheggio in retromarcia o ingranassi la marcia sbagliata sarebbe perché sono una ragazza e “donna al volante, pericolo costante”; quando devo aprire un barattolo o montare un mobile Ikea e non voglio dare segni di cedimento o di fatica perché non mi va di veder arrivare l’uomo del momento che prenda il mio posto dicendo “Donna, lascia fare a me”; quando in situazioni di crisi e/o sconforto, sento le lacrime salire gli occhi (piango per i motivi più svariati, dalla tristezza alla rabbia, dallo stress alla gioia) e cerco di ricacciarle indietro perché non vorrei che qualcuno pensasse di imputarle a sbalzi ormonali o anche al ciclo mestruale, che è sempre molto comodo additare a giustificazione dei malumori femminili.

Stesso discorso per il campo di studi che avevo scelto: lo avevo intrapreso perché, per un motivo o per un altro, era quello che mi interessava, o lo avevo scelto perché “è una facoltà da donne”? Cosa vuol dire una facoltà da donne? Forse che è frequentata per la maggioranza da donne? E perché è frequentata per la maggioranza da donne? Effettivamente, i miei compagni di classe, per la maggior parte, erano e sono donne. Avevo fatto la scelta più facile? Sono solo un altro numero in una statistica?

Il disagio aumentava ogni volta che mi veniva fatta la fatidica domanda “E tu cosa studi all’università?”, specie se a farmela era un uomo.  “Faccio lettere…”, “Studio traduzione…” e il sorrisino di circostanza sul volto dell’interlocutore o a volte delle battutine sarcastiche mi facevano sprofondare. Certo, dire “studio lettere” non suona figo quanto “studio medicina” o “ingegneria aerospaziale” e questo vale per tutti, uomini e donne. Probabilmente la prima cosa che la maggior parte della gente pensa è “Non troverà mai lavoro” o “Che facoltà inutile”, anche se la risposta “Studio lettere/traduzione/filosofia” viene da un uomo. Nel mio caso, però, sentivo che, oltre a tutto questo, pesasse anche il fatto che io sono una ragazza e che, in quanto tale, era naturale che avessi scelto quel campo di studi. Qualche volta me lo sono pure sentito dire apertamente: “Be’, sei una ragazza, che te lo chiedo a fare?” Eh sì, del resto cos’altro potrebbe scegliere una femmina? Carina lei, gioca a fare la letterata. Pat pat.

Purtroppo l’idea che esistano “facoltà da uomini” e “facoltà da donne” è ancora dura a morire, tant’è che mi è pure toccato sentirlo dire da donne che si proclamano femministe e orgogliose del loro essere donna. Secondo questa visione del mondo, uomo e donna hanno, in quanto tali, attitudini e capacità diverse – gli uomini scientifiche e pratiche, le donne letterarie e artistiche – e il peso dei condizionamenti sociali, dell’educazione, delle aspettative e dei ruoli che vengono imposti all’individuo fin dalla più tenera età non conta niente (a questo proposito segnalo un interessante articolo realizzato da un gruppo di studiose della Sapienza). Il che non è altro che una versione un po’ diversa e condita con psicologia spicciola alla Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere del vecchio adagio: l’uomo è predatore, cacciatore, quello che porta i soldi a casa, la donna è moglie e madre, l’angelo del focolare.
Sì, perché è risaputo che Samantha Cristoforetti è arrivata dove è arrivata scrivendo poesie e traducendo versioni dal latino, vero? Ma no, certo, obiettano i sostenitori delle facoltà al femminile, ovviamente esistono eccezioni a questo paradigma, donne che eccellono in campo scientifico e uomini che si affermano negli studi umanistici, ma queste sono, appunto eccezioni, se non scherzi della natura. Difatti la Cristoforetti, con quel taglio corto e neanche un filo di trucco, non ci ha mai convinto troppo come donna (giuro che ho letto commenti di questo tenore. Lo giuro).

Ma al di là di luoghi comuni fasulli e fuorvianti che vorrebbero tutte le donne creature delicate e sensibili intente a declamare poesie d’amore e intrecciare fiori e gli uomini decisi e impavidi esploratori del mondo e della scienza, il problema che mi preme principalmente è un altro, ossia la svalutazione delle facoltà umanistiche in quanto, appunto, facoltà “femminili”, inutili, improduttive, astratte. Aria fritta, insomma. Proprio quello che si addice al cervello femminile.
Io stessa l’ho pensato molte volte, frustrata da ore di studio e da saggi critici totalmente incomprensibili che mi facevano sorgere il dubbio che l’autore stesse scrivendo cose a caso per riempire spazio: aria fritta! Basta fondi alla ricerca umanistica! A che cavolo mi servono queste cose? Così come durante le infruttuose ricerche di lavoro finivo per pensare, esausta e scoraggiata che avrei dovuto studiare qualcos’altro, qualcosa di più remunerativo, come economia, medicina o ingegneria. Così avrei pure contribuito a debellare il luogo comune “facoltà umanistica = facoltà femminile”.

