Libro Generazionale Cercasi

Forse perché disto un ‘-3′ dalla soglia dei trent’anni (o forse perchè da una vita mi guardo allo specchio con preoccupazione), ultimamente mi sono chiesta se esista un libro che rappresenti la generazione nata tra la metà degli anni ottanta ed i primi anni duemila.

Diciamocelo, è arduo rappresentarci tutti, visto che negli ultimi trent’anni il mondo – i mezzi di comunicazione, la geopolitica, la moda, la moneta, le relazioni – è andato incontro ad una metamorfosi che avremmo bisogno, forse, di riguardare in slow-motion.

La nostra vita quotidiana è piena zeppa di elementi ormai irrinunciabili o inevitabili (i social-network, gli acquisti online, i voli low-cost, le relazioni a distanza, i mobili di ikea) che tuttavia mancano ancora di una rappresentazione, almeno nella mia esperienza di lettrice. Ciò che costella la nostra vita non è ancora diventato un elemento narrativo, lasciandomi a volte la sensazione che questa letteratura scritta “dai padri e dalle madri” – sì, perché sappiamo bene che il mondo dell’editoria ha aderito al blocco delle assunzioni – viva questi elementi come innaturali ed un po’ vuoti.

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Visto che l’assenza del montalatte ikea Produkt potrebbe essere dovuta alla sua sostanziale irrilevanza, possiamo considerare anche i “grandi” eventi del nostro tempo: ho la sensazione che gli eventi che ancora ci emozionano, commuovono e fanno pensare risalgano ad un’epoca nella quale non eravamo nati o non possiamo ricordare. Quanti chili di carta si scrivono ancora sulla caduta del Muro di Berlino, e quante trame invece ritraggono l’11 settembre? O l’attentato alla metropolitana di Londra? O il maremoto in Indonesia?

Mi è stato suggerito di cercare in altre forme di racconto, “più inconsce”, che rivelano un tema più nascostamente, come i film o le serie tv (ed i video-game, aggiungerei). Credo in effetti che potremmo enumerare molti film o serie che ci rappresentano, indipendentemente dal loro successo. Ma in quanto a libri… è davvero possibile che ci sia questo vuoto?

Ho cominciato a porre la domanda ad amici e conoscenti ed eccoci qui: lo chiedo a chi legge. Qual è, secondo voi, giovani adulti tra i 18 ed i 30 anni, il libro che abbiamo letto più o meno tutti e che rappresenta qualcosa che ci accomuna e fa parte della nostra identità?

Ho incluso nel sondaggio alcuni titoli che mi sono stati suggeriti dagli amici. Ognuno ha proposto liberamente con il primo titolo che gli è capitato in mente. Se conoscete un libro che secondo voi è trasversale e anche molto letto, aggiungetelo alla lista e commentate!

Grazie e a presto 🙂

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“Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo” di R. Riordan pt.1 #recensione

“Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo” di R. Riordan pt.1 #recensione

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By Elen

Specifiche tecniche

Titolo della saga: Percy Jackson e gli eroi dell’olimpo
Autore: Rick Riordan
Numero di Libri: 5

  • L’eroe perduto (The lost Hero)
  • Il figlio di Nettuno (The son of Neptune)
  • Il marchio di Atena (The Mark of Athena)
  • La casa di Ade (The Hause of Hades)
  • Il sangue dell’Olimpo. (The Blood of Olympus)

Lingua originale: inglese
Anni di pubblicazione inglese: 2010- 2015
Anni di pubblicazione italiana: 2012- 2015
Casa editrice italiana: Mondadori
Formato: ebook disponibile.



Eccoci qua! Mi scuso per l’attesa ma si dà il caso che Il sangue dell’Olimpo sia uscito in contemporanea o quasi alla saga sui vampiri che ho già recensito e poi sono stata rapita dal mondo di Dita di Polvere, quindi i nostri amati semidei sono momentaneamente sfuggiti dalla mia mente… ma, come si fa a resistergli? Quindi, pronta per un’altra saga che attende sul mio ebook reader, cominciamo invece a parlare del nostro Percy e dei suoi amici.

 “Sette mezzosangue alla chiamata risponderanno.

Fuoco o tempesta il mondo cader faranno.

Con l’ultimo fiato un giuramento si dovrà mantenere,

e alle Porte della Morte, i nemici armati si dovran temere.”

Questa la profezia con la quale Riordan ci ha lasciati alla fine degli Eroi dell’Olimpo, questa la profezia dalla quale riprendiamo, seppure alla lontana. Ma andiamo con ordine, dal momento che, in questa saga, le profezie di sprecano, così come pure i protagonisti.

Come ovviamente è prevedibile dalla profezia stessa, i personaggi passano da 3 (Percy, Annabeth, Grover) a 7, nuovi ragazzi e ragazze che entrano a far parte del mondo mezzosangue poco alla volta. Dal momento che la situazione è decisamente più intricata di quella della saga precedente, dovrò procedere andando libro per libro. A seguire, la recensione dei primi 3 volumi.


L’eroe perduto.3Dnn+9_2C_gra_9788804627715-eroi-dell-olimpo-l-eroe-perduto_original

 “Attento alla terra, figlio della saetta.

I sette verranno alla luce con i giganti e la loro vendetta.

Fucina e colomba la gabbia spezzeranno,

e con la furia di Era la morte scateneranno.”

Jason si sveglia su un autobus della scuola non ricordando nulla del suo passato, nemmeno chi è. Si ritrova seduto accanto a Piper McLean, che dice di essere la sua ragazza, e a Leo Valdez, che dice di essere il suo miglior amico. I tre stanno facendo una gita al Grand Canyon con la loro scuola, ma mentre sono lì, degli spiriti della tempesta li attacano. Inteviene un insegnante supervisore, Gleeson Hedge, che si rivela essere un satiro e li aiuta a combattere: Jason sorprende tutti, incluso sé stesso, utilizzando una moneta che si trasforma in spada d’oro che usa per combattere gli spiriti. Inoltre, per salvare Piper che stava cadendo giù dal Grand Canyon, scopre di poter volare. Alla fine della battaglia arriva un carro volante trainato da due pegasi con a bordo Annabeth e un ragazzo di nome Butch, figlio di Iride. Annabeth è venuta al Canyon a causa di una visione in cui le si indicava di cercare un “ragazzo con una scarpa sola” (Jason nei fatti) ma la ragazza è arrabbiata con lui dal momento che credeva che fosse Percy, scomparso da tre giorni.

Jason, Piper e Leo scoprono di essere semidei e vengono accolti al Campo Mezzosangue. Lì Efesto riconosce Leo, si scopre che Piper è una figlia di Afrodite e Jason un figlio di Giove. Jason capisce inoltre di essere il fratello di Talia Grace, che però è figlia di Zeus, la versione greca del re degli dei, ma hanno la stessa madre mortale.

