Libro Generazionale Cercasi

Forse perché disto un ‘-3′ dalla soglia dei trent’anni (o forse perchè da una vita mi guardo allo specchio con preoccupazione), ultimamente mi sono chiesta se esista un libro che rappresenti la generazione nata tra la metà degli anni ottanta ed i primi anni duemila.

Diciamocelo, è arduo rappresentarci tutti, visto che negli ultimi trent’anni il mondo – i mezzi di comunicazione, la geopolitica, la moda, la moneta, le relazioni – è andato incontro ad una metamorfosi che avremmo bisogno, forse, di riguardare in slow-motion.

La nostra vita quotidiana è piena zeppa di elementi ormai irrinunciabili o inevitabili (i social-network, gli acquisti online, i voli low-cost, le relazioni a distanza, i mobili di ikea) che tuttavia mancano ancora di una rappresentazione, almeno nella mia esperienza di lettrice. Ciò che costella la nostra vita non è ancora diventato un elemento narrativo, lasciandomi a volte la sensazione che questa letteratura scritta “dai padri e dalle madri” – sì, perché sappiamo bene che il mondo dell’editoria ha aderito al blocco delle assunzioni – viva questi elementi come innaturali ed un po’ vuoti.

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Visto che l’assenza del montalatte ikea Produkt potrebbe essere dovuta alla sua sostanziale irrilevanza, possiamo considerare anche i “grandi” eventi del nostro tempo: ho la sensazione che gli eventi che ancora ci emozionano, commuovono e fanno pensare risalgano ad un’epoca nella quale non eravamo nati o non possiamo ricordare. Quanti chili di carta si scrivono ancora sulla caduta del Muro di Berlino, e quante trame invece ritraggono l’11 settembre? O l’attentato alla metropolitana di Londra? O il maremoto in Indonesia?

Mi è stato suggerito di cercare in altre forme di racconto, “più inconsce”, che rivelano un tema più nascostamente, come i film o le serie tv (ed i video-game, aggiungerei). Credo in effetti che potremmo enumerare molti film o serie che ci rappresentano, indipendentemente dal loro successo. Ma in quanto a libri… è davvero possibile che ci sia questo vuoto?

Ho cominciato a porre la domanda ad amici e conoscenti ed eccoci qui: lo chiedo a chi legge. Qual è, secondo voi, giovani adulti tra i 18 ed i 30 anni, il libro che abbiamo letto più o meno tutti e che rappresenta qualcosa che ci accomuna e fa parte della nostra identità?

Ho incluso nel sondaggio alcuni titoli che mi sono stati suggeriti dagli amici. Ognuno ha proposto liberamente con il primo titolo che gli è capitato in mente. Se conoscete un libro che secondo voi è trasversale e anche molto letto, aggiungetelo alla lista e commentate!

Grazie e a presto 🙂

She

Delusioni letterarie, o di come ho odiato Cime Tempestose

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By Eliza

La situazione è questa: un esame di letteratura inglese, un modulo unico dedicato al romanzo britannico dell’Ottocento. Jane Austen, Stevenson, Wilde. Pane per i miei denti.

A rendermi particolarmente felice è il fatto che in programma ci sia anche Wuthering Heights, imperdonabile lacuna nella mia cultura letteraria. Da anni mi ripeto che prima o poi devo leggerlo, che come ho fatto in tutto questo tempo a non averlo mai letto, giuro che è il prossimo che leggo. Adesso non ho più scuse. Cathy e Heathcliff, eccomi a voi.

Ho grandi aspettative per questo libro. Ho amato visceralmente Jane Eyre, capolavoro di Charlotte Brontë, e da sua sorella Emily non posso che aspettarmi qualcosa che sia all’altezza di tanto genio letterario. Ho pianto, sofferto e sperato con Jane, figura di eroina anticonvenzionale e indipendente, ne ho ammirato la forza, l’autonomia, l’anelito alla libertà. Ho sospirato e trepidato per Rochester, per il fascino e la statura del suo personaggio, per il mistero che lo circonda, per l’imprevedibilità delle sue azioni, per la volubilità che confonde e ferisce l’ignara Jane, per la sua passione e la sua tenerezza. Ho sognato castelli, corridoi e stanze misteriose, brughiere e cieli sconfinati. E quel poco che so di Wuthering Heights è molto promettente: comprende un’eroina ribelle, un eroe dannatamente romantico e i paesaggi impervi della brughiera. Lo amerò, me lo sento.

Ebbene, è ora di dichiararlo, a testa alta e urlando di petto, senza vergogna e senza sensi di colpa:

è una cagata pazzescaEcco, l’ho detto. Proprio così. L’ho detto e lo ripeto e lo rivendico. L’eroina ribelle era un’isterica viziata, l’eroe romantico uno stalker patologico e violento, la brughiera un posto deprimente e desolato, teatro di abusi, maltrattamenti, odi familiari, abbandono e alcolismo. E magari fosse solo questo il problema.

Ho letteralmente faticato per arrivare alla fine. La trama avanza a rilento, per accumulo di episodi, personaggi, narratori, e da un certo punto in poi sembra sdoppiarsi e chiudersi su se stessa in una ripetizione della prima parte del romanzo. I dialoghi sono pesanti, dilatati, retorici e fiacchi. Non ho creduto neanche per un momento all’irrefrenabile passione fra Heathcliff e Cathy. E raramente credo di aver odiato un personaggio quanto ho odiato Heathcliff. Nei pressi degli ultimi capitoli continuavo a contare quante pagine mi mancavano per finire e nel momento in cui la vicenda è finalmente giunta a una conclusione, ho avuto l’impulso di scattare in piedi e fare un balletto della vittoria.

Danza della vittoriaMa procediamo con ordine. Partiamo dai protagonisti.

Il mio errore, probabilmente, è stato quello di cercare di vedere in Heathcliff un nuovo Rochester: burbero, solitario, sarcastico, ma fondamentalmente positivo. Effettivamente, per essere burbero è burbero. E anche solitario. E sembra avere quell’aria selvaggia, ribelle, non convenzionalmente attraente che tanto mi aveva colpito in Rochester. Ma risulta ben presto chiaro che Heathcliff non è Rochester e Wuthering Heights non è Thornfield Hall. Heathcliff non è solo burbero e tagliente, è proprio antipatico. Nel momento in cui lascia che i suoi cani attacchino Lockwood, l’affittuario della sua proprietà attigua di Thrushcross Grange, e resta a guardare ridendo senza far nulla per aiutarlo, inizio a cogliere anche qualche traccia di sadismo.

Resami conto dell’errore, tuttavia, ho cercato di non emettere giudizi affrettati e ho deciso di dare un’altra possibilità a Heathcliff. D’accordo, non è un Rochester e su questo non ci piove. Cerco di liberarmi dall’idea romantica dell’eroe di Jane Eyre e di non ritagliare su Heathcliff figure letterarie che non gli si confanno. Dopotutto può ancora risultare un personaggio, se non positivo, almeno interessante, profondo, tormentato, capace di conquistare, con cui è possibile identificarsi.

Per un po’ questo tentativo regge. Si torna indietro nel tempo per ripercorrere l’infanzia solitaria di Heathcliff, e i maltrattamenti che patisce a opera del fratellastro Hindley, la silenziosa rassegnazione con cui li subisce (che però nulla a che fare con la mansuetudine o la gentilezza) spiegano almeno in parte il comportamento ai limiti della sociopatia dell’Heathcliff adulto. Anche il muto sentimento che lega Heathcliff alla coetanea Catherine, sorvolando gli aspetti vagamente incestuosi di questo legame, riescono ad addolcirne almeno un po’ l’immagine.