Dead Poets Society
Fortunatamente, qualche tempo fa un bell’articolo scritto dal professor Kevin J.H. Dettmar mi ha aiutato a ritrovare un po’ di senso in quello che faccio. Ed è paradossale che l’abbia fatto distruggendo Dead Poets Society (in italiano miseramente tradotto con L’attimo fuggente) uno dei film che ho amato di più (non a caso) durante la mia adolescenza.

La sostanza dell’articolo è: Dead Poets Society è un film fuorviante perché, attraverso la sua patina accattivante, fa passare la ricerca umanistica per quello che non è, ossia estasi e rapimento senza alcun ragionamento e riflessione critica. Si declamano poesie, ci si lascia trasportare dalla magia delle parole, dall’impeto del romanticismo, poco importa se quelle poesie si siano capite o meno nel loro messaggio autentico e nel loro giusto contesto. È l’ambito delle “sentimental humanities”, quelle che probabilmente fanno sorridere e arricciare il naso a tanti che le ritengono “facoltà da donne”, inutili e fini a se stesse, uno svago piacevole per mogliettine con velleità intellettuali. Questa è probabilmente l’idea che si ha, nell’opinione pubblica, degli studi umanistici ed è per questo che vengono considerati con tanta sufficienza. Dettmar lo spiega chiaramente e spiega anche quanto questa considerazione sia offensiva per gli studiosi dell’area umanistica:

“[…] poiché la poesia, nell’immaginario collettivo, è il regno del sentimento piuttosto che del ragionamento, e il simbolo stesso degli studi umanistici. Per capire quanto questo presupposto sia insensato e offensivo, proviamo a capovolgerlo. Immaginiamo cosa succederebbe se improvvisamente insistessimo sul fatto che i professori di fisica stiano rovinando la bellezza e il mistero e le meraviglie del mondo della natura obbligando gli studenti a memorizzare equazioni. O se chiedessimo al dipartimento di scienze politiche di sospendere i corsi di teoria politica.”

Non ci avevamo mai pensato, vero? Non avevamo mai immaginato che gli studi umanistici – lettere, lingue, filosofia, storia – fossero materie scientifiche non negli argomenti bensì nei metodi e nei princìpi applicati alla ricerca, vero? Non sospettavamo che gli studenti che escono da facoltà umanistiche – quelli almeno che non passano gli anni universitari a vivere di rendita a suon di 18 politici – avessero un’effettiva preparazione, delle competenze, giusto?

E invece, sorpresa sorpresa, è così. Studiare lettere o lingue o filosofia comporta duro lavoro, studio di tomi su tomi, memoria, capacità di ragionamento critico, di creare collegamenti che nessuno ti ha spiegato, di spaziare su un ventaglio ampio di discipline e competenze (antropologia, psicologia, storia, perfino l’anatomia umana!). Ad esempio, vi dice nulla la parola “linguistica”? Indica “la disciplina scientifica che studia il linguaggio umano (inteso come la capacità dell’uomo di comunicare) e le sue manifestazioni (le lingue parlate nel mondo)”. Scientifica. E in quanti sanno cosa sia la filologia? In quanti sanno che comporta un tipo di ricerca di stampo quasi “archeologico”, che comprende la ricostruzione dei testi antichi, la loro analisi comparativa, la capacità di collegare il testo al suo contesto storico e socio-culturale, di trarre deduzioni logiche da tutto questo insieme di dati e variabili?

Ma ciò che caratterizza e rende così complessi gli studi in campo umanistico è principalmente il confronto con l’alterità, da Dettmar così formulato:

“Il potere della letteratura è il potere dell’alterità, creare la possibilità di incontrare l’altro in una forma non facilmente recuperabile, non facilmente assimilabile al proprio io. Leggere bene la letteratura significa lasciarsi sfidare ed emergerne cambiati.”

Certo, la ricerca letteraria o filosofica o artistica probabilmente non daranno risultati concreti, soluzioni a problemi reali della nostra vita. Non sarà la ricerca umanistica a trovare una cura contro il cancro o forme di energia rinnovabili o la ricetta contro la crisi economica. Ma è proprio quest’idea ad aver impoverito tragicamente la cultura e l’istruzione negli ultimi anni, quest’idea utilitaristica dello studio secondo la quale si studia per ottenere un risvolto pratico, che con la cultura si debba mangiare. Non è così e non è mai stato così. La cultura, ci ricorda Stefano Bartezzaghi, è a-utile, un’industria no-profit che non nasce per servire a qualcosa, nasce per l’amore della cultura e del sapere in sé.