Jason riceve una missione per salvare Era, che è stata catturata, e decide che Piper lo accompagnerà, però i due hanno bisogno anche di un mezzo di trasporto. Allora Leo si mette a cercare il drago di bronzo perso dalla casa di Efesto e lo incontra nel bosco. Dopo averlo aggiustato e chiamato Festus, i tre partono.

Scoprono che il padre di Piper è stato catturato da Encelado, un gigante al servizio di Gea, la dea della terra. I loro nemici intendono risvegliare la Madre Terra e rovesciare gli dei dell’Olimpo. Sul loro cammino, Jason, Piper e Leo incontrano molti nemici che riescono a battere, scoprendo che però i mostri per una qualche motivazione non restano nel Tartaro che per poco tempo. Mentre vanno da Eolo per chiedere consiglio, si imbattono nelle Cacciatrici di Artemide, guidate da Talia, che incontra per la prima volta dopo anni suo fratello Jason. La giovane racconta al fratello quanto accadde il giorno che la madre decise di lasciarlo alla Casa del Lupo poiché, per placare l’ira di Giunone, il bambino era stato consacrato alla dea. Spiega inoltre al fratello cosa accadde alla madre. Giunti al castello di Eolo, Jason, Leo e Piper si separano da Talia, la quale promette di reincontrarli alla Casa del Lupo.

Dopo i colloqui con Afrodite nei sogni di Piper, il trio e Hedge si muovono verso il Monte Diablo per combattere il gigante Encelado e salvare il padre di Piper. Durante la lotta riescono a liberare il prigioniero e uccidere il gigante. Piper dà a suo padre una pozione che cancella tutti i ricordi e, dopo essersi assicurati che sia al sicuro, il trio raggiunge la Casa del Lupo per liberare Era la cui forza vitale era stata sfruttata per sollevare il re dei Giganti, Porfirio. In questo modo riescono a bloccare momentaneamente i piani della dea della terra.

Jason recupera un po’ di memoria e capisce di essere un eroe della controparte romana del Campo Mezzosangue, il Campo Giove, che si trova vicino a San Francisco; Giunone lo ha scambiato con Percy , che ora si trova al Campo Giove senza più alcuna memoria della sua vita al Campo Mezzosangue, poichè i due campi hanno sempre avuto una rivalità spietata ed ogni volta che si sono incontrati, hanno finito per combattere. Era vuole che greci e romani si alleino per fermare i piani di Gea e si risolva una volta per tutte la spaccatura che divide le personalità degli dei e che li sta facendo impazzire.


 Il Figlio di Nettuno.3Dnn+9_2C_med_9788804633693-gli-eroi-dell-olimpo-2.-il-figlio-di-nettuno_original

 “Andate in Alaska.

Trovate Thanatos e liberatelo.

Tornate entro il tramonto del 24 Giugno o morirete.”

“Al di là degli dei, a settentrione, sta la corona della legione.

Cadendo dal ghiaccio, il figlio di Nettuno affogherà…”

Percy è inseguito da due mostri, ma il ragazzo non ricorda niente, eccetto il suo nome, il fatto di essere figlio del dio del mare e il nome della sua ragazza: Annabeth.I mostri hanno intenzione di ucciderlo per vendicare la morte della loro sorella Medusa. Percy riesce a fuggire e si imbatte in Giunone, travestita da vecchia hippie, che gli dà due opzioni: la prima è portarla al tunnel Caldecott attraverso il piccolo Tevere che può portargli dolore, la seconda di ritirarsi per la sicurezza del mare e vivere una vita lunga e felice ma lasciando la vecchia in balia delle Gorgoni. Percy ovviamente la porta e quando arriva a Caldecott Tunnel incontra altri due semidei: Hazel Levesque e Frank Zhang. La vecchia avvisa Percy che il piccolo Tevere cancellerà il Marchio di Achille poiché è un potere greco e non è ammissibile in territorio romano.

Mentre attraversano il fiume, Percy vede le Gorgoni catturare Frank e controlla l’acqua per uccidere i mostri. Viene poi accompagnato dal Pretore del Campo Romano, detto Campo Giove, una ragazza di nome Reyna, ed incontra per caso Nico Di Angelo, chiamato dai Romani “Ambasciatore di Plutone”, senza però riconoscerlo.

Percy viene assegnato alla Quinta Coorte, al più scrausa, e partecipa, come da tradizione romana, ai ludi di Guerra. (per intendersi è la controparte romana del ruba bandiera, con tanto di fortezza da assediare). Durante il gioco Frank, Percy, Hazel guidano la coorte nella prima vittoria da anni e impressionano tutti con le loro abilità. Alla fine del gioco appare Marte, protettore di Roma. Riconosce Frank e lo incarica di una missione: liberare Thanatos, il dio della morte, che è stato imprigionato in Alaska dal gigante Alcione. Il dio mette in chiaro che devono esserci tre eroi, di cui uno Percy e l’ultimo su decisione di Frank; il ragazzo sceglie Hazel.

Il giorno seguente viene indetta una riunione di emergenza al Senato durante la quale Percy chiede una barca per il trasporto e la missione viene approvata, i tre partiranno per liberare Thanatos e cercare il simbolo della legione, l’aquila, andata perduta proprio in Alaska negli anni ottanta.

Il trio giunge a Portland dove trovano il vecchio Finea, il cieco veggente, ritornato in vita con l’apertura delle Porte della Morte. Finea promette che rivelerà la posizione di Thanatos in cambio della cattura di un’arpia di nome Ella. Prima di catturala però, i semedei si rendono conto che Ella è in grado di memorizzare tutto ciò che legge, e decidono di giocare con Finea poiché il veggente è interessato solo a sfruttare l’arpia per la sua enorme conoscenza delle profezie (ha memorizzato il libro sibillino, andato perduti secoli orsono). Finea e Percy dovranno bere una fiala di sangue di Gorgone di cui una uccide e l’altra guarisce. Il veggente finisce per morire e il trio scopre la posizione di Thanatos: il ghiacciaio di Hubbard.

Durante il viaggio che li porta in Alaska, incontrano le Amazzoni, che si trovano ad affrontare un problema interno al gruppo: Otrera, la fondatrice delle Amazzoni sfida Hylla, sorella di Reyna e attuale capo del gruppo, a un duello che deciderà chi sarà la regina. Hylla si mette subito dalla parte di Percy, Hazel e Frank mentre Otrera vorrebbe ostacolarli. Con uno stratagemma i tre riescono a fuggire e portano con loro Arion, il cavallo più veloce del mondo degli dei, che si affeziona subito a Hazel, ricambiato dalla semidea romana che ha sempre desiderato un cavallo.