Tutto quello che Heathcliff subisce durante l’infanzia basterebbe a rendere rancoroso chiunque, non c’è dubbio. Arriva però il momento, man mano che si procede nella trama, in cui sorge un dubbio legittimo: Heathcliff non sta un po’ esagerando? Piano piano la rabbia, unitamente alla passione per Catherine, sembra diventare l’emozione dominante del personaggio, il motore delle sue azioni, fino a sfociare in una vera e propria ossessione monotematica di vendetta e possesso. Sono riuscita, a fatica, a mantere un minimo di empatia nei confronti del personaggio fino al momento in cui torna da Catherine dopo tre anni di assenza, durante i quali si è misteriosamente arricchito. Non oltre. Da quel momento in poi, Heathcliff non ha più una sola qualità positiva. La rabbia e il desiderio di vendetta l’hanno trasformato in un automa guidato da un unico desiderio ossessivo, quello di riappropriarsi di Catherine (ormai sposata a Linton) e di vendicarsi delle angherie subite. Un’ idea possessiva e morbosa dell’amore che per qualche motivo sembra esercitare un fascino particolare nell’immaginario collettivo. Non so perché, ma mi ricorda qualcuno…

Creepy...

Creepy…

Ormai completamente preso dalla sua missione, Heathcliff perde ogni forma di umanità e le sue azioni diventano sempre più crudeli e disumane, al punto che sembra quasi perdere di vista il suo obiettivo, cioè Catherine. E la perderà, a tutti gli effetti, la Catherine da lui tanto amata e così vessata, e sarà proprio la sua inesorabile vendetta a perderla e a perdere anche se stesso. E fin qui potrebbe anche essere affascinante la cosa. Non un personaggio positivo, ma un personaggio tormentato, oscuro, terribile, distrutto dalla sua stessa brama di potere e di vendetta. Il problema è che Heathcliff non è per nulla credibile nemmeno in questa veste. La sua passione, i suoi furori, le sue azioni sono sempre talmente eccessivi e teatrali da risultare quasi ridicoli. Il top è stato, per citare solo un esempio, quando, alla notizia della morte di Catherine, Heathcliff inizia a sbattere la testa contro un albero ululando. Ecco, lì la mia reazione è stata più o meno questa:

Non parliamo poi dell’eroina, in cui avevo vanamente sperato di trovare un’altra figura di proto-femminista alla Jane Eyre. Anche qui l’errore è stato in parte mio, lo ammetto. Avevo già deciso in partenza chi fossero Heathcliff e Catherine e non avevo preso in considerazione la possibilità che si rivelassero personaggi completamente diversi. Ma al di là delle aspettative che mi ero fatta, c’è da dire che quei due sono oggettivamente insopportabili. Se Heathcliff è uno psicopatico con la mania del controllo e del possesso, Catherine è prima una mocciosetta viziata e crudele, poi una drama queen isterica ed egocentrica. L’egocentrismo, in effetti, è parte integrante dei caratteri dei due protagonisti e del legame che li unisce: un legame che nelle intenzioni dell’autrice immagino dovesse essere assoluto, esclusivo, sconfinato, ma che di fatto risulta come l’affinità  fra due ego smisurati, che si scelgono l’un l’altro per rafforzarsi a vicenda nella loro autoreferenzialità quasi patologica. Pensiamo, per esempio, alla sprezzante crudeltà con cui Catherine si rivolta contro suo marito Linton nel momento in cui questi, a giusto titolo, impone a Heathcliff di lasciare la sua casa, o della crisi di nervi che sembrerebbe quasi farsi venire di proposito per ammalarsi e fare dispetto a tutti.

E la passione fra i due? Non l’ho sentita neanche per un momento e fino all’ultimo sembra coincidere in buona parte con il rancore, la vendetta e il ricatto. Non ho mai visto due amanti amarsi così poco. Nemmeno con tutta la mia buona volontà sono riuscita a prenderla sul serio, a raggiungere quella suspension of disbelief che forse mi avrebbe consentito di credere a battute iperboliche e ampollose come:

«Because misery, and degradation, and death, and nothing that God or Satan could inflict would have parted us, you, of your own will did it. I have no broken your heart – you have broken it; and in breaking it, you have broken mine.»

o ancora:

«It is hard to forgive, and to look at those eyes, and feel those wasted hands,’ he answered. ‘Kiss me again; and don’t let me see your eyes! I forgive what you have done to me. I love MY murderer – but YOURS! How can I?»

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Insomma, i protagonisti sono insopportabili. Ma il fatto è che in questo libro non c’è neanche un personaggio con cui è possibile identificarsi. Quelli che a tutti gli effetti sono i protagonisti della seconda parte dell’opera, Cathy e Hareton, figli rispettivamente di Catherine e di Hindley, e che rappresentano il coronamento in chiave positiva della passione distruttiva fra Catherine e Heathcliff, sebbene non sgradevoli quanto i loro predecessori, non suscitano comunque particolare simpatia (piuttosto capricciosa e sventata lei, selvatico e abbrutito lui) e nemmeno il lieto fine riesce del tutto a riscattarli. Non parliamo poi di Linton Heathcliff, figlio di Heathcliff e di Isabella Linton, primo marito di Cathy, impostole con la forza da Heathcliff. Un personaggio talmente odioso che per un attimo ho trovato Heathcliff adorabile al suo confronto: capriccioso, egoista, vigliacco, manipolatore e patetico. Hindley Earnshaw, fratello maggiore di Catherine e padre di Hareton, si pone fin dall’inizio come personaggio negativo, sviluppando un odio feroce e immotivato nei confronti di Heathcliff, che perseguita implacabile finché la situazione non si rovescerà e sarà Heathcliff a spingerlo nel degrado più avvilente e umiliante. Edgar Linton, marito di Catherine e padre di Cathy, è forse l’unica figura del romanzo per la quale ho provato una certa simpatia: una figura che sembra quasi giungere dalle schiere degli integerrimi e decorosi eroi austeniani ma che al cospetto di una personalità titanica e distruttiva come quella di Heathcliff impallidisce fino a diventare un’ombra e a sparire. Troppo poco perché il lettore possa veramente fare il tifo per lui.

C’è poi tutta la questione della struttura narrativa raddoppiata, suddivisa com’è fra le due generazioni di personaggi, i cui nomi si ripetono o si richiamano l’un l’altro e i cui destini risultano speculari e profondamente diversi al tempo stesso. L’idea sembrerebbe accattivante – la generazione più giovane che impara dagli errori di quella precedente, la passione votata alla distruzione di Catherine e Heathcliff che trova riscatto in quella fra Cathy e Hareton – ma a conti fatti risulta pesante e di difficile comprensione, complice anche la scelta di usare sempre gli stessi nomi. Basta leggere il paragrafo precedente di questo articolo per rendersi conto di quanto sia complessa e cervellotica la mappa dei personaggi e delle relazioni che li legano: Catherine, Cathy, Hindley, Hareton, Heathcliff, Edgar Linton, Linton Heathcliff…

Avevo iniziato questo romanzo convinta di scoprire un nuovo, grande amore e invece si è rivelato uno dei libri che ho più odiato leggere, non solo per la mancanza di personaggi positivi e per la durezza dei temi trattati, ma anche perché, semplicemente, brutto e scritto male. In tutta onestà, non capisco e non capirò mai come un romanzo del genere possa essere tanto amato né come possa essere tutt’oggi annoverato fra i classici della letteratura. La mia idea è che, probabilmente, c’entri qualcosa anche il successo di Jane Eyre. Il capolavoro di Charlotte, infatti, uscì nel 1847, lo stesso anno in cui Emily pubblicò Cime Tempestose e una terza sorella Brontë, Anne, diede alle stampe il suo Agnes Grey. I tre romanzi furono firmati, rispettivamente, sotto gli pseudonimi di Currer, EllisActon Bell e il successo fu immediato. Motore trainante di questo trionfo, tuttavia, fu proprio Jane Eyre, mentre la critica si divise su Cime Tempestose. Forse, dunque, è proprio a Charlotte Brontë e al suo romanzo che dobbiamo, almeno in parte, la longevità di Cime Tempestose. Che dire, grazie Charlotte. Senza di te, avrei sicuramente dato il mio esame di letteratura inglese con meno patemi.

E a proposito di sorelle Brontë, non posso non segnalarvi l’esilarante vlog di Branwell Brontë, quarto fratello ed emerito sconosciuto (anche più della povera Anne), che propone consigli sentimentali dispensati direttamente dalle nostre tre autrici. Quale sarà il modo migliore di fare colpo sull’altro sesso, accogliere in casa propria l’orfana di un’ex amante che non si era tenuti ad adottare o uccidere un cane senza motivo?