Da quando ho letto l’articolo di Dettmar, ho smesso di sentirmi in colpa o inadeguata, almeno sul versante dei miei studi: no, non ho scelto l’area umanistica perché sono una ragazza e la letteratura è roba da donne e no, non devo e non voglio sentirmi da meno per il fatto di aver studiato letteratura. Non ho scelto l’area umanistica perché sono donna, sono una donna che (si dà il caso) ha scelto l’area umanistica come campo dei suoi studi. E gli studi umanistici non valgono meno di studi scientifici, sono solo diversi. In ogni caso, altrettanto validi e rigorosi.

Umanist* di tutti i paesi, unitevi!

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La Casa della Notte di P.C. Cast & Kristin Cast #recensione

La Casa della Notte di P.C. Cast & Kristin Cast #recensione

Specifiche tecniche
Titolo della saga: La Casa della Notte
Autore: P.C. Cast & Kristin Cast
Libri (12):

  1. Marked
  2. Betrayed
  3. Chosen
  4. Untamed
  5. Hunted
  6. Tempted
  7. Burned
  8. Awakened
  9. Destined
  10. Hidden
  11. Revealed
  12. Redeemed

Lingua originale: inglese
Anni di pubblicazione

  • inglese: 2007- 2015
  • italiana: 2008- 2015

Casa editrice italiana: Nord s.u.r.l
Formato: ebook disponibile.
Copertina:

  • Nero e viola sono i colori principali, ma abbiamo sfumature che variano in base al libro, dal rosso, al verde al blu.
  • Spicca il titolo che viene sovrastato da un disegno perfettamente collegato alla trama.

Saga casa della notte


Eccoci qui ad affrontare uno dei sottogeneri fantasy più spinosi e dal quale, al momento, gli autori attingono a piene mani: i vampiri.

Mi sono accostata a questa specifica saga andandoci con i piedi di piombo a causa di Twilight e di tutte le specifiche sui vampiri che nell’ultimo decennio sono state a dir poco distrutte.

Sono un’amante del vampiro classico, ecco tutto, e Twilight lo aveva già abbastanza messo in declino, almeno ai miei occhi (che poi intendiamoci, fino a Eclipse mi era anche piaciuta la saga scritta eh…), quindi avevo scartato fino a qualche anno fa qualunque altra saga che implicasse una distorsione del vampiro ma… eccomi in libreria, attratta da un titolo (almeno a me succede così) e stranamente rapita dalla trama:

  1. niente vampiri vegetariani (grazie al cielo),
  2. niente superpoteri alla X-man (solo abilità potenziate tipo essere un attore bravissimo o un poeta super bravo, salvo ovviamente eccezioni ma comunque non ascrivibili allo stile Twilight),
  3. problemi col sole e vita principalmente notturna,

…insomma era accattivante. Il problema è ovviamente stato lo scoprire che si trattava di una saga in corso e per di più, le scrittrici (eh sì abbiamo di fronte una bella saga a quattro mani) avevano intenzione di scrivere 12 volumi.

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Ora quando ho iniziato la saga l’ebook nemmeno esisteva… dico io, vi immaginate il mio infarto quando ho capito di dover riservare un intero scaffale della libreria a una sola saga?! Ma comunque ne è valsa la pena. Ho amato la Casa della Notte e abbandonarla adesso, alla fine delle sue avventure (che a conti fatti si svolgono nell’arco di nemmeno un anno), mi ha lasciato quel senso di vuoto e smarrimento, quella sensazione dell’aver perso degli amici, quell’amaro in bocca che solo un buon libro ti provoca.

Una saga fatta principalmente di dialoghi, di pensieri, scritta in prima persona dal punto di vista dei diversi protagonisti, o meglio protagonista e coprotagonisti, dato che abbiamo ben chiaro chi è il personaggio principale, ragazzi che sbagliano ma che ammettono i loro errori e sono pronti a fare ammenda, il tutto incorniciato all’interno di una scuola e una città ben definita, in un mondo dove tutti sanno dell’esistenza dei vampiri e dove i vampiri hanno un posto preciso nella società e vengono ammirati come delle super star (in effetti molti sono proprio star del cinema o geni delle scienze e delle arti), dove sono personaggi storici oppure semplici ragazzini terrorizzati che hanno paura di morire perchè il loro corpo potrebbe rifiutare la trasformazione in vampiro. Una saga ben fatta, con uno scenario sacrale talmente definito e dettagliato che fa quasi venire voglia di cominciare a venerare la Dea Nyx.

Adesso che vi ho dato una spiegazione generica dei motivi per cui ho amato questa saga, è tempo che ne faccia un bel riassunto. Sono dodici libri ma cercherò di essere breve perchè, come ho anticipato, alla fine della fiera, si tratta di nemmeno un anno di eventi (che mamma mia se in un anno a una persona normale, succedessero anche solo la metà delle cose che accadono qui, penso che impazzisca prima), talmente concatenati, talmente legati che darò un assaggio generale e lascerò a voi il piacere di scoprire come va a finire: spalancate le porte della Casa della Notte, sarà un viaggio meraviglioso!