Il viaggio prosegue e Frank rivela che la sua vita dipende dal pezzo di legno che si porta sempre dietro: una volta bruciato del tutto egli morirà. Hazel racconta della sua vita passata, ella è figlia di Plutone (in quanto tale è sorellastra di Nico) ed è morta decenni orsono. Il padre la ha riportata in vita con uno scopo preciso, quello di sconfiggere il gigante Alcione che, nella sua vita precedente, Hazel stessa, costretta dalla madre impazzita e controllata da Gea, aveva aiutato a ridestare.

Quando finalmente raggiungono il ghiacciaio trovano Thanatos (il sexy dio della morte, mi chiedo il perchè la morte in versione maschile sia sempre sexy) in catene. Queste non possono essere rotte se non fuse dal “fuoco della vita”, ovvero quello che brucia sul pezzo di legno di Frank. Il ragazzo comincia a sciogliere le catene mentre Hazel attacca Alcione, che a sua volta evoca una legione fantasma che viene sconfitta da Percy entrato in possesso dell’aquila dorata della legione. Frank libera Thanatos bruciando gran parte del suo bastone, poi va ad aiutare Hazel e impara ad usare il suo potere di parte materna: può trasformarsi in qualunque animale desideri. Riesce a stordire il gigante e lo trascinano al di là del confine, in Canada, dove Hazel può ucciderlo (Alcione è l’unico gigante che può essere ucciso dai semidei senza l’intervento divino, poiché strettamente legato a un luogo, l’Alaska).

Il trio si affretta a tornare al Campo Giove grazie ad Arion. I ricordi di Percy sono ormai quasi tutti tornati al loro posto e giunto al Campo romano, con l’aiuto di Tyson e della signora O’Leary (mandati lì da Jason), della legione romana e delle Amazzoni, respingono l’esercito del gigante Polibote. Percy affronta il capo dell’esercito nemico a duello, mentre il resto del Campo combatte i mostri, e lo sconfigge. Alla fine della battaglia al Campo arriva una nave volante con quattro semidei e il coach Hedge. Mentre Percy prega che ci sia Annabeth, i romani si preparano a qualunque evenienza. Scendono Piper, Jason, Leo e Annabeth che propongono un’alleanza: Campo Mezzosangue e Campo Giove per concludere la Seconda Grande Profezia e combattere contro Gea.


Il Marchio di Atena.3Dnn+9_2B_gra_9788804647539-eroi-dell-olimpo-3-il-marchio-di-atena_original

 “La figlia della Saggezza da sola camminerà.

Il marchio di Atena su Roma brucerà.

Il respiro dell’angelo che ha la chiave dell’eterna morte,

i gemelli soffocheranno, se lo vorrà la sorte.

La rovina dei giganti si erge pallida e dorata,

e sarà vinta col dolore in una prigione intricata.”

Annabeth, Jason, Leo, Piper e il coach Hedge, a bordo della “Argo II”, raggiungono il Campo Romano. Dopo aver superato Terminus, il dio dei confini, sbarcano al campo, dove la figlia di Atena atterra Percy indecisa se ucciderlo o baciarlo. Reyna, convinta dai ragazzi (sopratutto da Jason che è a sua volta Pretore) accetta la missione e decide di mandare Percy, Hazel e Frank con gli altri quattro semidei.

Sono ancora a terra che però iniziano i problemi: Leo, rimasto sulla nave, fa fuoco su Campo Giove con le baliste. I sei semidei a terra si affrettano a salire sulla nave e scappano, inseguiti dai Romani, mentre cercano di capire perchè Leo abbia fatto fuoco.Scoprono infatti durante il viaggio, con l’aiuto di Hazel che riesce a vederli e con quello di Pipier che, grazie al dono della madre (la lingua ammaliatrice) riesce a obbligare a rispondergli, che Leo (e in seguito Percy e Jason che arrivano persino a scontrarsi fra loro) sono stati possseduti da alcuni spiriti, i cosiddetti “eidolon”, mandati da Gea con lo scopo preciso di instigare una guerra fra i due campi. Scopo che è stato raggiunto perfettamente dal momento che non solo ci si mettono mostri dei più disperati, ma persino i romani con le loro aquile a cercare di fermare il viaggio dei sette semidei.

Dopo varie difficoltà (fra cui un incontro con il grande Ecole) riescono a raggiungere Roma, consapevoli che la profezia che si trovano ad affrontare obbligherà Annabeth a separarsi dal gruppo per ordine della madre, che le ha affidato il compito di seguire il suo marchio, cosa che a Percy non va per niente a genio. Nel frattempo Leo, Hazel e Frank vanno alla ricerca di Nico, catturato da due giganti Efialte e Oto, e a cui resta poco da vivere dal momento che i due giganti gemelli lo hanno rinchiuso in na specie di botte e il figlio di Ade, per sopravvivere, sta andando avanti mangiando dei semi magici che, però, sono quasi finiti. Finiscono però nell’antico covo di Archimede e cadono in una trappola di Gea da cui riescono a liberarsi solo grazie a Leo e alla sua abilità. Il ragazzo riesce infatti a rimettere in sesto e ad usare le macchine del grande inventore.

Percy, Piper e Jason raggiungono Nico, dopo essere quasi annegati in un ninfeo, e si ritrovano ad affrontare i giganti fissati con lo spettacolo. Con un ottimo lavoro di squadra i tre ce la mettono tutta fino all’arrivo di Leo, Hazel e Frank e infine, grazie all’intervento di Dioniso, riescono a sconfiggere i due giganti e salvare Nico. Risalgono poi a bordo dell’Argo II, per andare a cercare Annabeth.

La figlia di Atena ha seguito la sua strada, percorrendo la strada degli eroi che prima di lei sono rimasti uccisi nel tentare l’impresa, ella riesce grazie alle sue abilità a superare le prove che le si parano davanti e raggiunge il luogo dove si trova la statua della Athena Parthenos. Si tratta della famosa statua di 12 metri, rubata dai romani dopo la sconfitta di Atene. Atena ed Era pensano che la statua sia il solo modo per far riappacificare i greci e romani. Questi ultimi infatti, dopo l’assalto al campo, hanno deciso di muovere guerra al campo Mezzosangue. Al comando adesso è Ottaviano, figlio di Apollo che, approfittando della situazione, vuole diventare imperatore e distruggere i greci che considera da sempre nemici giurati dei romani.