Fare ricerca: roba da poeti! #noialtri

Fare ricerca: roba da poeti! #noialtri

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by She

SPOILER ALERT: In questo articolo non si tiene conto di ruoli standard e socialmente accettati – perdete la speranza o voi che leggete! (E fatevi una risata…)

Mi è capitato di concedermi la visione di una serie BBC il cui titolo è tutto un programma – Desperate Romantics – ficton ad alti contenuti romanzati sulla lega dei pittori preraffaeliti andata in onda su Laeffe.

Sono troppo sexy...

Sono troppo sexy…

Sento che potrebbe far storcere il naso agli esperti e ai veri Appassionati, quelli con la A maiuscola: Aiden Turner è un po’ troppo palestrato per il ruolo di Gabriel Rossetti, come lo era anche per il ruolo del nano belloccio ne Lo Hobbit (un bello che si trova sempre nel ruolo sbagliato al momento sbagliato, a quanto pare). Ma non vogliamo concederci una divertente, farsesca rappresentazione di una confraternita di pittori rivoluzionari di due secoli fa?Eppure, la mia vena carnevelesca non era abbastanza per spiegare il mio coinvolgimento: c’era qualcosa che mi faceva sentire estremamente solidale.

Ripercorro le immagini, come se le stessi ricordando: tre giovani che sfidano la teoria consolidata della pittura perché credono nel progresso dell’arte, l’amicizia che ci intreccia al lavoro, le sbicchierate per celebrare conquiste futili e consolarsi di tutto il resto, mangiare poco e rinunciare al riscaldamento (senza perdere il buon umore), dipendere, per la propria carriera, dall’approvazione di un mentore e dalla risonanza del pubblico. Infine, la mostra: i quadri dei giovani appesi alla parete, di fronte ai quali passeggiano vecchi accademici e critici parzialissimi che sono assai scettici che questi sbarbatelli che pensano solo a fare sesso possano mettere a frutto il loro talento, sempre che lo abbiano! L’ho vista e l’ho riconosciuta: questa non è una mostra, è una fiera della scienza.

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Ecco un’affollata poster session

Mi sono chiesta: nel nostro mondo, quello dei social e del self publishing, chi è che vive ancora nella condizione di “pubblicare o perire”? La risposta è “i ricercatori”.

Gli scienziati e i ricercatori annegano in un mare di letteratura e devono avere doti di scrittura notevoli – quando gli si richiede un articolo breve, si chiedono 6000-7000 parole.

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“Il bando per la presentazione del progetto scade tra 5 minuti”

“Se vuoi provare a te stesso di essere capace di essere uno scrittore, mettiti di fronte al computer una notte e scrivi 20000 caratteri” – non è un citazione letterale, ma è stato Ian McEwan a dirlo.

Oltre alla scrittura, alla pubblicazione e alla spada di Damocle dei revisionatori e degli accademici, lo stile di vita del ricercatore è di sicuro disperatamente romantico: può ingerire litri di birra in un fine settimana, migrare verso un ateneo che dista come minimo 300 chilometri da casa e dalla più vicina conoscenza, non ha fissa dimora, continua a cercare strenuamente di consolidare la propria posizione fino ai 35-40 anni e fa economia sul cibo.

I ricercatori non sono solo scienziati (come se gli scienziati fossero tutti uguali poi: provate a mettere in una stanza un ricercatore di ingegneria e uno di etologia – ne può venir fuori un trattato, un figlio o un tentato omicidio), ci sono anche umanisti di ogni specie, dall’egittologia, all’anglistica, alla teologia, alla storia dell’arte. All’interno di ogni disciplina, infinite correnti e tipi umani, contrattazioni e convivenze, soprattutto scrivanie disordinate e cassetti in cui si dimenticano spazzolini, cartoline, caramelle – non è romantico?

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Abbiamo ottenuto il finanziamento europeo… NO.

Inoltre, se vi capita di andare a perlustrare le mansarde parigine e londinesi, affittate a caro prezzo ed in pessimi quartieri, alla ricerca dell’artista dei vostri sogni… ricordate di chiedere al coinquilino cosa fa nella vita. Se non fa il cameriere per imparare la lingua, è probabile che sia un ricercatore.

Anche la caratterizzazione “negativa” che una volta si affibbiava allo scrittore di poesie che rinunciava a portare avanti l’impresa di famiglia e al pittore che sceglieva di ritrarre prostitute è stata ereditata da questa manciata di avventurieri: puerili, illusi, sanguisughe, snob. Quando poi il ricercatore è donna il ritornello dei luoghi comuni potrebbe essere facilmente scambiato per quello che, centinaia di anni fa, si deve essere sorbita Jane Austen: “Ma non pensi a farti una famiglia? Deve aver scelto di lavorare con il cervello perché è orribile! E’ inutile che si lamenti dei ritmi… si è scelta un lavoro da uomo!” per poi arrivare in gloria alle famose battute sulle lacrime.

Non ho dubbi: potrei avere una conversazione con Gabriel Rossetti o John Keats sui fastidi della vita da libera pensatrice, progressista ed artist… ahem, ricercatrice scientifica.

Fantasticando sui miei eroi della sera, sono giunta alla conclusione di non essere poi così strana e che in fondo lo sconcerto dei miei parenti di fronte alla mia scelta di vita non è niente di nuovo nella storia delle scelte professionali.

Perché ho scelto di fare ricerca? Principalmente per lo stesso motivo per cui ho scelto di studiare Medicina. E per lo stesso motivo per cui amo la letteratura sopra ogni cosa. Un errore dopo l’altro, e uno più radicale dell’altro. Ma d’altronde, non è sempre stata così priva di logica, all’apparenza, la vita di chi non riesce a fare a meno di seguire la poesia? Tutto torna. E’ folle e disperatamente romantico.

"E questo è solo il primo anno di dottorato..."

“E questo è solo il primo anno di dottorato…”

Studiare letteratura: roba da donne? #noialtri

Studiare letteratura: roba da donne? #noialtri

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By Eliza

TRIGGER WARNING: questo articolo contiene riferimenti alla teoria del giender!!1!1

Astenersi deboli di cuore.

Quando, ormai molti (troppi) anni fa, dopo l’esame di maturità, venne il momento di decidere quale facoltà scegliere per il mio futuro percorso accademico, avevo molte idee confuse, ma una sola ben chiara e definita: non sarebbe stato niente di scientifico.
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Fin da bambina mi ero distinta per la mia natura sognatrice e fantasiosa. Divoravo libri uno dietro l’altro, passavo ore davanti alla vecchia macchina da scrivere di mio nonno inventando storie e fiabe e non amavo particolarmente dover tenere i piedi per terra. La mia testa fluttuava continuamente in un empireo popolato dalle mie fantasie infantili e dai personaggi dei libri che amavo, un paradiso tutto mio dal quale venivo bruscamente richiamata quando la realtà mi si parava davanti e io ero troppo impegnata a fantasticare per notarne l’incombere minaccioso – una volta sotto forma di un palo, l’incontro con il quale fu particolarmente doloroso.

Fu quasi inevitabile per me, nell’iniziare la scuola elementare, decidere con una certa risolutezza che avrei passato il resto della mia vita ad amare materie come italiano o educazione artistica e odiare la matematica, cosa che mi impegnai a fare sin dal primo problema di matematica (“Luca e Mara hanno 5 mele. Se Luca ne mangia 2, quante mele rimangono a Mara?”).
Questa mia ferma risoluzione fu stimolata dal fondamentale apporto di una disastrosa serie di insegnanti che, dalle medie in poi e con rarissime eccezioni, fecero sì che la matematica e, successivamente, la fisica, diventassero per me bestie nere e materie mortalmente noiose e aride.
Si può dunque immaginare l’euforia con cui conclusi la mia ultima interrogazione di fisica: da quel momento in poi, ufficialmente, non avrei mai più dovuto avere a che fare con niente di anche solo vagamente matematico!

Con gli anni ho fatto pace con le materie scientifiche, tanto che ultimamente mi sono dedicata alla lettura di un saggio divulgativo di fisica. Se l’avessero raccontato alla me stessa di otto anni fa, non ci avrebbe mai creduto! Fatto sta che, otto anni fa, dopo la maturità e ancora provata da anni di lotte contro la matematica e la fisica, scelsi la triennale in Lettere e iniziai il mio percorso di studi (che allora non immaginavo sarebbe stato accidentato e faticoso quanto poi si è rivelato essere).