 Non sempre l’oscurità si identifica con il male, proprio come la luce non sempre conduce al bene.

La Casa della Notte

[SPORLER ALERT!!]

Zoey Redbird è una normalissima sedicenne che, come molti prima (e sicuramente dopo) di lei, viene prescelta dalla dea Nyx per diventare un vampiro. Viene raggiunta e marchiata come vampiro e portata alla Casa della Notte di Tulsa dove si fa nuovi amici: Stevie Rae, Damien e le due “gemelle” Erin e Shaunee, oltre ad una nemica, Afrodite. Durante i giorni di scuola, Zoey scopre di avere una affinità con tutti e cinque gli elementi: acqua, aria, fuoco, terra e spirito, ognuno dei quali risponde anche singolarmente al suo gruppo di amici. La somma sacerdotessa della scuola Neferet diventa la sua mentore, essendo la giovane una prescelta della dea, ma questo causa ancora di più le ire di Afrodite che, prima dell’arrivo di Zoey, era la prescelta di Neferet e di Erik, il quale la lascia per Zoey. Afrodite cerca di liberarsi della ragazza, ma qualcosa nel suo piano va storto e lei viene allontanata dalle Figlie Oscure (una specie di “club per vampire” ) e Zoey viene messa da Neferet a capitanarle.

markedLa tranquillità dura molto poco: Stevie Rae muore perchè il suo corpo rifiuta la trasformazione e Zoey scopre che la sua mentore, Neferet è in realtà malvagia e con i novizi morti crea un nuovo tipo di vampiro, i novizi rossi, destinati ad essere vampiri rossi (il vampiro classico ha tatuaggi blu). Nel frattempo si crea un legame fra Afrodite e Zoey, le uniche a cui Neferet non riesca a leggere nel pensiero (Afrodite è infatti stata benedetta della Dea Nyx con il dono della premonizione) mentre cominciano i problemi sentimentali che la nostra protagonista si porta dietro per tutta la saga: Heath, il suo ex ragazzo umano, non ne vuole sapere di averla persa e si crea un triangolo che peggiora quando la ragazza crea un imprinting con lui.

Zoey cerca una cura per far tornare Stevie Rael la sua Stevie Rae e ridarle l’umanità che la trasformazione in novizio rosso e Neferet le hanno sottratto. La somma sacerdotessa però detesta la novizia e la fa sedurre dal suo stesso amante, distruggendo il rapporto della giovane sia con Erik che con Heath che con i suoi amici ai quali non aveva detto niente e si sentono traditi.

Zoey riesce a riallacciare i fili delle sue relazioni e diventa amica di Afrodite che comincia ad avere visioni sulla morte di Zoey. Arriva intanto alla Casa della Notte Stark, un ragazzo che Nyx ha benedetto con una mira infallibile, ovunque lui vuole che le sue frecce vadano quelle colpiscono. Sta nascendo qualcosa fra lui e Zoey ma Stark rifiuta la trasformazione e diventa un novizio rosso. Zoey viene a sapere che Neferet sta cercando di allearsi con Kalona, un potente immortale. I suoi figli, i Raven Mockers, provocano un incidente a nonna Redbird che cade in coma. Successivamente, la giovane novizia, tramite un cerchio magico, riporta l’umanità in Stevie Rae, facendola diventare la prima vampira rossa della storia. Tutto ciò, però, ha un prezzo: Afrodite torna umana. Zoey decide di rivelare a tutta la scuola i piani di Neferet, ma la Somma Sacerdotessa le tende una trappola: con l’aiuto di Stark, tornato dalla morte come novizio rosso malvagio al suo servizio, colpisce Stevie Rae con una freccia. Il sangue della vampira bagna il terreno e Kalona si libera dalla sua prigione sotterranea. Mentre nella Casa della Notte regna il caos, Zoey e il suo gruppo, insieme a Erik, Dario (guerriero della dea Nyx innamorato di Afrodite) e gli altri novizi rossi, scappano dalla scuola e si nascondono sottoterra, dove si preparano per la lotta contro il male.

Zoey comincia a sognare l’immortale alato (Kalona ha un bel paio di ali nere) ma resiste al suo richiamo e torna con Erik. Stevie Rae, per guarire dalla ferita, morde Afrodite (con il consenso della stessa) e tra le due ragazze si crea un imprinting. Intanto nei tunnel dello scalo ferroviario dove si sono rifugiati conoscono altri novizi rossi che hanno ritrovato l’umanità; ignorano invece che nascosti nei tunnel se ne trovano altri, che sono però dalla parte di Neferet. Zoey, mentre cerca di proteggere Heath, viene ferita gravemente e l’unico modo per impedire che muoia è riportarla alla Casa della Notte dove può stare con dei vampiri adulti. Nella scuola la presenza di Kalona sta portando studenti e professori ad abbandonare la via di Nyx. Zoey riesce a convincere Stark a tornare dalla parte del bene: egli le presta il Giuramento di Guerriero e si trasforma nel secondo vampiro rosso esistente. Il gruppo di Zoey scappa di nuovo dalla Casa della Notte e si rifugia nell’abbazia benedettina, dove vengono raggiunti da Kalona e Neferet ma riescono a sconfiggerli ed allontanarli da Tulsa.