Annabeth si trova però a dover fronteggiare il nemico giurato della madre, la sua più grande paura, la guardiana della statua: Aracne. Ella ha giurato che avrebbe ucciso ogni figlio di Atena che avesse anche solo provato ad iniziare la ricerca della statua, come vendetta verso Atena che la trasformò in ragno. Annabeth, nonostante la fobia e il terrore che la attanaglia, si rende presto conto che Aracne è piena di sé e orgogliosa delle sue splendide tessiture. La ragazza gioca così d’astuzia e sfruttando il desiderio di gloria di Aracne, la convince a tessere una enorme trappola cinese per le dita. Aracne, pregustando già di vedere la sua enorme scultura sull’olimpo e ignara della trappola, non se lo fa ripetere due volte, consapevole che in ogni caso la figlia di Atena non avrà scampo. Termina in poco tempo ed Annabeth, figendo un difetto nella tessitura, la porta ad entrare nella trappola che blocca l’enorme ragno al suo interno. Vani i tentativi di questa di liberarsi dal momento che, più uno si agita per cercare di sbrogliarsi, più uno resta impigliato.

Raggiunta dagli altri semidei, i ragazzi si preparano a trasportare la statua ma il peso di questa e la lotta con Aracne sfonda il pavimento ed apre un baratro nel vuoto che conduce dritto al Tartaro. I sette semidei e Nico cercano di recuperare la statua ma Aracne lancia una ragnatela e blocca Annabeth cominciando a trascinarla con sé nella caduta. Percy riesce ad afferrarla ma non ha modo di salvarla e quindi decide di lasciarsi cadere insieme a lei nel Tartaro, non prima di far promettere a Nico di condurre gli altri semidei alle Porte della Morte, in Grecia, mentre loro due avrebbero attraversato il Tartaro e raggiunto l’altro lato delle Porte che si trova lì poichè per chiuderle ed impedire ai mostri di tornare in vita di continuo, l’unico modo è farlo da entrambi i lati contemporaneamente.

TO BE CONTINUED…

La Grande Guerra e noialtri #editoriale

La Grande Guerra e noialtri #editoriale

Non sono persona da citazioni – e nemmeno da commemorazioni. Quando mi capita di citare, chiacchierando, virgoletto, faccio così con le dita, come a voler esorcizzare quell’altro attraverso il quale mi sto esprimendo. Le commemorazioni: fosse per me le virgoletterei.

Virgoletterei le bandiere, le fotografie, i volti, come faccio con la frase di quell’artista che ora io cito, virgolettandola: “ceci n’è pas une pipe”.

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Nel 2015, agli infissi sono apparsi gli stendardi grigi-guernica e verde-militare su cui campeggiano le cifre: 1915-2015. Cento anni sono passati dalla Grande Guerra, altresì detta Prima Guerra Mondiale, guerra di trincea, guerra fratricida, guerra di montagna.

Cento anni sono un’infinità, anche se confrontando la data a quella di eventi che percepiamo come più vicini a noi, ci dovremmo sorprendere del divario tra la guerra e questi ultimi: quindici anni dopo ci fu la prima grande crisi economica mondiale, ventiquattro anni dopo Hitler invase la Polonia, trent’anni dopo gli americani lanciarono la bomba atomica su due città Giapponesi, quarant’anni dopo i Beatles erano un fenomeno musicale mondiale. La cosa strana è che la Belle Epoque, con i suoi ricordi luccicanti e le illustrazioni dei Café Chantant, appare in qualche modo più facile da immaginare, rispetto a questa guerra di fango che di fatto pose fine al benessere di quegli anni che ispirano i nostri abiti di Carnevale.

Tutti conoscono gli schieramenti che si scontrarono durante la seconda guerra mondiale: tedeschi, italiani e giapponesi contro americani, inglesi e russi. Quale cinefilo, potrebbe perfino conoscere i fatti dell’invasione giapponese della Cina, per il film di Bertolucci, mentre gli scontri nell’Oceano Pacifico tra americani e giapponesi sono conosciuti da tutti quelli che hanno visto uno dei due film che di svolgono nell’isola di Iwo Jima.

Non si può dire la stessa cosa della prima guerra mondiale: se perfino il dittatore Mussolini è difficile da collocare sulla linea di tempo per un italiano, figuriamoci il Kaiser Franz Josef – il marito di Sissi. Chi stava con chi? I tedeschi con chi erano alleati? E gli inglesi entrarono mai in guerra? Ma la Russia?

Devo ammettere di conservare pochi ricordi: la prima guerra mondiale confonde i professori. L’unica informazione che ho davvero acquisito a quell’epoca, è stato che la carica della cavalleria ed il tipo di combattimento che era stato usato per secoli passò di moda. Così, la trincea.

Le celebrazioni e le commemorazioni sono servite a poco. Il nonno di mio nonno fu soldato durante la prima guerra mondiale ma non avrei saputo indovinare su quale fronte (neppure lontanamente) se non fino a circa due anni fa.

Quando ho deciso di leggere qualcosa sulla prima guerra mondiale, sono partita con l’autore sbagliato. La mia lettura di “Viaggio al termine della notte” di Celine non ha superato le trenta pagine. Non ho cavato niente da quello stile infranto, quelle frasi spolpate, se non un grande dispiacere.

In seguito sono approdata a Joseph Roth – alla Marcia di Radeskij e alla Tomba dei Cappuccini – e quello che ho scoperto è un altro mondo. Un mondo reale fatto di persone diverse da me e da quelli che hanno vissuto negli ultimi cento anni. I giovani di Roth si infrangono sul fronte della Grande Guerra, tornano a casa e non ritrovano quei valori, quelle regole ed istituzioni nelle quali erano nati. La politica, il razzismo, il commercio diventano triviali ed incontrollabili. I nobili di Roth sono completamente sprovveduti e disattenti: non sanno pensare, spendere, amministrare e stringere rapporti di intimità.

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La loro istituzione non serve più ed essi si estinguono senza alcuna poesia. Le città, mutate di aspetto, non offrono appiglio ai giovani che si ritrovano bastardi in una terra che è diventata indifferente: il calderone etnico dell’impero Austro-Ungarico si è disciolto e una geografia millenaria ha cessato semplicemente di esistere. Roth e la sua coscienza, disorientata, scrive per le strade di un’Europa la cui repentina modernità schiaccia coloro che erano andati alla guerra per il volere di uomini e stati che non sono più niente.

L’etichetta di tragedia è più esplicitamente dichiarata da Irene Nemirovski ne I falò d’autunno. La Nemirovski è giunta recentemente alla ribalta, a una settantina d’anni dalla sua fine, per Suite Francese, affresco collettivo sull’occupazione nazista della Franca durante la Seconda Guerra Mondiale. I Falò d’Autunno ne costituisce quasi l’antecedente: la vita delle donne e degli uomini è determinata fatalmente dagli eventi della Grande Guerra.