Fin qui tutto bene, giusto? Avevo scelto di assecondare la mia natura, giusto? Avevo scelto un campo di studi che mi interessava, giusto?
Più o meno.

Tralasciando il fatto che, per motivi che non starò a elencare, ho finito per odiare il corso di laurea in Lettere, ma che fortunatamente sta andando molto meglio con la specialistica in Traduzione, in tutti questi anni di studi umanistico-linguistici un tarlo ha continuato a tormentarmi, ossia il pensiero di aver scelto un percorso di studi “tipicamente femminile”.

Questo senso di inadeguatezza, di dover continuamente dimostrare qualcosa, mi accompagna in molti momenti e aspetti della mia vita: quando guido e mi sento in dovere di dimostrare che so guidare bene, perché se sbagliassi un parcheggio in retromarcia o ingranassi la marcia sbagliata sarebbe perché sono una ragazza e “donna al volante, pericolo costante”; quando devo aprire un barattolo o montare un mobile Ikea e non voglio dare segni di cedimento o di fatica perché non mi va di veder arrivare l’uomo del momento che prenda il mio posto dicendo “Donna, lascia fare a me”; quando in situazioni di crisi e/o sconforto, sento le lacrime salire gli occhi (piango per i motivi più svariati, dalla tristezza alla rabbia, dallo stress alla gioia) e cerco di ricacciarle indietro perché non vorrei che qualcuno pensasse di imputarle a sbalzi ormonali o anche al ciclo mestruale, che è sempre molto comodo additare a giustificazione dei malumori femminili.

Stesso discorso per il campo di studi che avevo scelto: lo avevo intrapreso perché, per un motivo o per un altro, era quello che mi interessava, o lo avevo scelto perché “è una facoltà da donne”? Cosa vuol dire una facoltà da donne? Forse che è frequentata per la maggioranza da donne? E perché è frequentata per la maggioranza da donne? Effettivamente, i miei compagni di classe, per la maggior parte, erano e sono donne. Avevo fatto la scelta più facile? Sono solo un altro numero in una statistica?

Il disagio aumentava ogni volta che mi veniva fatta la fatidica domanda “E tu cosa studi all’università?”, specie se a farmela era un uomo.  “Faccio lettere…”, “Studio traduzione…” e il sorrisino di circostanza sul volto dell’interlocutore o a volte delle battutine sarcastiche mi facevano sprofondare. Certo, dire “studio lettere” non suona figo quanto “studio medicina” o “ingegneria aerospaziale” e questo vale per tutti, uomini e donne. Probabilmente la prima cosa che la maggior parte della gente pensa è “Non troverà mai lavoro” o “Che facoltà inutile”, anche se la risposta “Studio lettere/traduzione/filosofia” viene da un uomo. Nel mio caso, però, sentivo che, oltre a tutto questo, pesasse anche il fatto che io sono una ragazza e che, in quanto tale, era naturale che avessi scelto quel campo di studi. Qualche volta me lo sono pure sentito dire apertamente: “Be’, sei una ragazza, che te lo chiedo a fare?” Eh sì, del resto cos’altro potrebbe scegliere una femmina? Carina lei, gioca a fare la letterata. Pat pat.

Purtroppo l’idea che esistano “facoltà da uomini” e “facoltà da donne” è ancora dura a morire, tant’è che mi è pure toccato sentirlo dire da donne che si proclamano femministe e orgogliose del loro essere donna. Secondo questa visione del mondo, uomo e donna hanno, in quanto tali, attitudini e capacità diverse – gli uomini scientifiche e pratiche, le donne letterarie e artistiche – e il peso dei condizionamenti sociali, dell’educazione, delle aspettative e dei ruoli che vengono imposti all’individuo fin dalla più tenera età non conta niente (a questo proposito segnalo un interessante articolo realizzato da un gruppo di studiose della Sapienza). Il che non è altro che una versione un po’ diversa e condita con psicologia spicciola alla Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere del vecchio adagio: l’uomo è predatore, cacciatore, quello che porta i soldi a casa, la donna è moglie e madre, l’angelo del focolare.
Sì, perché è risaputo che Samantha Cristoforetti è arrivata dove è arrivata scrivendo poesie e traducendo versioni dal latino, vero? Ma no, certo, obiettano i sostenitori delle facoltà al femminile, ovviamente esistono eccezioni a questo paradigma, donne che eccellono in campo scientifico e uomini che si affermano negli studi umanistici, ma queste sono, appunto eccezioni, se non scherzi della natura. Difatti la Cristoforetti, con quel taglio corto e neanche un filo di trucco, non ci ha mai convinto troppo come donna (giuro che ho letto commenti di questo tenore. Lo giuro).

Ma al di là di luoghi comuni fasulli e fuorvianti che vorrebbero tutte le donne creature delicate e sensibili intente a declamare poesie d’amore e intrecciare fiori e gli uomini decisi e impavidi esploratori del mondo e della scienza, il problema che mi preme principalmente è un altro, ossia la svalutazione delle facoltà umanistiche in quanto, appunto, facoltà “femminili”, inutili, improduttive, astratte. Aria fritta, insomma. Proprio quello che si addice al cervello femminile.
Io stessa l’ho pensato molte volte, frustrata da ore di studio e da saggi critici totalmente incomprensibili che mi facevano sorgere il dubbio che l’autore stesse scrivendo cose a caso per riempire spazio: aria fritta! Basta fondi alla ricerca umanistica! A che cavolo mi servono queste cose? Così come durante le infruttuose ricerche di lavoro finivo per pensare, esausta e scoraggiata che avrei dovuto studiare qualcos’altro, qualcosa di più remunerativo, come economia, medicina o ingegneria. Così avrei pure contribuito a debellare il luogo comune “facoltà umanistica = facoltà femminile”.

Dead Poets Society
Fortunatamente, qualche tempo fa un bell’articolo scritto dal professor Kevin J.H. Dettmar mi ha aiutato a ritrovare un po’ di senso in quello che faccio. Ed è paradossale che l’abbia fatto distruggendo Dead Poets Society (in italiano miseramente tradotto con L’attimo fuggente) uno dei film che ho amato di più (non a caso) durante la mia adolescenza.

La sostanza dell’articolo è: Dead Poets Society è un film fuorviante perché, attraverso la sua patina accattivante, fa passare la ricerca umanistica per quello che non è, ossia estasi e rapimento senza alcun ragionamento e riflessione critica. Si declamano poesie, ci si lascia trasportare dalla magia delle parole, dall’impeto del romanticismo, poco importa se quelle poesie si siano capite o meno nel loro messaggio autentico e nel loro giusto contesto. È l’ambito delle “sentimental humanities”, quelle che probabilmente fanno sorridere e arricciare il naso a tanti che le ritengono “facoltà da donne”, inutili e fini a se stesse, uno svago piacevole per mogliettine con velleità intellettuali. Questa è probabilmente l’idea che si ha, nell’opinione pubblica, degli studi umanistici ed è per questo che vengono considerati con tanta sufficienza. Dettmar lo spiega chiaramente e spiega anche quanto questa considerazione sia offensiva per gli studiosi dell’area umanistica:

“[…] poiché la poesia, nell’immaginario collettivo, è il regno del sentimento piuttosto che del ragionamento, e il simbolo stesso degli studi umanistici. Per capire quanto questo presupposto sia insensato e offensivo, proviamo a capovolgerlo. Immaginiamo cosa succederebbe se improvvisamente insistessimo sul fatto che i professori di fisica stiano rovinando la bellezza e il mistero e le meraviglie del mondo della natura obbligando gli studenti a memorizzare equazioni. O se chiedessimo al dipartimento di scienze politiche di sospendere i corsi di teoria politica.”

Non ci avevamo mai pensato, vero? Non avevamo mai immaginato che gli studi umanistici – lettere, lingue, filosofia, storia – fossero materie scientifiche non negli argomenti bensì nei metodi e nei princìpi applicati alla ricerca, vero? Non sospettavamo che gli studenti che escono da facoltà umanistiche – quelli almeno che non passano gli anni universitari a vivere di rendita a suon di 18 politici – avessero un’effettiva preparazione, delle competenze, giusto?