Zoey è confusa per la sua situazione sentimentale con Heath, Stark ed Erik, che lascia perché geloso e possessivo mentre Dario diventa il Guerriero di Afrodite, ormai riconosciuta come profetessa di Nyx. Stevie Rae trova un Raven Mocker ferito, Rephaim, e, lo aiuta a riprendersi e Zoey scopre di essere la reincarnazione di A-ya, una ragazza di creta creata dalle sacerdotesse Cherokee per amare Kalona e imprigionarlo sottoterra. Neferet e Kalona vogliono riportare in vita le antiche usanze vampire e stanno cercando di ottenere la fiducia del Consiglio Supremo dei Vampiri, a Venezia, (e si di nuovo Venezia, a quanto pare la nostra bellissima città lagunare attira un sacco di vampiri) fingendo di essere Nyx incarnata ed Erebo, consorte della Dea. Il gruppo di novizi con Heath, si reca a Venezia per fermarli. Zoey scopre che Kalona era il Guerriero di Nyx e, poiché l’amava troppo e ne era divenuto geloso, la Dea l’ha cacciato dal suo regno. Stevie Rae, rimasta a Tulsa, si reca dai novizi rossi malvagi per convincerli a passare dalla parte di Nyx, ma cade in trappola e rischia di morire bruciata dal sole. Rephaim la salva e la vampira, per riprendersi dalle ferite, beve il suo sangue, spezzando l’imprinting con Afrodite e stabilendone uno con Rephaim. A Venezia, Heath origlia una conversazione tra Neferet e Kalona, che lo scopre e lo uccide ma a causa del forte legame che li unisce l’anima di Zoey va in pezzi.

Ritrovatasi nell’adilà, che è anche il regno di Nyx, con Heath, la giovane novizia non vuole rimettere insieme le parti di sé perchè questo significherebbe abbandonare il ragazzo, tuttavia ciò la porterebbe a diventare un essere senza pace. Neferet costringe Kalona a seguire a ragazza per ucciderla una volta per tutte, assicurandosi che resti morta. I novizi hanno solo pochi giorni per salvare Zoey e scoprono che l’unico modo per farlo è far sì che Stark. guerriero della giovane, la raggiunga e riesca a riportarla indietro. Stark però per raggiungere il regno della dea deve accettare anche la sua parte malvagia e diventare un guardiano, oltre che un guerriero e così fa riuscendo a trovare Zoey e convincendo Heath a proseguire la sua strada senza la ragazza che ama profondamente, vengono attaccati da Kalona e per salvare Stark, Zoey riforma la sua anima frantumata. Stevie Rae e Rephaim intanto hanno scoperto di essere innamorati ma il ritorno di Kalona non può che renderli nemici.

Non essendo riuscito a distruggere Zoey, Kalona è costretto ad obbedire a Neferet (che odia) poiché ha giurato sulla sua anima immortale, ma Rephaim lo aiuta a capire che egli non è più immortale, avendo, su costrizione di Nyx, donato una sua parte di anima a Stark. Per testare la sua nuova libertà Kalona e Rephaim si recano alla Casa della Notte durante un funerale dove Neferet annuncia di essersi pentita di aver tradito la Dea e di voler tornare nella luce. Con l’arrivo di Rephaim tutti vengono a sapere del suo imprinting con Stevie Rae e lui decide di abbandonare le tenebre e seguire la strada della dea. Kalona lo scioglie dal giuramento di fedeltà che lo lega a lui e la dea benedice il Raven Mocker donandogli un corpo umano durante la notte ma uno da corvo di giorno. Nel frattempo l’immortale, ormai libero di Nefert, se ne va e la Somma Sacerdotessa decide di allearsi con la Tenebra stessa (rappresentata da un toro bianco) a cui chiede uno strumento per uccidere definitivamente Zoey. La Dea Nyx interviene poiché sa che altrimenti Zoey non ha speranza. Neferet sacrifica la madre della ragazza per avere ciò che chiede ma il sacrificio non è abbastanza potente e la Dea si mostra a Heath e gli propone di scegliere fra tre soluzioni: rimanere nell’Aldilà, tornare umano o entrare nello Strumento, rendendogli difficile la missione di uccidere Zoey. Heath sceglie l’ultima opzione.