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Un giovane viene cancellato da un’esplosione durante un salvataggio che altrimenti lo avrebbe reso un eroe, la moglie di innamora e si risposta con un ex-soldato disinnamorato della vita, il quale colleziona un errore dopo l’altro. Riacquistando la propria umanità, l’unico sentimento che conosce è la sofferenza. Interessante è anche la denuncia dell’autrice nei confronti del governo francese, i cui collaboratori, ormai animati soltanto dalla foga di guadagno, sarebbero i veri responsabili dell’inadeguatezza dell’esercito nel contrastare i nazisti trent’anni dopo.

Recentemente è arrivato Hemingway: non è un peccato non aver mai letto niente scritto da quest’uomo che, dicono, fosse così simpatico?

Addio alle armi mi sembrava un titolo strano: eppure è di questo che racconta. Di una ferita, di una ritirata, di un lungo addio. La narrazione asciutta di Hemingway è cinematografica ed in qualche modo ricorda il taglio dei romanzi di Joseph Roth ed Irene Nemirovski: ogni parola è data, che sia farfalla o sia mitragliatrice. Il protagonista di Addio alle armi narra dell’uomo reso sterile dalla guerra.

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Quegli amici e compagni che non vedrà più, quell’uniforme stracciata, quel paese da cui fuggire e la morte senza funerale. L’addio che ne consegue è paradossale, tardivo: l’uomo cerca di accomiatarsi da ciò che è già mutato in una statua di pietra.

Ci sono poche formalità da imparare da questi libri, che non sono commemorazioni, ma racconti di persone che cento anni fa erano vive. Tuttavia, a volte il racconto è così orribile che è necessario fermarsi per fare una pausa. Se c’è un senso nel leggere questi libri, forse è nel cercare di immaginare come stanno quelli che oggi stanno vivendo situazioni simili, penso a chi è rimasto senza punti di riferimento in Ucraina, Medio Oriente, circondato da fronti di combattimento. Buonista? Vorrei che si dicesse “naturale”.

 

Edward Morgan Forster #profilo letterario

Edward Morgan Forster #profilo letterario

Mi sono innamorata di Camera con Vista, sono passata attraverso Passaggio in India e ho assistito alle relazioni di Casa Howard. Se l’amore è presente in tutti e tre i romanzi, non si può dire che ne sia l’indiscusso protagonista. L’educazione, le convenzioni sociali, il carattere incerto di personaggi venuti su contornati da manichini appartenenti alla stessa casta, quella impagabile ironia: tutti gli amori, tutti i dubbi e gli intenti si trasfigurano, incomprensibili, se non li si ascolta dalla viva voce di Edward Morgan Forster.

Forster ha un suo registro: le storie sono da leggere nell’ottava alta, così che suonino acute, brevi, cristalline.

Il paragrafo finale di Camera con Vista, che conclude il capitolo “La fine del Medioevo” ha una chiara sfumatura erotica (neppure così velata), che introduce finalmente nel racconto dell’amore il suo compimento fisico (e con naturalezza):

“Youth enwrapped them; the song of Phaethon announced passion requited, love attained. But they were conscious of a love more mysterious than this. The song died away; they heard the river, bearing down the snows of winter into the Mediterranean. –

La giovinezza li avviluppò; il canto di Fetonte annunciava che la passione sarebbe stata ricompensata, l’amore raggiunto. Ma erano a conoscenza di un amore che era più di questo. La canzone si spense in lontananza; sentirono il rumore del fiume, che trasportava via la neve fino al Mediterraneo.”

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E’ fisico, è spirituale, tuttavia non si tratta dell’amore della giusta Jane Eyre, il cui romanzo si conclude con un passo delle sacre scritture – Amen – né del diluvio sensoriale poetico di Romeo e Giulietta, o di un’altra di quelle storie che eleva il nostro spirito al di sopra di noi, facendoci aspirare alle nuvole. Ci fa pensare che l’amore è stato potenzialmente sempre così, simile a come lo viviamo nella contemporaneità, e non è un’invenzione dei media moderni. Fino ad allora, comunque, se ne era taciuto o comunque non se ne era scritto.

Lucy e George, i protagonisti di Camera con Vista, sono due personcine comuni. La giovane si innervosisce e diventa intrattabile quando suona Beethoven al pianoforte… a chi non è mai capitato di sentirsi irritato dopo aver ascoltato o suonato una musica che lo coinvolge particolarmente?

E chi non si è fidanzato con la persona sbagliata, un Cecil, maschio o femmina che sia, che amava dimostrarsi una spanna sopra gli altri ma alla fine non era che un cretino capace soltanto di ammirarvi come una scatola d’avorio?

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Perdio, cara, calmati!

 

Infine… chi non si è mai innamorato in vacanza?

Se questo non bastasse, è universale l’ingiustizia e la delusione di scoprire che la propria camera d’albergo non ha la vista.

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“Avevano detto che avremmo avuto la vista.” “Imperdonabile.”

Si potrebbe continuare con i personaggi degli altri romanzi (quando ho letto Casa Howard, ho avuto l’impressione di aver conosciuto un esercito di signorine Schlegel, il cui motto era “Only connect!” E mi sono sentita in grado di prevedere il loro avvenire!).

Forse, Forster stesso non era che un borghesone dallo spiccato senso dell’osservazione, non colorito da particolari ambizioni e angustie. Non spietato come la Austen, tuttavia egualmente chirurgico. Anche se, andando a rinvangare la sua biografia, troviamo che qualche motivo di turbamento lo deve pur aver avuto: omosessuale, con un pallino per i viaggi e per la comunicazione tra classi sociali diverse (tema scottante della sua produzione letteraria).

Dunque, per quale motivo non possiamo gettare a mare e dimenticare Lucy Honeychurch, Margaret Schlegel e Mr. Aziz?

Ho letto un articolo interessante che trattava della relazione tra Forster, il suo amante Bob Buckingham e la moglie di lui May Buckingham: durante il ricovero della donna in un sanatorio, Forster intrattenne con lei una corrispondenza epistolare che fu alla base di un’intesa e un’amicizia che la rese una figura centrale negli ultimi anni di vita dello scrittore. La biografa Wendy Moffat osserva che scrivendo a a Ms Buckingham, forse Forster la immaginò come uno dei suoi personaggi, e finì per amarla.

Non è così forse? Scrivendoci, Forster ci ha immaginati come suo personaggi e ha finito per amarci.

E ha pensato a noi come a un “quite wonderful muddle”.