E invece, sorpresa sorpresa, è così. Studiare lettere o lingue o filosofia comporta duro lavoro, studio di tomi su tomi, memoria, capacità di ragionamento critico, di creare collegamenti che nessuno ti ha spiegato, di spaziare su un ventaglio ampio di discipline e competenze (antropologia, psicologia, storia, perfino l’anatomia umana!). Ad esempio, vi dice nulla la parola “linguistica”? Indica “la disciplina scientifica che studia il linguaggio umano (inteso come la capacità dell’uomo di comunicare) e le sue manifestazioni (le lingue parlate nel mondo)”. Scientifica. E in quanti sanno cosa sia la filologia? In quanti sanno che comporta un tipo di ricerca di stampo quasi “archeologico”, che comprende la ricostruzione dei testi antichi, la loro analisi comparativa, la capacità di collegare il testo al suo contesto storico e socio-culturale, di trarre deduzioni logiche da tutto questo insieme di dati e variabili?

Ma ciò che caratterizza e rende così complessi gli studi in campo umanistico è principalmente il confronto con l’alterità, da Dettmar così formulato:

“Il potere della letteratura è il potere dell’alterità, creare la possibilità di incontrare l’altro in una forma non facilmente recuperabile, non facilmente assimilabile al proprio io. Leggere bene la letteratura significa lasciarsi sfidare ed emergerne cambiati.”

Certo, la ricerca letteraria o filosofica o artistica probabilmente non daranno risultati concreti, soluzioni a problemi reali della nostra vita. Non sarà la ricerca umanistica a trovare una cura contro il cancro o forme di energia rinnovabili o la ricetta contro la crisi economica. Ma è proprio quest’idea ad aver impoverito tragicamente la cultura e l’istruzione negli ultimi anni, quest’idea utilitaristica dello studio secondo la quale si studia per ottenere un risvolto pratico, che con la cultura si debba mangiare. Non è così e non è mai stato così. La cultura, ci ricorda Stefano Bartezzaghi, è a-utile, un’industria no-profit che non nasce per servire a qualcosa, nasce per l’amore della cultura e del sapere in sé.

Da quando ho letto l’articolo di Dettmar, ho smesso di sentirmi in colpa o inadeguata, almeno sul versante dei miei studi: no, non ho scelto l’area umanistica perché sono una ragazza e la letteratura è roba da donne e no, non devo e non voglio sentirmi da meno per il fatto di aver studiato letteratura. Non ho scelto l’area umanistica perché sono donna, sono una donna che (si dà il caso) ha scelto l’area umanistica come campo dei suoi studi. E gli studi umanistici non valgono meno di studi scientifici, sono solo diversi. In ogni caso, altrettanto validi e rigorosi.

Umanist* di tutti i paesi, unitevi!

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Degli effetti positivi dell’hipsterismo: il ritorno dei caffè letterari

Degli effetti positivi dell’hipsterismo: il ritorno dei caffè letterari

Una cosa c’è da dirla: l’ondata hipster dilagante non ha portato solo sventure e obbrobri quali i risvoltini ai pantaloni e la barba incolta da boscaiolo del Nord America. Uno degli effetti positivi di questa subcultura radical chic e vagamente irritante è il ritorno di un grande classico che tutti i giovani nerd occhialuti (e che lo erano prima che andasse di moda) non credevano avrebbero mai visto nel corso della loro vita mortale: il caffè letterario.

Caffè letterari

Questa strana creatura mitologica sembrava ormai scomparsa e relegata a un mondo passato, fatto di fasti letterari, locali fumosi e dibattiti intellettuali, eppure, come una rediviva araba fenice, eccolo tornato ad allietare pomeriggi e serate di amanti dei libri, universitari pretenziosi e più in generale di chi cerca qualcosa di diverso dal solito locale.
Fateci caso: i bar-libreria, con pareti ricoperte di libri e foto di grandi scrittori appese qua e là, ormai stanno spuntando un po’ ovunque, così come aumentano i bar che, pur non avendo originariamente vocazione letteraria, adornano i loro locali di scaffali e di volumi, o le librerie, come la Feltrinelli e la Ubik, che si dotano di un angolo bar. Non è chiaro quanti clienti effettivamente leggano i libri messi a disposizione e quanti invece, fra un cappuccino e un aperitivo bio, passino il loro tempo a fare foto da postare su Facebook e Instagram, ma non è questo che conta. Quel che è importante è che si registra un cambiamento di tendenza, una riscoperta dei libri, della letteratura e della cultura che, per quanto (forse) superficiale e frivola, non può che far ben sperare.

Hipster latte

The Grecian Coffee House

The Grecian Coffee House

Ma dietro questo trend si nasconde una realtà ben più antica, che risale al XVIII secolo: fu nel secolo dei Lumi, infatti, che iniziò a diffondersi la consuetudine di ritrovarsi nelle cosiddette coffee houses, che presto divennero veri e propri centri di cultura dove letterati e intellettuali si riunivano a discutere degli argomenti più svariati, talvolta fissandovi anche il proprio recapito. Fra le più famose coffee houses letterarie si annoverano Will’s, frequentata da John Dryden e Alexander Pope, lo Smyrna, dove si riunivano Jonathan Swift e Daniel Defoe, o il Turk’s Head, luogo di incontro di Johnson, Edmund Burke e Sheridan. Periodici quali The Spectator o The Tatler trovarono nei caffè letterari centri di diffusione fondamentali (rispettivamente al Button’s e al Grecian, che è tuttora la più antica coffee house londinese oggi esistente).

Anche la Francia conobbe un grande fermento culturale legato ai cafés: alla fine del Settecento Parigi contava quasi 3000 locali, fra i quali il Café Procope (tuttora in attività), ritrovo abituale dei pensatori illuministi e degli enciclopedisti, nonché dei Cordiglieri durante la Rivoluzione Francese.

Nel corso dell’Ottocento i caffé presero una direzione decisamente più politica e meno letteraria, con una tendenza alla polarizzazione dei caffè: se da una parte c’era il caffè “conservatore” (come il Fiorio a Torino, ritrovo dei “codini”), dall’altra c’era il luogo d’incontro dei patrioti (il caffè San Carlo, sempre a Torino, dove si potevano incontrare D’Azeglio e Cavour).

Il Caffè Fiorio

Il Caffè Fiorio

Anche nel corso del Novecento i caffè continuarono a esercitare il loro ruolo di aggregatori culturali e politici. Nella vita culturale europea, Parigi, con i caffè di Montparnasse e del Quartiere Latino, svolge un ruolo di particolare preminenza. Le Dôme, la Closerie des Lilas, Le Boeuf sur le Toit sono solo alcuni dei ritrovi dove maturarono i movimenti del cubismo, del fauvismo e del surrealismo e che furono frequentati da personalità come Picasso, Modigliani, Chagall e Hemingway. Il Quartiere Latino, con il Café de Flore e Les Deux Magots, ebbe invece carattere più filosofico e letterario e fu luogo di incontro degli esistenzialisti.

Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir

“Troppo mainstream…”

Il panorama è vasto e voler rendere conto di tutto lo sfaccettato universo dei caffè letterari europei (e non) richiederebbe uno spazio ben più ampio. Concentriamoci sull’Italia e su alcuni dei caffè che sono passati alla storia.

Iniziamo da quello che è considerato il più antico caffè d’Italia, il veneziano caffè Florian, situato inCaffè Florian, Venezia piazza San Marco sotto i portici delle Procuratiae Nuove. In origine si chiamava “Alla Venezia trionfante” ma gli avventori, per brevità, lo chiamavano “Florian” come il fondatore Floriano Francesconi. Suoi avventori furono da Carlo Goldoni, Giacomo Casanova, Giuseppe Parini, Lord Byron, Goethe, Ugo Foscolo, Charles Dickens e Marcel Proust. Ritrovo di patrioti italiani (vi furono addirittura adagiati i feriti durante la caduta di Venezia del 1849), era diretto rivale del Grancaffè Quadri, situato sotto i portici delle Procuratiae Vecchie e luogo di incontro degli ufficiali della guarnigione austriaca (nonché di Stendhal, Alexandre Dumas Padre e Richard Wagner).