Zoey è triste per la morte di sua madre e accetta di presenziare ad un rito di purificazione della terra dove è avvenuto l’omicidio. Neferet intanto mette Aurox, lo Strumento che lei presenta come dono di Nyx, a guardia della Casa della Notte. Aurox ha il potere di assorbire le emozioni negative e trasformarle in forza, ma non riesce a fare altrettanto con quelle di Zoey, che a sua volta non riesce a capire perché si senta agitata ogni volta che vede il ragazzo. Erik, diventato Rintracciatore, Segna una ragazza, Shaylin, con un Marchio di colore cremisi: il dono della nuova novizia rossa è la Vista Assoluta, che le permette di vedere la vera anima delle persone. Kalona decide di vendicarsi di Neferet e si riunisce con i suoi Raven Mocker, ma sentendo la mancanza di Rephaim cerca di riportarlo da lui. Rephaim vorrebbe credere che il padre sia cambiato, ma Stevie Rae lo scoraggia. Solo Shaunee lo sostiene, memore di quello che ha passato con i propri genitori, e la sua presa di posizione la porta a litigare con Erin. Su richiesta del Consiglio Supremo, la vampira Thanatos raggiunge la Casa della Notte e consiglia a Zoey, che vuole scoprire la verità sull’omicidio di sua madre, di trasformare il rito di purificazione in un rito di svelamento, in cui rivivere la notte della tragedia. Durante il rito, mentre scoprono che l’assassina è Neferet, Aurox attacca Rephaim: egli è stato mandato dalla Tsi Sgili (nuovo appellativo di Neferet), che non vuole che si sappia la verità. Il ragazzo viene resuscitato da una lacrima di Kalona, chiamato da Stevie Rae. Prima che Aurox se ne vada, Zoey lo osserva attraverso la sua pietra del veggente, vedendo in lui Heath. Thanatos si proclama nuova Somma Sacerdotessa, mentre Kalona decide di allearsi con loro, votandosi come suo Guerriero e diventando professore di spada a scuola.

Neferet, lasciata la Casa della Notte, organizza una conferenza stampa in cui finge di non essere stata bandita dalla società dei vampiri e sostiene che i vampiri rossi, soprattutto Stark, siano molto pericolosi. Thanatos organizza una seconda conferenza stampa, annunciando l’apertura della scuola agli umani e l’organizzazione di una open night con sportello lavoro. Contemporaneamente, Aurox è profondamente pentito per aver ucciso Dragone (ex professore di spada) e trova conforto nel perdono di nonna Redbird, mentre Erin lascia lo scalo ferroviario e il gruppo. Neferet rapisce Sylvia Redbird per ucciderla e far soffrire Zoey: Aurox viene a sapere dei suoi piani e, pur di salvare la nonna, torna alla Casa della Notte per avvertire Zoey, rischiando di farsi uccidere. I ragazzi decidono di credergli e di mandare Kalona a salvare la donna ma viene scoperto. Aurox si offre al suo posto e si reca da Neferet, protetto dagli elementi in modo che la Tenebra abbia meno presa su di lui. Anche lui, viene scoperto e, persa la protezione degli elementi, si trasforma nella Bestia, pronta a uccidere nonna Redbird. Zoey e gli altri arrivano in suo soccorso e la ragazza riesce a placarlo e Aurox incorna Neferet. La vampira, però, non muore. Salvata la nonna di Zoey, grazie alla pietra del veggente la ragazza mostra a tutti che Aurox è in realtà Heath.

Durante l’open night alla Casa della Notte, Neferet causa in Erin il rifiuto della Trasformazione, facendola morire. Scacciata dal cerchio di Zoey, uccide il sindaco e padre di Afrodite per berne il sangue e recuperare le energie. La polizia inizia a indagare sull’omicidio e chiede ai novizi e agli insegnanti di non uscire dalla scuola. Intanto, Afrodite ha una visione di Zoey che, impazzita a causa della rabbia, viene arrestata dalla polizia. Seguendo il proprio istinto, decide di non parlargliene e si consulta con Shaylin, che le rivela che i colori dell’aura di Zoey sono sempre più scuri e vorticanti. Zoey origlia per caso e si arrabbia perché non gliene hanno parlato. Guidata dalla rabbia, amplificata dalla magia della pietra del veggente che porta sempre al collo esce dalla scuola per andare al parco dove viene importunata da due uomini e scarica contro di loro i suoi poteri. Neferet ha però recuperato le energie riposando in una grotta e bevendo il sangue proprio dei due uomini storditi dall’attacco della novizia e si reca in una chiesa piena di fedeli dove compie una strage, sacrificando le persone alla Tenebra e rivelando la sua vera indole.