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“Vi amo tutti (ma vi odio però)” ovvero dello stile degli autori sui social #editoriale

Confesso un risvolto “non sano” (per risparmiare la definizione di “patologico”) dei miei noiosi pomeriggi seduta dietro a una scrivania: trascorro molte ore lavorando al computer e quando sento il bisogno di una pausa non riesco a staccarmi dallo schermo. Quello schermo, ahimè, diventa l’oggetto della mia pausa e mi ritrovo a rollare la homepage di Facebook, gettando saccadi qua e là. Per caso o per curiosità, mi capita di soffermarmi sulle pagine di scrittori, cantanti, artisti emergenti, commentatori più o meno intelligenti. Si tratta di pagine individuali (numerose sgranate versioni della faccia del personaggio fanno cucù dalla barra spaziatrice orizzontale) e allo stesso tempo collettive: ogni riga è un messaggio ai fan e a volte diventa un vero e proprio dialogo. È un argomento futile – innegabilmente – ma ben so che il principio fondante di questo blog è scherzare sulla letteratura – o su chi la fa, o dice di farla.

Visto che sono una burlona, mi sono chiesta: perché? Cosa spinge Baricco, Saviano e questa giovane autrice di cui ho dimenticato il nome a pubblicare istantanee dei loro retroscena, a rispondere all’augurio di un fan (o meglio, di numero variabile tra 50 e 20000 fan) e a gettare una rete giornaliera dei propri opinioni, sentimenti, gioie e amarezze?

Non dovrebbe stupirmi: il web funziona così. La posta in gioco è la notorietà: per essere condiviso, per far condividere agli altri uno spezzone delle tue idee almeno per un secondo, è necessario indurre un volontario click del mouse. Non ho un’opinione su questo: non è bene e non è male. È una prassi: si fa così. Purtroppo, per deformazione professionale, questa spiegazione non mi lascia soddisfatta.

Per prima cosa, ho provato a immaginare cosa sarebbe accaduto se altri grandi, che prima di esserlo sono stati dei piccoli, infimi esordienti, avessero seguito questa prassi. Ed ecco il primo che mi è venuto in mente:

Anonymous_portrait_miniature_of_a_young_John_Keats

questo è John Keats. Bruttoccio, non è vero? È una fortuna, forse, che la sua faccia non sia stampata su ogni singola copia di Endimione. A lui non deve essere importato molto della propria immagine, vista la scarsità di ritratti che, mi auguro, non gli rendano giustizia e che sembrano essere stati eseguiti più per passare il tempo (vedi quello schizzato dall’amico Charles Brown) che per una volontà di immetterli in circolazione. Il poveretto, in vita, non ha goduto nemmeno dell’approvazione e del sostegno del pubblico: una prima pubblicazione tiepida, un solo grande amore (una ragazzina che sembrava essere l’unica a capirlo), un disastroso epilogo, la povertà, la morte. Per assurdo, sul social gli sarebbe andata meglio? Con quella faccia, non credo. E se anche gli fosse andata, forse avrebbe perso quella venatura intatta di malinconia, quella precisa abilità nel cristallizzare la caduca felicità e la bellezza in un susseguirsi di parole.

Questo ragionamento non mi ha comunque portato a niente: non si può dire che tutti gli autori che utilizzano i social siano belli e che pubblicizzino la propria immagine in quanto tale. E allora?

Ho letto una frase che mi ha illuminata:

“Poter pubblicare da sola (…) mi ha messo a stretto contatto con i miei lettori, in un modo che non credevo possibile. (…)auto-pubblicare significava poter credere in me stessa e portare avanti i miei progetti, scrivendo il genere di libri che i miei lettori amano.“

Potete leggere l’intervista completa a Bella Andre a questo indirizzo. La signora è una scrittrice americana di saghe familiari d’amore, amore e amore, già affermata e che ha scoperto il mondo del self-publishing. La sua pagina Facebook assomiglia a quelle di molti altri autori: domande dirette, ringraziamenti, qualche vignetta e pubblicità (autogena). La signora Andre ha fornito la risposta perfetta alla mia domanda: perché lo fanno? Non c’è dubbio: questo è il massimo grado di vicinanza con i lettori.

Quando leggo una poesia di Keats, non posso dire di sentirmi vicina a Keats. Mi sento vicina alla sua poesia, a me stessa, al mio comodino, ma lui, per quanto ci si possa sforzare, non si manifesta.

Quando invece sulla mia homepage appare un post firmato e controfirmato (da una selfie) di Roberto Saviano, io mi sento vicina a Roberto Saviano – e a nessuno dei suoi libri, visto che non ne ho letto nemmeno uno.

Sembra così bello: autori e lettori vicini, occhi negli occhi, che dialogano. Quella distanza incolmabile che ci separa da Goethe e da… (vorrei evitare di elencare altri autori defunti, ma è impossibile, perché quasi tutti gli autori attualmente viventi che conosco hanno una pagina su un social) è roba per chi cerca sensazioni forti e antiche.

Perché lo fanno? Loro scrivono di volerci bene e che siamo importanti. Certo che lo siamo: siamo i loro fan, i loro possibili compratori. Ecco perché lo fanno.

È tutto molto triste. È come un macigno – quella stramaledetta economia, che si infila sempre in ogni discorso per rovinarlo e renderlo amaro.

Così si è concluso il mio volo pindarico sugli autori nell’epoca dell’iper-riproducibilità delle immagini: si tratta di zuccherosa operazione di mercato. L’operazione di bravi autori come Baricco, Saviano, Ken Follett e Bella Andre: ci danno uno spazio per scrivere un commentino, ci fanno vedere la loro faccia da un’inquadratura strana e con una grana oscena e vogliono che compriamo il loro libro, compriamo il loro libro, compriamo il loro libro. Perché questo, in fondo, è quello che ogni autore vuole.
E visto che è ormai così difficile, diventa un pochino più facile se noi li amiamo e loro sanno il genere di libro che noi amiamo. Non mi permetto di affermare che non vada bene, ma è bello concludere una giornata dando a persone famose dei filistei.

Un sarcofago filisteo

Un sarcofago filisteo

 

Jogging con il vichingo puntata 2 #inedito

Jogging con il vichingo puntata 2 #inedito

Tre uomini si sedettero di fronte a Mr Smith.

Il rumore della porta e quello delle sedie coprirono i saluti. Al centro si accomodò il produttore Alan Crane, che aveva sfornato, con serrata ricorrenza, telefilm fantasy-romantici che avevano reso gli ultimi cinque anni negli anni d’oro del romantico-fantasy.

Secondo un modo di procedere poco ortodosso ma redditizio, per la sua scorrevolezza, il romanzo sulla scrivania di Mr Smith gli era stato consegnato in versione integrale, affinché le sue impressioni diventassero le indicazioni per gli sceneggiatori. Le ultime uscite di Mr Crane erano le stesse di Mr Smith e per entrambi avevano rappresentato i loro più grandi successi: casse piene, pubblico adorante. Per questo, Mr Crane riponeva piena fiducia nel regista, tanto che non era rimasto per niente turbato dalle voci che riportavano una presunta relazione con la sua ex-moglie. Questo romanzo aveva una narrazione robusta che gli era valsa la vendita su larga scala, il rapido diffondersi su numerosi mercati linguistici. Mr Smith avrebbe elevato le radici del libro, nelle quali milioni di lettori erano rimasti invischiati, a un labirinto celeste da cui nessuno spettatore sarebbe potuto uscire – mai più.