Caffè Tommaseo

Caffè Tommaseo, Trieste

Restando nel nord Italia, impossibile ignorare il triestino caffè Tommaseo, reso famoso dagli irredentisti che qui si riunivano e da James Joyce, che pare passasse da queste parti durante gli anni del suo soggiorno a Trieste. Nato nel 1830, dal 1954 è protetto come monumento storico. I caffè di Trieste formano del resto un vero e proprio circuito di locali storici, che contano, fra gli altri, anche il caffè San Marco di via Battisti e la pasticceria Pirona in Largo della Barriera Vecchia.

Spostandoci a sud, troviamo a Napoli l’immancabile caffè Gambrinus, attivo dal 1860. A due passi da piazza del Plebiscito, fra Ottocento e Novecento fu il principale luogo di ritrovo degli intellettuali napoletani, accogliendo anche scrittori internazionali come Oscar Wilde, Ernest Hemingway e Jean-Paul Sartre.

Caffè Gambrinus

Caffè Gambrinus, Napoli

La capitale vanta ben due caffè letterari storici. L’Antico Caffè Greco fu aperto nel 1760, in via Condotti, e accolse personalità del calibro di Goethe, Wagner e Schopenhauer, ma anche i nostrani Leopardi e D’Annunzio. È considerato alla stregua di un vero e proprio museo, poiché ospita, nella sala rossa, una notevole collezione privata di quadri e documenti. Il caffè Aragno, situato a palazzo Marignoli, fu un ritrovo di scrittori e avanguardisti nella prima metà del Novecento, da Orio Vergani considerato come “il sancta sanctorum della letteratura”. Pare che proprio qui Ungaretti e Massimo Bontempelli ebbero un diverbio che si concluse con uno scambio di schiaffi e infine con un duello, fortunatamente senza vittime. Oggi, dopo un lungo periodo di decadenza iniziato nel dopoguerra, il locale è chiuso e, pare, verrà sostituito da un negozio di smartphone. O saeclum insipiens et infacetum.

Una sorte migliore è toccata alle Giubbe Rosse, a Firenze, fondato nel 1897 da due fratelli austriaci e tuttora attivo con mostre e concorsi letterari. Fu così chiamato per la divisa che portavano i camerieri, vestiti di rosso come usava nei locali di Vienna. Cuore della vita intellettuale di Firenze nella prima metà del Novecento, pare che proprio qui Marinetti, Palazzeschi e Carrà abbiano dato vita al movimento futurista italiano. Il locale fu immortalato da un famoso scatto di Henri Cartier Bresson, rappresentativo dell’atmosfera fascista di Firenze a ridosso della Seconda Guerra Mondiale.

Firenze ospitò anche un altro vivace ritrovo di artisti e intellettuali, il caffè Michelangiolo, che si trovava in via Cavour al civico 21. La sua fama è legata in particolar modo a quel movimento di giovani artisti toscani in rivolta contro l’arte accademica noto come movimento dei Macchiaioli. Delle vivaci riunioni e delle serate di baldoria che qui ebbero luogo ha dato una testimonianza vivida e frizzante Telemaco Signorini nel suo libro di memorie Caricaturisti e caricaturati al Caffè Michelangiolo. Fra gli avventori del locale e compagno di bagordi dei Macchiaioli anche Carlo Collodi.

La lista potrebbe continuare e sarebbe lunga. Bastino i locali qui nominati a rendere conto di una tradizione ormai antica e consolidata e solo recentemente (fortunatamente) riscoperta. Di caffè letterari, antichi e nuovi, ormai se ne trovano dappertutto e per tutti i gusti. C’è solo l’imbarazzo della scelta: scegliete quello che vi ispira di più, sedetevi comodi, ordinate un caffè e aprite un libro. O magari aprite un dibattito con i vostri amici, se preferite. Instagram, almeno per un po’, lasciatelo stare. E per l’amor di Dio, tirate giù quei risvoltini. Per l’amor di Dio.

A tavola con Helen Fielding: Bridget Jones e la zuppa blu

A tavola con Helen Fielding: Bridget Jones e la zuppa blu

Mi sembra ingiusto e sbagliato che il Natale, con tutte le sue stressanti e ingestibili sfide finanziarie ed emotive, prima ti venga imposto contro la tua volontà, poi ti venga brutalmente sottratto proprio quando stai cominciando a entrare nello spirito. Stavo giusto cominciando a godermi l’idea che i doveri quotidiani fossero sospesi e si potesse restare a letto fino a qualunque ora, ingurgitare qualunque cosa e bere alcolici ogni volta che ti passa per la mente, anche al mattino. E adesso, tutto a un tratto, ci chiedono di riprendere ad autodisciplinarci come snelli levrieri inglesi appena adolescenti.

Bridget Jones's Diary

C’è solo una cosa più traumatica dell’inizio delle vacanze di Natale: la fine delle vacanze di Natale! Bisogna uscire dal letargo, tornare ad affrontare il mondo esterno, gli impegni, gli orari di lavoro, bisogna fare i conti con i disastrosi effetti delle abbuffate natalizie, programmare diete ferree e allenamenti massacranti (che raramente durano più di una settimana) e soprattutto pensare ai buoni propositi per l’anno nuovo (mantenerli è un’altra storia).

Proprio così comincia Il diario di Bridget Jones: con una lista di buoni propositi. E sempre con dei buoni propositi si chiude – il bilancio, inutile dirlo, fallimentare dei propositi mantenuti nel corso dell’anno.

Date queste premesse, mi è sembrato il libro ideale per iniziare l’anno e affrontare in buonumore la temuta transizione letargo natalizio – vita di tutti i giorni. Forse mi illudevo anche, ingenuamente, che cominciare l’anno nuovo con un libro che si apre con un inizio d’anno e una lista di buoni propositi mi avrebbe dato la giusta carica per avviare al meglio il mio inizio d’anno. Sbagliato.

Quel che ho trovato, in compenso, è stata non solo una lettura brillante, arguta e spassosa, ma anche e soprattutto una voce amica. Leggere le disavventure sentimentali e non solo di questa single goffa e squinternata lancia un messaggio rassicurante alle donne e alle ragazze che, come me e tante altre (Bridget di tutto il mondo, unitevi!), nel maldestro tentativo di inseguire ideali inesistenti, si ripromettono di fare più sport e poi accampano scuse (no, oggi no, piove, e poi non ho ancora comprato le scarpe da running, dovrei proprio andare in palestra, ma si sta così bene qui sul divano, quasi quasi ci vado la settimana prossima, accidenti, se vado in piscina sarò in ritardo per il compleanno di TizioCaio, meglio rimandare), programmano cene perfette con gli amici e poi accolgono gli ospiti ancora in accappatoio, vorrebbero esordire in pubblico con battute brillanti e poi si ritrovano in un angolo a tracannare un alcolico dietro l’altro per ingannare il tempo e dimenticare le figuracce accumulate, si dicono “Ora basta, da domani inizierò ad andare a letto presto, così la mattina alle 7, massimo le 8, sono fresca e riposata per alzarmi” e poi si maledicono quando all’una di notte si scoprono ancora intente a guardare video di gatti su Youtube o ad aggiornarsi sui fatti altrui tramite Facebook.

Diciamolo chiaro e tondo, una volta per tutte: l’universo femminile è fatto di tante Bridget Jones – chiaro, ognuna in misura diversa, con peculiarità, manie e idiosincrasie proprie, ma è ora di affermare, a gran voce e a testa alta, che le fatalone con il trucco sempre perfetto o le signorine perfettini che si comportano costantemente come se qualcuno le stesse guardando sono un’invenzione maschile.

È proprio questo il segreto del successo di Bridget Jones: ci fa sentire capite. Leggere le sue vicissitudini è come potersi stravaccare sul divano con i piedi sul tavolo in compagnia di un vecchio amico dopo una lunga giornata di lavoro (sui tacchi alti, per di più). Insomma, Bridget Jones c’est moi.