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Zoey si consegna volontariamente alla polizia, distrutta dal rimorso, credendosi responsabile della morte dei due uomini e dà in custodia ad Afrodite la pietra del veggente. Chiede inoltre al detective che la prende in custodia di non permettere a nessun vampiro di avvicinarsi a lei di modo che il suo corpo rifiuti la trasformazione ed ella possa morire. Neferet nel frattempo torna all’albergo dove abitava e, tramite i suoi tentacoli di Tenebra, comincia a possedere le persone all’interno dell’hotel mentre altre, terrorizzate, obbediscono ad ogni sua richiesta. Lo scompiglio provocato dalla strage e i problemi all’albergo, che divengono evidenti quando la Tsi Sgili comincia a sacrificare le persone che vi sono ai suoi “bambini” di tenebra, hanno ormai rivelato a tutta Tulsa la vera natura della vampira, soprattutto perchè la stessa, desiderosa di essere adorata come una dea, si vanta degli omicidi con la stessa polizia che venuta a conoscenza che Zoey non ha ucciso i due uomini, rilasciano la ragazza e chiede il suo aiuto per eliminare una volta per tutte Neferet. Ella ha creato una cortina di Tenebra intorno all’Hotel che non permette a nessuno di entrare o uscire senza essere ucciso. Su consiglio di Shaunee, Thanathos decide di creare un incantesimo di protezione attorno a Tulsa che impedisca a Neferet di uscire dall’albergo e a chiunque che abbia cattive intenzione di entrare nella città. Questo dovrebbe dare modo a Zoey di capire come usare la pietra del veggente per fermare Neferet, dal momento che quest’ultima è immortale. L’incantesimo viene lanciato e funziona ma richiede un’enorme dose di energia e obbliga Shaunee e Thanathos a non allontanarsi né a riposare. I ragazzi intanto cercano una soluzione per fermare Neferet e si rendono conto che l’unico modo che hanno per fermarla è quello di agire nello stesso modo in cui le antiche Cherokee avevano intrappolato per secoli Kalona: intrappolarla sotto terra. Neferet ha ormai come unico obiettivo quello di uccidere Kalona e Zoey e per prendere in trappola quest’ultimo comincia a lanciare persone dalla terrazza. L’alato guerriero, consapevole della trappola, cerca comunque di salvare gli sfortunati ma viene colpito ripetutamente da pallottole imbevute di tenebra. Muore fra le braccia del figlio e la dea Nyx e suo fratello Erebo lo accolgono nell’aldilà dove gli rivelano che Erebo non è mai stato il consorte di Nyx perchè la dea ha sempre e solo amato Kalona. Superato il momento di dolore e stupore i giovani novizi cercano di studiare un modo per intrappolare Neferet mentre l’immortale vampira ha ormai capito come spezzare l’incantesimo che le impedisce di uscire.

Siamo ormai alla fine, i momenti di struggimento si susseguono uno dietro l’altro e devo dire che la storia fra Kalona e Nyx è meravigliosa e poi una dea che interviene così ripetutamente nella vita dei suoi figli è una cosa che ancora non avevo mai visto. I novizi della casa della notte e vampiri di questo mondo sono entrati nel mio cuore con quel loro mondo così identico al nostro e così diverso insieme.

Spero solo di non avervi annoiato e Bentrovati.

 

By Elen

La Grande Guerra e noialtri #editoriale

La Grande Guerra e noialtri #editoriale

Non sono persona da citazioni – e nemmeno da commemorazioni. Quando mi capita di citare, chiacchierando, virgoletto, faccio così con le dita, come a voler esorcizzare quell’altro attraverso il quale mi sto esprimendo. Le commemorazioni: fosse per me le virgoletterei.

Virgoletterei le bandiere, le fotografie, i volti, come faccio con la frase di quell’artista che ora io cito, virgolettandola: “ceci n’è pas une pipe”.

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Nel 2015, agli infissi sono apparsi gli stendardi grigi-guernica e verde-militare su cui campeggiano le cifre: 1915-2015. Cento anni sono passati dalla Grande Guerra, altresì detta Prima Guerra Mondiale, guerra di trincea, guerra fratricida, guerra di montagna.

Cento anni sono un’infinità, anche se confrontando la data a quella di eventi che percepiamo come più vicini a noi, ci dovremmo sorprendere del divario tra la guerra e questi ultimi: quindici anni dopo ci fu la prima grande crisi economica mondiale, ventiquattro anni dopo Hitler invase la Polonia, trent’anni dopo gli americani lanciarono la bomba atomica su due città Giapponesi, quarant’anni dopo i Beatles erano un fenomeno musicale mondiale. La cosa strana è che la Belle Epoque, con i suoi ricordi luccicanti e le illustrazioni dei Café Chantant, appare in qualche modo più facile da immaginare, rispetto a questa guerra di fango che di fatto pose fine al benessere di quegli anni che ispirano i nostri abiti di Carnevale.

Tutti conoscono gli schieramenti che si scontrarono durante la seconda guerra mondiale: tedeschi, italiani e giapponesi contro americani, inglesi e russi. Quale cinefilo, potrebbe perfino conoscere i fatti dell’invasione giapponese della Cina, per il film di Bertolucci, mentre gli scontri nell’Oceano Pacifico tra americani e giapponesi sono conosciuti da tutti quelli che hanno visto uno dei due film che di svolgono nell’isola di Iwo Jima.