Accanto a Mr Crane, si era seduto l’agente dell’autore del libro in ballo, il romanzo fantasy, screziato di storia, noir e romanticismo che aveva dominato le classifiche dell’ultimo anno. L’agente era un bel ragazzo dall’aria brillante e dinamica, che non stonava come terza voce nel duetto che Mr Smith e Mr Crane si apprestavano ad eseguire intorno al best-seller da trasformare in cult.

Tuttavia, il terzo nuovo arrivato, accomodatosi alla sinistra di Mr Crane, fu squadrato dal regista con disappunto: non amava discutere delle fasi delicate di tagli e modifiche al lavoro di un altro di fronte ad uno sconosciuto. Mr Smith strinse una mano grande e paffuta e gettò uno sguardo al sobbalzo della panzona quando quello si sedette. I capelli biondi ed appiccicati, la t-shirt indossata sotto alla giacca e le converse rosse, assolutamente inadatte a quei lunghi piedi, potevano significare una cosa soltanto, e tre o quattro sue declinazioni – un appassionato di romanzo fantasy, il presidente di un comitato di fans, il nipote dell’autore e depositario della sua viva volontà, un chiappone esperto di effetti speciali e scenografie digitali con manie da regista. Se Mr Crane lo aveva portato con sé, era assai probabile che quel tipo portasse soldi, e molti, per cui Mr Smith avrebbe dovuto accettarlo (senza per questo rinunciare ad essere se stesso e a consigliargli un buon nutrizionista).

“Mr Smith. Non perdiamoci in convenevoli e procediamo. Ci esponga a caldo le sue impressioni su questo romanzo.”

Non vi erano stato convenevoli, tuttavia tutti annuirono in risposta alle parole di Mr Crane, tranne il ciccione. Il regista appoggiò le spalle allo schienale, lasciando scivolare la pelvi in avanti. Sorrise e strizzò gli occhi, come ad ostentare la gratitudine per tanta fiducia, quindi schiaffò il palmo della mano sulla copertina del libro.

“Questa è merda, signori. Ma che dico, non è merda pura, è sterco misto a sabbia e detriti. Lei non si offenderà di certo, agente, in quanto questo libro è fonte di guadagno per molte persone, lei compreso e anche noi. Non deve ricevere molti commenti schietti e forse questo le renderà più appetibile il mio punto di vista.”

Mr Smith intercettò lo sguardo del produttore e vi lesse una fulminea scheggia di vermiglia incredulità. Ciò lo allarmò, ma soltanto per un secondo: forse non si aspettava un incipit tanto brusco… ma tanto valeva mettere le carte in tavola. Non avrebbe avuto senso elogiare l’opera per poi annunciarne un disboscamento seriale.

“Prendiamo l’inizio, con questo misero uomo con cui il vichingo fa il primo incontro. L’entrata del vichingo è perfetta, intendiamoci, in questo contesto desertico… ma questo… questo… Panteras? Nessuno spettatore potrebbe affezionarsi a un personaggio del genere. Del tutto irrilevante, privo di ironia o del suo contrario, il pathos, totalmente casuale. Un incontro casuale, ecco, come capra e cavoli. Per questo io propongo di cassare questo greco di cui non fotte niente a nessuno (questi girotondi e flashback, lo sproloquio sul nome di battesimo e un passato privo di interesse…) e passerei direttamente a Costantinopoli e trasformerei la storia del vichingo e della bambina nell’introduzione stessa della serie. I vichinghi alla corte dell’imperatore bizantino intorno ad un fuoco che si raccontano sotto voce la storia di quel loro lontano parente che è appena arrivato a piedi a Costantinopoli. Con questa modifica, possiamo dire di essere passati dalla palla di sterco spiaggiata a un groviglio di alghe che qualche occidentale ritardato potrebbe masticare in un ristorante giapponese.”

L’agente dell’autore tossicchiò e si agitò sulla sedia, mormorò qualcosa di incomprensibile, mentre anche Mr Crane non riusciva ad articolare una sola parola. La salvezza venne dal biondo panzone, che alzò una mano in segno di pace per tutti.

“Molto interessante, Mr Smith. Senza dubbio lei esprime al meglio la logica drammatica della rappresentazione televisiva. Forse… i colleghi non si aspettavano un eloquio tanto schietto. Dico però di concentrarci sulla sostanza. Per me, visto che Mr Smith non ha intenzione di capovolgere i cardini della trama, possiamo procedere senza indugi o imbarazzi.”

Mr Smith rise fragorosamente e si alzò per battere una mano sulla spalla tornita dello sconosciuto.

“Indugi o imbarazzi! Non abbia paura, amico, non ce ne saranno mai! Tuttavia la ringrazio per quello che ha detto, il suo aspetto non rende merito alla sua saggezza!”

Si sedette e lanciò uno sguardo interrogativo a Mr Crane e all’agente, che non solo conservavano un’aria contrita ma stavano rapidamente diventando paonazzi. Mr Smith alzò le spalle e rivolse un sorriso al suo inaspettato alleato.

“Che ne dice, amico, bastiamo noi due per andare avanti? I nostri compari hanno deciso di arrestarsi dove la nostra comprensione non può attardarsi. Come ha detto di chiamarsi?”

L’uomo non sorrideva, eppure aveva un’aria estremamente mite ed arrendevole mentre rispondeva a quella domanda piuttosto facile.

“Odgen Johnson, al suo servizio.”

Mr Smith aggrottò la fronte.

“Non mi dice niente, ma mi è familiare. Ci conosciamo, per qualche strano motivo?”

 


 

Milan Tourette, l’agente di Mr Odgen Johnson, autore del bestseller “Il cerchio d’ambra”, stava trangugiando un bicchierino di vodka trasparente all’angolo della strada ed era furioso.

Odgen gli stava accanto, con le mani nelle tasche del cappotto, la testa bassa e i sottili capelli biondi sollevati dal vento. L’agente gettò il bicchiere sul bancone con tanta violenza che quello andò in pezzi. Quando si voltò a guardare Odgen, che svettava sopra di lui di circa venti centimetri, aveva le lacrime agli occhi ed era paonazzo.

“Perché non mi licenzi, Od? Spiegami perché devo assistere a queste pietose scene in cui il tuo lavoro viene insultato e ridotto a paccottiglia da canale di serie B… Licenziami, Odgen, non ce la faccio più!”