Non dimentichiamo, poi, l’elemento austeniano presente nel libro, che lo rende, almeno per le Janeites come me, ancora più godibile. Non è un segreto che Il diario di Bridget Jones sia considerato un moderno rifacimento di Orgoglio e Pregiudizio e i richiami ironici sono molteplici, a partire dal nome del protagonista maschile, Darcy, il cui personaggio viene così introdotto nella vicenda:

Il ricco Mark, “piantato in asso da quella strega di sua moglie” – e, devo dire, piuttosto alto -, dava le spalle alla stanza, tutto preso a esaminare il contenuto della libreria dei padroni di casa: quasi tutti libri con copertina in pelle sul Terzo Reich, che Geoffrey si fa mandare dal Reader’s Digest. Chiamarsi Darcy e starsene tutto solo con aria sdegnosa a una festa mi ha subito colpita come una cosa abbastanza ridicola, un po’ come se, in Cime Tempestose, Heathcliff passasse tutta la serata in giardino a gridare “Cathy” e a sbattere la testa contro un tronco.

Mr. Darcy

Fra parentesi, nel secondo episodio della saga dedicata a Bridget Jones, la protagonista si trova a intervistare Colin Firth, interprete sia di Fitzwilliam Darcy nella miniserie prodotta dalla BBC che di Mark Darcy nell’adattamento cinematografico del Diario. Helen Fielding, autrice del libro e produttrice dell’adattamento cinematografico, aveva richiesto espressamente che la parte di Mark fosse affidata al fascinoso interprete del Darcy austeniano.

Mr. Darcy e il maglione con la renna

Ma visto che di cibo e manicaretti parla questa rubrica, spostiamo l’attenzione sui piatti descritti nel libro e su cosa li rende caratteristici. Di cosa si nutre una Bridget Jones? Sostanzialmente di cibo spazzatura e, più in generale, di qualunque cosa le capiti a portata di mano, soprattutto nei momenti di crisi.
Facciamo un esempio, una lista che apre il diario della protagonista, il 1° gennaio del nuovo anno:

Cibo consumato oggi:

2 confezioni di Emmenthal a fette
14 patate novelle fredde
2 Bloody Mary (equivalgono a cibo in quanto contengono salsa Worcester e pomodori)
1/3 di sfilatino con Brie
½ pacchetto di sfogliatine al coriandolo
12 Quality Street (meglio liberarsi dei dolciumi natalizi tutto in una volta, e ricominciare da zero a partire da domani)
13 bastoncini da cocktail con ananas e formaggio
1 porzione del tacchino al curry con piselli e banane di Una Alconbury
1 porzione della Sorpresa al Lampone di Una Alconbury, a base di biscotti al bourbon, lamponi in scatola, 12 litri di panna montata e, come decorazione, angelica e ciliegie candite.

Insomma, non proprio una gastronomia raffinata o salutare, ma sicuramente in linea con il personaggio, con il suo continuo alternarsi di buoni propositi e ricadute nella pigrizia e nella sciatteria che la contraddistinguono.

Ma, come ogni Bridget che si rispetti, la nostra è eternamente in cerca di un riscatto. E così cerca di rifarsi conteggiando quotidianamente le calorie assunte durante la giornata, progettando diete destinate a fallire miseramente e cercando di conquistarsi la fama di cuoca provetta.

In due occasioni Bridget cerca di rovesciare l’archetipo di single imbranata e caotica e di proporre piatti raffinati ai suoi ospiti, immaginando che così la gente verrà a frotte alle mie cene, commentando entusiasta « È davvero favoloso andare a cena da Bridget: si mangia cibo da Guida Michelin in un ambiente bohémien»: la prima volta per il suo compleanno (e, dopo che Bridget dimentica di comprare gli ingredienti per la cena e accoglie gli ospiti in reggiseno e mutande, gli amici optano per la soluzione più pratica di invitare la festeggiata al ristorante) e la seconda in occasione di una cena che offre per poter invitare anche Darcy senza farlo sembrare un appuntamento. In questa circostanza, il menù, attentamente studiato su un libro di ricette di Marco Pierre White, prevede:

Vellutata di Sedano (m. semplice ed economica se si ha già pronto il brodo)
Tonno alla Griglia su Vellutata di Concentrato di Pomodorini Ciliegia con Confettura d’Aglio e Patate Fondant.
Composta d’Arance. Crema inglese al Grand Marnier.

Ecco il risultato:

Ore 20,35. Dio mio. Ho appena sollevato il coperchio della pentola per togliere le carcasse di pollo. La minestra è blu.

Zuppa blu à la Bridget

Per quanto riguarda il resto delle portate, il tonno diventa una meno impegnativa frittata con crocchette di patate quando Bridget si rende conto che il pesce è misteriosamente sparito dal frigo e la composta d’arance si rivela più simile a una marmellata (accompagnata dal Grand Marnier scolato direttamente dalla bottiglia). Un disastro insomma, anche se, a detta di Darcy e dell’amico Tom, nel mondo alimentare dovrebbero esserci meno pregiudizi di colore. E a dirla tutta, hanno proprio ragione. Personalmente  la zuppa blu di Bridget Jones mi ha sempre incuriosito e attirato, sarà forse che quel bel colore turchese acceso mi piace un sacco, sarà forse, principalmente, perché quella zuppa È Bridget Jones, ne rappresenta appieno il carattere, l’essenza comica e disastrosa, la buona volontà intralciata dall’indole irrimediabilmente maldestra e, come dicevo, Bridget Jones siamo un po’ tutte noi.

If you ask me, there isn't enough blue food

Evidentemente non sono l’unica a pensarla così, visto che facendo una rapida ricerca sul web mi sono imbattuta nella ricetta della zuppa turchina di Bridget Jones. Per ottenere quella particolare gradazione di blu non è necessario dimenticare in pentola lo spago blu che avvolge i porri, basta aggiungere un cucchiaino di colorante alimentare blu. Eccone a voi la ricetta, sperando che, almeno in cucina, siate meno Bridget di Bridget.

Ingredienti per 2 persone :

400 gr di porri
1 scalogno
olio Evo
2 cucchiai di panna
crostini
1/2 litro di brodo
1 cucchiaino da caffè di colorante alimentare blu

Mettere il brodo a scaldare; nel frattempo tritare lo scalogno e lasciarlo appassire a fuoco basso in un po’ di olio Evo. Affettare sottilmente il porro e aggiungerlo allo scalogno. Versare tutto il brodo e lasciar cuocere circa una ventina di minuti, regolare di sale e alla fine aggiungere la panna. A cottura ultimata passare con il frullatore a immersione per rendere la zuppa cremosa e liscia, versare il colorante e mescolare bene. Impiattare e guarnire con i crostini.

Il Natale si tinge di giallo: Agatha Christie e il Christmas pudding

Il Natale si tinge di giallo: Agatha Christie e il Christmas pudding

Buon appetito, Agatha Christie!

Non so voi, ma a me il periodo natalizio fa sempre venire voglia di leggere un bel giallo, di quelli classici, da caminetto acceso e tazza di tè fumante a lato. Sarà forse per le riunioni di famiglia che creano quel clima intimo, raccolto e…saturo di tensioni e acredine. Il clima ideale per un bell’omicidio sotto l’albero. Pensateci: la situazione è ideale per un giallo. Tutti sono riuniti nella sala da pranzo, ci si scambiano regali, chiacchiere e frecciatine, ci si siede a tavola, qualcuno si alza per andare in bagno…non ci vuole molto a immaginare che all’improvviso un urlo rompa il chiacchiericcio e che la scoperta di un cadavere al piano di sopra faccia andare di traverso il panettone a tutti. Gli ospiti si guardano attoniti, si accusano l’un l’altro, si scrutano con sospetto: chi sarà il colpevole?

Del resto se si dice che in periodo natalizio si registra un aumento del tasso di omicidi e suicidi, un motivo ci sarà. Tutti quegli interminabili cenoni, quelle chiacchiere di circostanza con parenti che se si vedono una volta l’anno è già troppo, quei regali mai azzeccati che bisogna accogliere con il sorriso sulle labbra…diciamolo, c’è chi uccide per molto meno!