Non si può dire la stessa cosa della prima guerra mondiale: se perfino il dittatore Mussolini è difficile da collocare sulla linea di tempo per un italiano, figuriamoci il Kaiser Franz Josef – il marito di Sissi. Chi stava con chi? I tedeschi con chi erano alleati? E gli inglesi entrarono mai in guerra? Ma la Russia?

Devo ammettere di conservare pochi ricordi: la prima guerra mondiale confonde i professori. L’unica informazione che ho davvero acquisito a quell’epoca, è stato che la carica della cavalleria ed il tipo di combattimento che era stato usato per secoli passò di moda. Così, la trincea.

Le celebrazioni e le commemorazioni sono servite a poco. Il nonno di mio nonno fu soldato durante la prima guerra mondiale ma non avrei saputo indovinare su quale fronte (neppure lontanamente) se non fino a circa due anni fa.

Quando ho deciso di leggere qualcosa sulla prima guerra mondiale, sono partita con l’autore sbagliato. La mia lettura di “Viaggio al termine della notte” di Celine non ha superato le trenta pagine. Non ho cavato niente da quello stile infranto, quelle frasi spolpate, se non un grande dispiacere.

In seguito sono approdata a Joseph Roth – alla Marcia di Radeskij e alla Tomba dei Cappuccini – e quello che ho scoperto è un altro mondo. Un mondo reale fatto di persone diverse da me e da quelli che hanno vissuto negli ultimi cento anni. I giovani di Roth si infrangono sul fronte della Grande Guerra, tornano a casa e non ritrovano quei valori, quelle regole ed istituzioni nelle quali erano nati. La politica, il razzismo, il commercio diventano triviali ed incontrollabili. I nobili di Roth sono completamente sprovveduti e disattenti: non sanno pensare, spendere, amministrare e stringere rapporti di intimità.

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La loro istituzione non serve più ed essi si estinguono senza alcuna poesia. Le città, mutate di aspetto, non offrono appiglio ai giovani che si ritrovano bastardi in una terra che è diventata indifferente: il calderone etnico dell’impero Austro-Ungarico si è disciolto e una geografia millenaria ha cessato semplicemente di esistere. Roth e la sua coscienza, disorientata, scrive per le strade di un’Europa la cui repentina modernità schiaccia coloro che erano andati alla guerra per il volere di uomini e stati che non sono più niente.

L’etichetta di tragedia è più esplicitamente dichiarata da Irene Nemirovski ne I falò d’autunno. La Nemirovski è giunta recentemente alla ribalta, a una settantina d’anni dalla sua fine, per Suite Francese, affresco collettivo sull’occupazione nazista della Franca durante la Seconda Guerra Mondiale. I Falò d’Autunno ne costituisce quasi l’antecedente: la vita delle donne e degli uomini è determinata fatalmente dagli eventi della Grande Guerra.

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Un giovane viene cancellato da un’esplosione durante un salvataggio che altrimenti lo avrebbe reso un eroe, la moglie di innamora e si risposta con un ex-soldato disinnamorato della vita, il quale colleziona un errore dopo l’altro. Riacquistando la propria umanità, l’unico sentimento che conosce è la sofferenza. Interessante è anche la denuncia dell’autrice nei confronti del governo francese, i cui collaboratori, ormai animati soltanto dalla foga di guadagno, sarebbero i veri responsabili dell’inadeguatezza dell’esercito nel contrastare i nazisti trent’anni dopo.

Recentemente è arrivato Hemingway: non è un peccato non aver mai letto niente scritto da quest’uomo che, dicono, fosse così simpatico?

Addio alle armi mi sembrava un titolo strano: eppure è di questo che racconta. Di una ferita, di una ritirata, di un lungo addio. La narrazione asciutta di Hemingway è cinematografica ed in qualche modo ricorda il taglio dei romanzi di Joseph Roth ed Irene Nemirovski: ogni parola è data, che sia farfalla o sia mitragliatrice. Il protagonista di Addio alle armi narra dell’uomo reso sterile dalla guerra.

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Quegli amici e compagni che non vedrà più, quell’uniforme stracciata, quel paese da cui fuggire e la morte senza funerale. L’addio che ne consegue è paradossale, tardivo: l’uomo cerca di accomiatarsi da ciò che è già mutato in una statua di pietra.

Ci sono poche formalità da imparare da questi libri, che non sono commemorazioni, ma racconti di persone che cento anni fa erano vive. Tuttavia, a volte il racconto è così orribile che è necessario fermarsi per fare una pausa. Se c’è un senso nel leggere questi libri, forse è nel cercare di immaginare come stanno quelli che oggi stanno vivendo situazioni simili, penso a chi è rimasto senza punti di riferimento in Ucraina, Medio Oriente, circondato da fronti di combattimento. Buonista? Vorrei che si dicesse “naturale”.