Odgen sospirò e scosse il capo.

“Non posso licenziarti, Milan, mi dispiace.”

“E perché?”

“Perché mi dispiace! Piangi ogni volta che accade qualcosa di spiacevole. Piangeresti, se ti licenziassi. Perché non ti licenzi da solo?”

Milan batté un pugno sul bancone, attirando l’attenzione del barman, che gli servì un altro bicchierino senza che lui ne chiedesse.

“Ho un codice morale, Od. Se tu mi chiedessi di lasciarti solo nella stanza degli squali, allora ti rispetterei. Ma se io devo abbandonarti… Lo affronteremo insieme. Hai firmato la concessione dei diritti, questa è la realtà. Forse mi sono lasciato trasportare, avrei dovuto sconsigliarti fin dal principio, ma pazienza. Questo però non significa che devi subire gli insulti di quel borioso regista senza reagire! Cavolo, Od, anche gli ippopotami si infuriano!”

“Gli ippopotami?”

“Sì, Odgen, gli ippopotami! Sai quegli animali glabri che se ne stanno a mollo tutto il giorno e pascolano come pecorelle durante la notte?”

“So cosa è un ippopotamo, Milan! Potresti soltanto evitare il paragone con un animale fuori forma? Non avresti potuto chiamare in causa la furia del pulcino?”

“Mr Smith può darti del ciccione e io no? Comunque, voglio sperare che tu preferisca invocare la furia dell’ippopotamo piuttosto che quella del pulcino, quando si tratta di farti valere.”

Odgen sospirò nuovamente e si coprì il volto con le mani. Dopo qualche istante prese il bicchierino di vodka da sotto il naso di Milan e la buttò giù. Rimase con gli occhi chiusi e corrugati per qualche secondo, quindi scosse la manica del cappotto dell’agente.

“Ma sentici… stiamo qui a questionare di ippopotami e pulcini. Dovremmo festeggiare, Milan! Una produzione milionaria! La distribuzione negli Stati Uniti!”

Milan storse la bocca, emettendo un’esclamazione di disgusto.

“Non sono abbastanza i soldi ricavati dal romanzo? Ne hai così bisogno da accettare la messa in onda di una serie basata sul tuo libro senza il tuo incipit originale? E chissà cos’altro.”

Odgen scosse il capo, mentre rideva divertito.

“Mr Smith ha pienamente ragione sull’inizio. È noioso, puramente casuale. Pandarus è un personaggio inconsistente. Funziona molto meglio la versione di Mr Smith. Ha più grinta, fascino. E’ stata pensata.”

“Non capisco, Od, è il tuo libro! Se pensi che quell’inizio faccia schifo, perché lo hai scritto così?”

Odgen cercò un paio di monete nella tasca e le depositò sul bancone.

“Costretto dal realismo, amico, dalla storia.”


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Jogging con il vichingo puntata 2 di Teresa Del Bianco è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.
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“Risvegli” di Oliver Sacks #recensione

Specifiche tecniche

Titolo originale: “Awakenings”
Lingua originale: Inglese
Anno di pubblicazione: 1973
Editore italiano: Adelphi
Colori disponibili: Verdolino, violetto
Connettività: Empatica
Dimensioni:
Pagine: 513 (comprese le note)
Peso: 458 g
Spessore:
Copertina: Flessibile
Espansione memoria: paradossale
Formato ebook: Disponibile
Funzioni avanzate: una strana finestra


 

risvegli

 “Ma nessuna scala, nessun regolo, nessuna misura può operare se non opera personalmente, in modo vivo. La postura, possiamo dire, è un riflesso della gravità e di altre forze fisiche e fisiologiche che agiscono su una persona; è la risultante e l’espressione di tali forze; ma è una rappresentazione ed espressione individuale, un’espressione attiva e assolutamente personale, e non puramente qualcosa di meccanico o matematico. Ogni postura, oltre a essere meccanica e razionale, è unica e personale: ogni postura è un “io”, non meno che un “esso”. Ogni postura, ogni azione, è soffusa di sentimento, di grazia (…) Ed è precisamente questo che manca nel parkinsonismo.”

La postura: la mia, la vostra, quella dei malati del morbo di Parkinson. Se esiste un “io”, perché dovrebbe risiedere in quell’effimero concetto di anima e non nel modo in cui teniamo la schiena?

Non dobbiamo questa intuizione a un guru della scienza della scoperta (si chiama così?) o da un maestro haiku in preda a scrittura compulsiva a paragrafi multipli. Si tratta di un medico, un neurologo americano, che alla fine degli anni sessanta ha somministrato il farmaco Levodopa, allora sperimentale, su pazienti affetti da parkinsonismo e ricoverati da decenni nel cronicario dove lavora. Questi pazienti sono i protagonisti del libro “Risvegli”; ad ognuno è dedicato un capitolo-biografia, nel quale il dott. Oliver Sacks racconta della loro nascita, dell’infanzia, della giovinezza e della malattia. Nell’introduzione, Sacks richiama la dimenticata epidemia di febbre encefalica degli inizi del 1900 che uccise milioni di persone e ne rese invalidi decine di migliaia (nel nostro mondo Occidentale, non in Africa o in India). Gli invalidi, “postencefalitici”, a distanza anche di anni dall’infezione, mostrarono sintomi psichiatrici o neurologici che si evolvettero inesorabilmente all’immobilità del morbo di Parkinson. Oggigiorno, conosciamo il Parkinson come la malattia neurodegenativa dell’anzianità, questa storia ci appare dunque un po’ strana e distante, soprattutto per essere il racconto di un medico, dei malati e un farmaco che dopo decenni li libera dai sintomi del Parkinson.

La rilevanza scientifica c’è, come anche c’è la poesia e l’introspezione. L’opera di Sacks non è un cocktail ma un equilibrato resoconto “fenomenologico”, che rappresenta la malattia come “esistenza”. Non ne siamo avvezzi e questa diventa materia da romanzo. Dopo duecento anni, la parola “romanzo” acquista di nuovo tinte fosche, da millantazione, se associato a un libro di medicina (perché proprio non parla d’altro). Se Oliver Sacks è un pazzo, lo è anche Aleksandr Lurija, storico neuropsicologo le cui scoperte sono studiate nelle facoltà di Medicina, Psicologia e Scienze. Sacks lo cita così:

“Una volta domandai a Lurija quale fosse per lui la cosa più interessante del mondo. Rispose: “Non posso esprimerla in una sola parola, devo usarne due. Dovrei parlare di “scienza romantica”. Fondare o rifondare una scienza romantica è stata la speranza di tutta la mia vita”.

Un punto di vista tanto eretico quanto interessante, sperimentato da grandi clinici… ed, in questo caso, diventato un bestseller.