Sicuramente non sono l’unica a subire il fascino dell’accoppiata Natale-crimine, almeno a giudicare dalle numerose variazioni sul tema in cui si sono cimentati autori del calibro di Conan Doyle, Rex Stout e Georges Simenon. E fra i tanti che hanno scelto di ordire le loro trame delittuose proprio sotto le feste, non poteva naturalmente mancare lei, la signora del crime novel, la più classica degli autori di gialli: Agatha Christie.

L’idea è intrigante perché al fascino della narrativa della Christie, con i suoi enigmi e i suoi intrecci così sapientemente congegnati, unisce le delizie e i sapori di un vero Natale inglese. Già, i sapori; perché, per quanto vituperata, la cucina d’Albione vanta una tradizione ricca e antica, scandita da riti e usanze ben precise. E Agatha Christie ne sapeva qualcosa.

La regina del mistero, infatti, sapeva apprezzare i piaceri della tavola e del mangiar bene. Hubert Gregg, regista teatrale che negli anni Cinquanta mise in scena Trappola per topi, ricorda così il suo primo incontro con l’autrice all’hotel Savoy di Londra:

«Non avevo mai visto una donna mangiare con tanto appetito e un piacere così palese»

Non solo: come sottolineano Anne Martinetti e François Rivière, autori di Creme & crimini, che raccoglie le ricette deliziose e mortali della Christie, “esiste un curioso legame tra la scrittura di gialli e il cibo”, un’affinità grazie alla quale un piatto apparentemente innocuo può contribuire a delineare un’atmosfera, caratterizzare un personaggio e finanche trasformarsi nell’arma del delitto.

Creme & crimini

Pensiamo a un personaggio come Hercule Poirot, il detective protagonista di tante avventure della Christie, caratteristico sotto molti aspetti, in particolare quello gastronomico: Poirot è un grande estimatore della buona tavola, diffidente nei confronti della cucina inglese e, da vero belga, ghiotto di cioccolata e di lumache. Miss Marple, dal canto suo, intrattiene le sue ospiti del Club del Martedì Sera con ricevimenti a base di tè, crostini, scones e…misteri. Del resto, basti leggere la minuziosa descrizione della colazione ordinata dalla nostra anziana ma energica detective in Miss Marple al Bertram Hotel:

«La colazione che Miss Marple aveva ordinato arrivò cinque minuti dopo. Sul grande vassoio c’erano una teiera panciuta, del latte cremoso, un bricco d’argento colmo d’acqua calda, due belle uova in camicia sui tostini e due rondelle di burro modellate a forma di cardo, miele, marmellata d’arance e due pagnottelle rotonde d’aspetto delizioso. Miss Marple diede mano al coltello, fiduciosa.»

Si può forse dubitare dell’autentico piacere che la Christie deve aver provato nel descrivere con tanta cura le portate servite a Miss Marple?

Angela Lansbury as Miss Marple Poirot a tavola

Qui si chiude il nostro cerchio: Natale, mistero e cibo. Una combinazione davvero gustosa, che ritroviamo nella raccolta di racconti Appuntamento con la paura. In sede di prefazione, la Christie paragona il suo libro a un pranzo di Natale:

«Questo libro è come un pranzo di Natale preparato da un vero chef. E lo chef sono io! E il piatto forte è L’avventura del dolce di Natale.»

In questo racconto troviamo tutti e tre gli ingredienti che abbiamo visto poco sopra – c’è il mistero di un gioiello scomparso, c’è “un tipico Natale inglese” in un’elegante casa di campagna (che il freddoloso Poirot sarebbe ben felice di evitare) e soprattutto c’è il piatto forte, fulcro del mistero e ghiottoneria emblema della cucina inglese: il Christmas pudding. “NON MANGIATE IL PUDDING SE TENETE ALLA VOSTRA VITA” dice il biglietto che Poirot trova in camera sua la vigilia di Natale; ed è proprio all’interno del Christmas pudding che il giorno dopo viene trovato un pezzo di vetro rosso che assomiglia a un grosso rubino. Ed è forse per una strana coincidenza che l’indomani un cadavere viene rinvenuto a insanguinare la neve del giardino?

Christmas Pudding

Tutto, in questo racconto, sembra ruotare intorno al dolce di Natale, che troneggia sulla tavola e sulla trama della vicenda, tanto maestoso e seducente che perfino Poirot, sempre reticente nei confronti della gastronomia britannica, ignorerà l’avvertimento e cederà alla tentazione di assaggiarlo; e sempre dal dolce arriverà la chiave di tutto il mistero. E non è certo la prima volta che il cibo, spesso i piatti preferiti della Christie, giocano un ruolo fondamentale nelle sue storie. A volte è la golosità di un personaggio per una particolare pietanza a determinarne la sorte fatale; a volte i piatti sembrano ‘parlare’ dei personaggi che li cucinano e li assaggiano e forniscono indizi decisivi; a volte la morte irrompe improvvisa proprio durante i pasti, profanandone il carattere quasi sacro e rituale. In ogni caso, traspare l’interesse e la passione che la Christie riservava all’arte culinaria, consacrandone il ruolo di agente attivo, mai di elemento di sfondo, nelle sue narrazioni e in generale nella vita.

Se questa lettura vi avesse fatto venire un certo languorino e se vi avesse messo voglia di provare i sapori di un autentico Natale inglese, di seguito troverete la ricetta del Christmas pudding. È un po’ laboriosa, ma quale stagione migliore se non quella natalizia per passare giornate a impastare e mescolare nel caldo della cucina di casa?

Non mi resta che augurarvi un felice Natale in giallo e aggiungere, citando Jeffery Deaver dalla presentazione di Creme & crimini:

«Leggete con gioia, cucinate con passione e, cosa più importante, buon appetito!»

Ingredienti:

200 g margarina

350 g uvetta secca di Corinto

200 g uva sultanina

200 g uva passa

50 g di canditi misti

25 g di mandorle tritate

175 g farina

2 cucchiaini di spezie miste in polvere (chiodi di garofano, cannella, zenzero)

1 cucchiaino di noce moscata in polvere

175 g di briciole di pane fresco (pane al latte, senza crosta)

700 g di zucchero di canna

2 uova grosse, sbattute

la buccia ed il succo di 1 limone

1 cucchiaio di melassa

4 cucchiai di latte

2 cucchiai di brandy

1 stampo da budino dalla capacità di 1 litro

carta oleata

agrifoglio per decorare

1 cucchiaio di brandy per flambare

Preparazione: Imburrate lo stampo da budino con abbondante burro ed a parte anche un foglio doppio di carta oleata che vi servirà poi da coperchio per il pudding. In una ciotola grande mescolate tutti gli ingredienti con un cucchiaio di legno per circa 5 minuti fino ad ottenere un composto omogeneo e riempite con questo la forma imburrata. Pareggiate la superficie che deve rimanere al disotto del bordo per circa 2,5 cm e coprite con il doppio foglio di carta oleata (la parte imburrata rivolta verso l’interno) ben ripiegato tutt’intorno al bordo e legato con dello spago da cucina.

Mettete il pudding in una pentola e aggiungete dell’acqua calda in modo che ricopra la forma per 1/3. Coprite col coperchio e fate cuocere a fuoco bassa per circa 6 ore non dimenticando di aggiungere sempre l’acqua calda che mano a mano evapora. Trascorso questo tempo, togliete il pudding dall’acqua e fate raffreddare. Sostituite poi il coperchio di carta oleata con un altro che legherete come il precedente. Conservate il pudding in un luogo fresco e arieggiato.

La mattina di Natale riscaldate il pudding per circa 2 o 3 ore con lo stesso metodo che avete usato per la prima cottura, ricordandovi di sostituire di tanto in tanto l’acqua che evapora. Quando è ben caldo, rovesciatelo sul piatto di portata, decorate con l’agrifoglio, versate sulla cima un cucchiaio di brandy riscaldato in un pentolino e flambate (infiammate) a tavola. È tradizione inserire nel composto del dolce delle monetine, avvolte nella carta d’alluminio, che porteranno fortuna a chi le troverà il giorno di Natale. C’è anche chi inserisce un anello, premonitore di matrimonio entro un anno, oppure ditali e bottoni, che invece “condannano” le signore a rimanere zitelle.